Il caso dei 500 voli Usa dalle basi italiane: il segretario Nato Rutte smentisce Roma?
Le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, hanno acceso un dibattito politico sul ruolo dell’Italia nelle operazioni militari americane contro l’Iran. Intervenendo oggi a Fox News Rutte ha infatti affermato che circa 500 voli statunitensi sarebbero partiti dalle basi americane presenti nel nostro Paese a sostegno dell’operazione Epic Fury.
Una ricostruzione contestata dal Ministero della Difesa, che ha ribadito come l’Italia abbia autorizzato esclusivamente attività tecniche e logistiche, escludendo qualsiasi attività cinetica e negando il via libera ogni volta che le richieste statunitensi eccedevano il perimetro previsto dagli accordi bilaterali.
La vicenda ha riportato al centro temi cruciali: il controllo italiano sulle basi alleate presenti sul territorio nazionale e soprattutto lo stato delle relazioni tra Italia e Usa, anche alla luce delle recenti del presidente Usa Donald Trump nei confronti della premier italiana Giorgia Meloni a margine del G7 di Evian.
Ne parliamo con il professor Gregory Alegi, giornalista, docente di storia americana ed esperto di cose aeronautiche per capire quali sono le regole che disciplinano l’utilizzo delle basi in Italia e quali implicazioni possono avere le parole di Rutte per il governo italiano, per la Nato e per gli equilibri tra Roma e Washington.
Professore, come interpreta la discrepanza tra le dichiarazioni del segretario generale della Nato Mark Rutte, che ha parlato di circa 500 voli statunitensi partiti dalle basi italiane a supporto dell’operazione Epic Fury, e la successiva precisazione del Ministero della Difesa, secondo cui sarebbero state autorizzate esclusivamente attività tecniche e logistiche, senza alcun coinvolgimento in operazioni cinetiche?
Le basi dalle quali operano i reparti statunitensi in Italia sono, a tutti gli effetti, basi italiane concesse agli Stati Uniti nell’ambito della Nato. Per questo motivo, le missioni che esulano dal quadro dell’Alleanza richiedono un’autorizzazione specifica da parte del governo italiano. In altre parole, la presenza americana sul nostro territorio è regolata da accordi precisi: tutto ciò che rientra nelle attività Nato è ordinaria amministrazione, mentre ciò che ne è al di fuori costituisce un’eccezione da autorizzare caso per caso, perché quelle basi restano territorio italiano.
Per comprendere il significato della cifra citata da Rutte bisognerebbe innanzitutto capire cosa includano quei 500 voli. Potrebbero essere stati voli logistici, trasferimenti di materiali verso altri teatri operativi, attività addestrative o missioni di supporto complementare, come pattugliamenti marittimi, operazioni di soccorso o trasferimenti di velivoli cargo. La prima domanda, dunque, è quali dati abbiano contribuito a formare quel numero. Rutte non lo ha spiegato.
Esiste poi una seconda questione: che gli Stati Uniti abbiano dichiarato una determinata natura delle attività per poi svolgerne altre. Sarebbe una scelta che potrebbe offrire vantaggi nel breve periodo, ma che nel medio-lungo termine rischierebbe di ritorcersi contro Washington. Una violazione degli accordi potrebbe infatti portare a restrizioni, limitazioni o nuove condizioni operative, proprio per tutelare la sovranità italiana sulle basi presenti nel Paese.
Professore si tratta di una diversa interpretazione delle stesse attività oppure sta emergendo una divergenza più profonda tra il livello politico e quello militare?
Credo che il nodo di fondo sia un altro: l’unilateralismo americano, che non va confuso con l’isolazionismo. L’isolazionismo significa scegliere di restare per conto proprio; l’unilateralismo significa invece agire senza confrontarsi con gli alleati. Ed è una dimensione che caratterizza sia Donald Trump come figura politica sia il suo stile di governo.
Se dovesse emergere che alcuni voli sono stati effettuati dichiarando una natura diversa da quella reale, ci troveremmo di fronte a un elemento destinato ad aumentare la distanza tra Paesi che, sono sempre stati alleati e, storicamente, hanno sempre avuto un rapporto molto profondo.
Va sottolineato che questa eventuale distanza non sarebbe stata creata dall’Italia. Chi chiede deroghe, interpretazioni più elastiche o eccezioni alle regole ha il dovere di essere pienamente trasparente. L’Italia non ha effettuato alcuna ritorsione nei confronti degli Stati Uniti: si è limitata a richiamare il rispetto degli accordi e dei trattati liberamente sottoscritti da entrambe le parti.
Secondo lei ora cosa è ragionevole aspettarsi, soprattutto dal lato del governo italiano?
A mio avviso vi sono ormai diversi segnali che indicano una crescente pressione dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Italia. Gli attacchi rivolti alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione del G7 e questa uscita di Rutte sembrano coincidere non per caso.
Vale la pena ricordare che l’Italia è storicamente uno degli alleati più vicini e affidabili degli Stati Uniti e che ha sempre garantito larghissimo spazio di manovra. Tuttavia, sembra che l’attuale amministrazione americana consideri con crescente insofferenza il richiamo alle prerogative nazionali italiane.
In questo scenario il governo Meloni non deve fare altro che richiamare quanto previsto dagli accordi esistenti. Sarebbero gli Stati Uniti, eventualmente, a dover spiegare perché ritengano necessario discostarsi da quanto concordato. Nel momento in cui dovessero spiegarlo il sistema già si andrebbe a riequilibrare perché ci sarebbe necessariamente un confronto e potrebbe persino esserci un accordo.
Non bisogna dimenticare che l’attacco all’Iran non è stato concordato con gli alleati europei. Gli Stati Uniti hanno agito autonomamente e non possono poi pretendere che gli alleati si adeguino, non è la base per un rapporto paritario, un rapporto tra alleati. Sembra piuttosto una dimensione padronale e quella nessun governo italiano, di nessuna posizione politica centro-destra-sinistra potrà mai accettare quel tipo di sudditanza agli Stati Uniti.
Come giudica, infine, il comportamento del segretario generale della Nato, Mark Rutte?
Personalmente trovo difficile comprendere perché il segretario generale della Nato, anziché svolgere una funzione di mediazione tra interessi statunitensi e interessi italiani, abbia scelto di alimentare ulteriormente la polemica. L’Italia è uno dei Paesi chiave dell’Alleanza e, in questa fase, esprime anche il presidente del Comitato Militare della Nato.
Quindi è un mistero che Rutte abbia deciso di rendere pubblica una cifra così delicata senza fornire ulteriori spiegazioni, sembra comportandosi più da americano che da europeo.







