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Satelliti radar: ecco come l’Italia studia la radiografia del sottosuolo

I satelliti europei Sentinel-1 del programma Copernicus e la costellazione italiana COSMO-SkyMed, dotata di sistemi ad altissima risoluzione, permettono di ottenere dettagli estremamente nitidi anche su aree ristrette. Il punto di Alessandro Frandi

Nel profondo della Rift Valley etiope, tra dicembre 2024 e marzo 2025, si è consumato uno degli eventi geologici più imponenti e rari degli ultimi decenni: lo spostamento silenzioso di circa 1,4 chilometri cubi di magma. La massa fusa si è incanalata nel sottosuolo percorrendo ben 50 chilometri, senza però mai riuscire a infrangere la superficie.

Sebbene invisibile agli occhi umani, questa gigantesca intrusione ha lasciato dietro di sé una scia di migliaia di terremoti e deformazioni del terreno che solo le più avanzate tecnologie spaziali sono riuscite a decifrare in tempo reale. Il cuore tecnologico di questo monitoraggio risiede nella tecnica InSAR (Interferometric Synthetic Aperture Radar). Una metodologia che ha rivoluzionato la geologia moderna, permettendo di misurare i movimenti della crosta terrestre con una precisione millimetrica. E che vede l’Italia molto impegnata.

Il principio è affascinante nella sua complessità. I satelliti radar emettono impulsi verso la Terra e ne registrano il segnale di ritorno. Confrontando immagini radar acquisite in tempi successivi, i ricercatori sono in grado di generare “mappe di interferenza”. Se il suolo si è sollevato o abbassato anche solo di pochi millimetri tra un passaggio e l’altro del satellite, la fase del segnale radar cambia, rivelando la dinamica delle masse magmatiche sottostanti. Questa “radiografia” spaziale è fondamentale perché permette di monitorare aree remote e difficilmente accessibili, come la Rift Valley, fornendo dati che altrimenti richiederebbero installazioni terrestri estremamente costose e vulnerabili.

Per l’evento in Etiopia, la ricerca, coordinata dall’Università di Pisa con la collaborazione di diversi enti internazionali e nazionali, tra cui il CNR-IREA, ha integrato i dati di due diverse “costellazioni” satellitari. Da un lato, i satelliti europei Sentinel-1 del programma Copernicus garantiscono una copertura costante e sistematica. Dall’altro, la costellazione italiana COSMO-SkyMed, dotata di sistemi radar ad altissima risoluzione, permette di ottenere dettagli estremamente nitidi anche su aree ristrette. L’integrazione di queste diverse fonti di dati radar consente di seguire l’evoluzione dei fenomeni geologici quasi in tempo reale, distinguendo, ad esempio, tra i sollevamenti causati dalla risalita di fluidi idrotermali (acqua e gas) e quelli dovuti all’iniezione di vero e proprio magma. Sebbene il radar dallo spazio sia lo strumento principe, la sua efficacia aumenta esponenzialmente quando viene combinato con i dati dei ricevitori GPS a terra.

Questa sinergia è stata ampiamente testata in contesti vulcanici complessi come i Campi Flegrei, dove una rete di sensori geodetici permette di validare le osservazioni satellitari. Mentre il satellite offre una visione d’insieme della deformazione superficiale, il GPS fornisce dati puntuali continui che aiutano a comprendere la velocità e la direzione del flusso magmatico. Questo approccio integrato ha permesso di identificare strutture come i “sill”, ovvero sottili strati di magma che si iniettano orizzontalmente tra le rocce, formando dei veri e propri “laghi sotterranei” che possono raffreddarsi rapidamente o alimentare future eruzioni.

L’utilizzo di queste tecnologie non ha solo un valore scientifico, ma punta a diventare un pilastro della sicurezza civile. Nel caso della crisi etiope, per tre mesi le mappe di deformazione prodotte via satellite sono state condivise con l’Università di Addis Abeba per supportare la valutazione del rischio e la gestione dell’emergenza da parte delle autorità locali. Questi strumenti, oggi al centro di progetti come “Space It Up”, rappresentano la nuova frontiera della gestione dei rischi geologici. La capacità di “vedere” il magma muoversi chilometri sotto la superficie, prima che si manifesti in modo distruttivo, offre una finestra temporale preziosa per la protezione delle popolazioni, trasformando lo spazio in un osservatorio privilegiato per la resilienza del nostro pianeta.

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