L’ultima puntata di Report andata in onda su Rai3 domenica 28 dicembre era dedicata al riarmo europeo. Va dato credito alla trasmissione per aver discusso in maniera approfondita un tema che, generalmente, viene toccato solo per slogan e superficialmente, almeno in televisione. I plausi, però, finiscono qui.
La trasmissione ha fornito informazioni parziali, capziose o direttamente errate, confuso fatti e opinioni, e avanzato una narrativa che viene smentita dalla stessa trasmissione.
Andiamo con ordine.
Le affermazioni errate
Nel corso della trasmissione sono state fatte molteplici affermazioni errate. Le riporto all’inizio per evidenziare immediatamente il problema più grande: se una trasmissione di informazione fornisce informazioni errate, allora la sua ragione d’essere viene meno.
Ecco due semplici esempi:
- “Nel 2024, ben il 46 per cento della nostra spesa militare è finita all’estero.” La spesa italiana in difesa è per oltre il 60 per cento in personale. Se dunque anche tutto il resto della nostra spesa – infrastrutture, operazioni, equipaggiamento e ricerca – finisse all’estero (cosa per altro impossibile), questa cifra dovrebbe essere inferiore al 40 per cento (100 per cento-46 per cento= 54 per cento).
- “L’Eurofighter è l’alternativa europea agli F-35, nata da una joint venture anglo-italo-tedesca.” L’Eurofighter nasce a fine anni Settanta, viene poi disegnato negli anni Ottanta, lanciato negli anni Novanta, ed entra infine in servizio nei primi anni Duemila. E’ un aereo di quarta generazione, a cui partecipa anche la Spagna, tra l’altro. L’F-35 nasce nella seconda metà degli anni Novanta, fa il primo volo a metà degli anni Duemila ed entra in servizio nel 2015. E’ un aereo di quinta generazione. Non bisogna essere esperti per capire che un aereo disegnato tra gli anni Ottanta e Novanta è più arretrato di uno disegnato negli anni Duemila: basta una semplice ricerca su Wikipedia. L’F-35 ha infatti qualità che l’Eurofighter non possiede, principalmente stealth (“invisibilità” a sensori elettromagnetici e termali) e data-fusion (capacità di consolidare dati provenienti da più sensori). L’Eurofighter, d’altronde, è visto come la versione europea dell’F-16, un aereo entrato in servizio nel 1978, l’anno in cui la FIAT presentò la Ritmo, per dare un’idea.
Spazio: la parola alle imprese
La prima parte della puntata sostiene, da una parte, che lo spazio è sempre più centrale (vero) e che l’Europa è indietro rispetto agli Stati Uniti (vero). Qui iniziano i problemi.
- Da una parte, si sostiene che l’Europa è indietro nello spazio, dall’altra si dice che le nostre aziende sono all’avanguardia e rischiano di essere divorate dagli Stati Uniti: le due cose non possono essere contemporaneamente vere, a meno di non mischiare mele e pere, e dunque parlare di aziende in divenire o di nicchia e che, quindi, da sole non possono rappresentare l’architrave dell’industria spaziale europea.
- Allo stesso modo, da una parte si celebrano le aziende intervistate e, dall’altra, si sostiene che manca una politica europea comune: ma se queste aziende esistono e sono di eccellenza, o questa politica europea comune non è necessaria, oppure è già presente.
- In maniera analoga, non è chiaro in cosa questa politica europea comune dovrebbe consistere. Nessuno lo dice apertamente, ma le aziende intervistate sembrano chiedere fondi: crediti d’imposta, finanziamenti alla ricerca, contratti? Non si capisce.
Si capisce invece che, quando vogliono, i redattori di Report fanno domande accomodanti, dando un palcoscenico senza contraddittorio a taluni che poi, nel corso dello stesso servizio, negano ad altri.
- Nel servizio si dice poi che lo spazio è sempre più competitivo per via dell’abbattimento dei costi di entrata che permette a sempre maggiori aziende di operare in questo ambito: ma se è così, non è chiaro perché, come e dove dovrebbe servire più Europa se il mercato, da solo, sta già abbattendo i costi.
- Infine, il servizio non menziona, neppure minimamente, il fatto che parte del ritardo europeo nello spazio sia dovuta proprio a come sono stati gestiti i programmi spaziali in Europa: Elon Musk venne deriso dagli europei quando annunciò di voler creare lanciatori multiuso (SpaceX) e costellazioni di comunicazioni satellitari a bassa orbita (Starlink).
Difesa: tante idee e confuse
La seconda parte del programma, dedicata alla difesa, presenta ancora più criticità.
a) Armamenti “inutili” e costosi
Si inizia riassumendo l’attuale dibattito sul procurement militare negli Stati Uniti. In breve, negli Stati Uniti l’attuale amministrazione vuole cercare di adottare l’approccio “Silicon Valley” anche nel mondo della difesa per produrre più velocemente, più agilmente e più economicamente piattaforme militari più performanti.
Partendo da questo fatto, il servizio fa passare due messaggi: prima suggerisce che gli attuali sistemi d’arma sarebbero inutili. Poi fa sembrare che i loro attuali costi siano imputabili alla corruzione del mondo della difesa.
Infine, Report ci informa che l’amministrazione Trump vorrebbe imporci l’acquisto di questi mezzi, inutili ed estremamente costosi.
Il problema è che qui si fa un mischione di cose diverse.
Gli attuali sistemi militari sono inutili? No, assolutamente: Himars, F-35, Patriots sono i sistemi più avanzati al mondo nelle loro categorie. Che siano inutili lo dice Report con interviste fuori contesto o senza senso. Non lo dice nessun esperto serio al mondo.
Dire che i droni possono sostituire l’F-35 o che il Patriot non funziona perché vulnerabile ai droni è come dire che una corsa in monopattino elettrico costa meno di un viaggio aereo transatlantico o che una casa antisismica non è immune a furti o vandalismo.
Questi mezzi sono costosi? Sì, molto, ma le ragioni sono strutturali e istituzionali: sono programmi che devono rispettare un numero infinito di standard e specifiche, che sono costruiti in più distretti elettorali per avere consenso politico, sviluppati con un approccio di procurement economicamente inefficiente ma politicamente vantaggioso (concurrent) in quanto riduce il rischio di cancellazione del programma stesso e infine disegnati da burocrazie distanti dal campo di battaglia.
Semplificando, quando si chiede più Europa della difesa, si vuole andare esattamente in questa direzione che piaccia o no, e difatti i grandi programmi di cooperazione europea – Eurofighter, A400M, NH90 – hanno sempre avuto costi enormi e ritardi significativi.
Senza andare troppo nel dettaglio, gli Stati Uniti stanno cambiando il loro procurement militare per affrontare, possibilmente e in futuro, uno scontro con la Cina. L’Europa, invece, deve confrontarsi adesso e direttamente con la minaccia russa: ecco perché Patriot, Himars ed F-35 in larga misura servono.
b) Le “alternative europee” che non esistono (o non sono pronte)
Non solo l’amministrazione Trump ci vuole vendere mezzi militari costosi e inutili, ma questi stessi mezzi potrebbero essere comprati in Europa: questa la tesi di Report quando parla di RTX (che chiama Raytheon, il nome che l’azienda aveva fino a qualche anno fa).
L’affermazione è errata.
In alcuni ambiti, la più grossa azienda europea di missili, MBDA, non ha semplicemente i prodotti di Raytheon: i missili da crociera europei, per esempio, hanno un raggio nettamente inferiore a quelli americani.
In altri ambiti, MBDA semplicemente non ha la capacità produttiva, quindi non sarebbe in grado di soddisfare la domanda. Lo stesso schema si ripete quando la discussione verte sul carro armato sviluppato dall’Italia in partnership con la tedesca Rheinmetall.
Prima si sostiene che i carri armati non servano più (un’opinione, oltretutto smentita da studi ed esperti), poi si insinua che l’Italia avrebbe potuto svilupparli da sola, senza il partner tedesco.
Se i carri armati non servono, il punto è irrilevante. Se servono, la domanda è se davvero l’Italia possa proseguire da sola.
Qui c’è il primo di uno dei tanti cortocircuiti. All’inizio della puntata, Report ci dice che serve più Europa (1). Poi ci dice che Trump ci vuole vendere mezzi inutili e costosi che ci potremmo produrre da soli (2). Quando l’Italia produce, anziché comprare, questi mezzi (2) in cooperazione con partner europei (1), Report critica lo stesso l’Italia perché non procede in autonomia. Damn it if you do, Damn it if you don’t.
3) Spesa militare e droni: tra errori e incoerenze
La trasmissione poi discute di spesa militare, allarmando il telespettatore per la crescita e l’inefficienza del caso italiano. Purtroppo i dati sono privi di contesto.
I Paesi NATO hanno deciso dagli anni Duemila di spendere almeno il 2 per cento del loro Pil in Difesa. La difesa è un bene collettivo.
È come una piscina. Tutti possiamo beneficiare di una piscina comune più grande, che costerà anche poco (al posto di tante piccole piscine individuali), se rispettiamo però delle regole. Se uno entra con gli scarponi pieni di terra in acqua e l’altro porta i labrador a rinfrescarsi dopo essere andato a caccia, l’acqua della piscina non sarà più limpida.
La spesa in difesa italiana negli ultimi 30 anni è stata poco sopra l’1 per cento, ovvero la metà di quanto accordato in sede NATO. Purtroppo questo non era il problema principale che era, invece, rappresentato dalla quota della spesa in personale, che raggiungeva il 70 per cento 15 anni fa.
In altre parole, l’Italia per molto tempo non ha fatto i compiti a casa e ora deve recuperare.
Resta un dato di fatto che la spesa in difesa è tra le voci minori del bilancio pubblico italiano, superata ampiamente dal costo per pensioni, sanità, pubblica amministrazione, interessi sul debito, istruzione e via di seguito.
Dalla spesa si torna poi ai droni, con un nuovo cortocircuito logico che contraddice l’impianto narrativo della stessa trasmissione.
In breve, il ministero della Difesa alcune settimane fa ha pubblicato online il suo Documento Programmatico Pluriennale.
Dopo qualche ora, il documento è stato sostituito: gli stanziamenti per l’acquisto di droni erano cambiati.
Chiunque abbia esperienza con questo tipo di documenti (ma anche solo con la pubblica amministrazione o con la stampa di un articolo, un saggio o un libro) sa che questi errori capitano.
Report invece vede questo inciampo come la prova di un grande complotto (unito evidentemente a grossa stupidità). Solo che il racconto deraglia.
Prima Report ci aveva informato che la politica di difesa europea viene definita dalle aziende. In questo caso, Report però ci dice che l’italiana Leonardo è stata esclusa dalla corsa per la vendita di droni all’Italia.
Ciò, a loro modo di vedere, è doppiamente grave perché Leonardo avrebbe capacità di produzione di droni pari a quelle di controparti americane come Anduril o Shield AI.
Il problema è che l’affermazione è chiaramente falsa, perché il progetto di drone europeo, EuroMALE, è in ritardo e sarà un progetto poco utile (a proposito di più difesa europea chiamata all’inizio) mentre pochi mesi fa Leonardo ha fatto una partnership sui droni con la turca Bayraktar, segnalando di fatto il suo ritardo nell’ambito.
Ma precedentemente sempre Report ci aveva detto che il riarmo europeo portava all’acquisto di armamenti che non servono: questo caso mostra esattamente il contrario. In altri termini, in pochi minuti Report ha contraddetto tutto quanto affermato in precedenza.
(Estratto da Appunti)








