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5 ragioni per non uscire dall’euro

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Mentre si allarga il fronte del Si, c’è chi spiega le ragioni per cui uscire dell’euro sarebbe sbagliato

 

La Brexit e le promesse di un referendum sulla Frexit, in caso di vittoria delle elezioni, in Francia, di Marine Le Pen, hanno riacceso, anche in Italia, le discussioni sull’uscita o no dall’euro. Sarà questo uno dei temi principali della campagna elettorale delle prossime elezioni per la scelta del nuovo Governo. E sarà questo anche uno dei criteri della scelta del nuovo Premier.

A condurre l’Italia verso l’uscita dall’euro, sostiene lo strategist Albert Edwards di Societè Generale, sarà il malcontento della popolazione. A prescindere dai benefici, afferma Edwards, “Ritengo che sia solo una questione di tempo prima che il progetto dell’Eurozona finisca in frantumi. Chiaramente il referendum sulla Brexit non ha aiutato. Per me i problemi sono, nell’ordine, l’Italia e la Francia. Perché? Là la gente è insoddisfatta e le economie sono too-big-to-fail. Il popolo non è per nulla contento di quello che ha avuto dal progetto dell’area euro in termini di occupazione e crescita economica”. “Dopo la prossima recessione la maggioranza dei cittadini italiani – ha continuato lo strategist – dirà basta all’esperimento dell’area euro e voterà per chi è a favore di un’uscita graduale dall’area euro o comunque da una ridefinizione dei trattati. Non ci saranno nemmeno negoziati come nel caso della Grecia con la Germania”.

A sostenere che l’uscita dall’Euro porterà numerosi benefici economici al Bel Paese sono soprattutto il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord. Ma i benefici tanto sbandierati non trovano proprio tutti così d’accordo. Ed ad opporsi all’uscita dall’Euro sono esponenti politici ed economisti. Vediamo insieme le loro opinioni.

Istituto Bruno Leoni: uscire dall’euro, nessun vantaggio applicabile

A rispondere agli euro-scettici è anche il centro studi italiano, Istituto Bruno Leoni. E lo fa rispondendo, in particolare a chi sostiene che l’uscita dell’Italia darebbe al Bel Paese la possibilità di svalutare la moneta, e dunque rendere le nostre esportazioni più competitive; e consentirebbe il sottrarsi alle regole europee sul bilancio pubblico, abbandonando la cosiddetta austerity.

euroSi tratta in entrambi i casi, sostiene l’Istituto di vantaggi impossibili. Uscire dall’euro significherà, in base ai trattati, uscire dell’Unione. “Questo vorrebbe dire uscire dal mercato unico. Avremmo una nuova lira, o come altro la vorremo chiamare, che immediatamente si svaluterebbe rispetto alle altre monete, euro compreso. Ma le imprese non ne trarrebbero grandi benefici, perché contestualmente perderemmo l’accesso al mercato unico europeo, verso il quale sono dirette gran parte delle nostre esportazioni. – spiega l’Istituto- Dall’altro lato non potremmo fare a meno di continuare a comprare all’estero, al di fuori dell’Unione, tutte le materie prime che ci sono essenziali – pensiamo solo a gas e petrolio. La svalutazione farebbe aumentare il costo di queste importazioni non sostituibili. La nostra bilancia commerciale peggiorerebbe, non migliorerebbe. E i prezzi interni aumenterebbero velocemente, riducendo il potere di acquisto di tutti coloro che vivono del proprio salario”.

E ancora. “Fuori dall’Unione non saremmo tenuti a rispettare le regole imposte al bilancio pubblico dal patto di stabilità e crescita. In astratto, potremmo dimenticarci il famoso limite del 3% al deficit pubblico e ogni percorso di rientro dal debito. Qualcuno di noi fa fatica a considerare il debito pubblico una panacea. Altri potrebbero ricordare che ci toccherebbe modificare in tutta fretta la Costituzione, nella quale abbiamo inserito un seppur debole vincolo all’equilibrio di bilancio”.

E c’è di più. Perchè, anche fuori dall’Unione l’Italia non potrebbe permettersi maggior deficit e maggior debito. “La BCE non acquisterebbe più il nostro debito. Per convincere i privati, italiani e stranieri, a comprare i titoli di Stato italiani, dovremmo pagare tassi di interesse molto più alti di oggi. E i potenziali acquirenti non si fiderebbero affatto di un paese che aggiunge ulteriore debito al gigantesco peso da cui è già gravato. Per trovare qualcuno disposto a comprare i nostri titoli, o a rinnovare quelli che detiene, dovremmo porre in atto paradossalmente politiche più e non meno “austere” di quelle di oggi”, aggiunge il centro studi.

Carlo Calenda: Uscire dall’euro ci impoverirebbe

“Uscire dall’euro vorrebbe dire un gigantesco e istantaneo impoverimento dell’Italia in una misura ben superiore a quella sperimentata nei sette anni della crisi. Fuori dall’euro il debito pubblico, oggi detenuto dalle istituzioni finanziarie e dai cittadini italiani per oltre il 70 per cento, rischierebbe di diventare insostenibile, con effetti immaginabili su famiglie, banche e imprese. Mi pare uno scenario da incubo per fortuna molto lontano. I manuali della Lega “su come uscire dall’euro in dieci facili passi” sarebbero comici se non fossero il sintomo del livello raggiunto da un pezzo della nostra classe politica “, ha affermato in una intervista a Repubblica Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo Economico.

 BCE: l’euro è irrevocabile

euroA prender posizione, decisa, è stato nelle ultime settimane anche Mario Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, che dinanzi al Parlamento Europeo rilancia la centralità della moneta unica per il futuro del Vecchio Continente.

“L’Euro è irrevocabile”, ha affermato Mario Draghi, rispondendo a una domanda avanzata da un deputato del M5S. Il Trattato di Maastricht, ha continuato il Presidente della Banca Centrale Europea, è stata una “decisione coraggiosa”, “una nuova tappa nel processo dell’integrazione europea”. “Con la moneta unica -spiega Draghi- abbiamo forgiato bond che che sono sopravvissuti alla peggiore crisi economia dalla Seconda guerra mondiale”. E’ facile scegliere “di rivoltarsi conto i propri vicini o di cercare soluzioni nazionali”.

Giorgio Lunghini: fuori dall’euro aumenta l’inflazione

A dire no all’uscita dall’euro è anche l’economista Giorgio Lunghini, che sostiene che un’eventuale abbandono della moneta unica comporterebbe un aumento immediato dell’inflazione, del 15% circa, scatenando “una rincorsa prezzi-salari-cambio: con un tasso di inflazione nell’ordine del 20% l’anno e con una perdita salariale insopportabile”.

“Il potere d’acquisto delle retribuzioni potrebbe essere garantito soltanto con un adeguamento completo delle retribuzioni ai prezzi; – spiega Lunghini n un articolo pubblicato su I Manifesto – ma la perdita media annua di reddito sarebbe del 10%, che si aggiungerebbe a quella sulla ricchezza mobiliare determinata dagli effetti della inflazione sui titoli di stato; e con una inflazione così elevata aumenterebbero ulteriormente le disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza tra lavoratori dipendenti e autonomi e tra creditori e debitori”.

Giacomo Nardozzi: la lotto all’euro penalizza i pensionati

Ad esprimersi sulla questione, già nel 2014 (ai tempi delle elezioni europee) è stato anche Giangiacomo Nardozzi, professore ordinario di Economia Politica al Politecnico di Milano, che sostiene che un’uscita dall’euro avrà effetti poco piacevoli per singoli lavoratori a reddito fisso e pensionati.

euroSe usciamo dall’euro “è perché vogliamo una nuova lira svalutata e siamo convinti che ci arricchisca. Avremo un maggior reddito, in termini reali, che ci consente di comprare di più? Certamente ci troveremo male quando andiamo all’estero come ci piace fare. Ma anche in Italia non ci sarebbe da stare allegri perché ci sarà inflazione – mai si è visto che una svalutazione della moneta non provochi un aumento dei prezzi  al consumo.  Se siamo tra i 16 milioni di pensionati, l’inflazione (anche risultasse modesta) ci penalizzerà, a meno che non ci illudiamo sulla possibilità che un qualsiasi Governo  non solo svaluti ma anche aumenti le pensioni. Stessa cosa se siamo dipendenti pubblici. Se invece siamo tra i circa 13 milioni che  lavorano alle dipendenze di imprese private possiamo davvero sperare che le cose vadano meglio, che riusciamo a spuntare aumenti di salari e stipendi maggiori dell’inflazione? Solo se i nostri datori di lavoro riescono ad aumentare la nostra produttività, un miracolo visto che praticamente non cresce da oltre dieci anni”, scrive Nardozzi.

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