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Perché la Difesa deve andare all’attacco anche in Borsa

Difesa e mercato dei capitali: il grande equivoco italiano tra vincoli politici e opportunità ignorate. L'intervento di Alberto Franceschini Weiss.

Per lungo tempo, in Italia, la Difesa è stata considerata una variabile residuale della politica economica, una voce di bilancio comprimibile. Durante gli anni della leva obbligatoria il tema aveva una forte sensibilità politica; venuto meno quel vincolo, è progressivamente scivolato ai margini del dibattito pubblico.

Oggi, tuttavia, questo approccio non è più sostenibile. In un contesto internazionale tornato rapidamente multipolare e instabile, la sicurezza nazionale non è un’opzione, ma una condizione necessaria per la stabilità economica.

È ormai evidente che la Difesa rappresenta uno dei settori a più elevato moltiplicatore industriale e tecnologico: integra innovazione dual-use, filiere avanzate e capacità produttive strategiche. Nonostante ciò, continua a essere sottovalutata sia dalla politica sia dalla comunità finanziaria. Nel dibattito pubblico, la spesa militare viene ancora percepita come discrezionale, quasi un obbligo esterno più che una scelta sovrana — basti pensare che l’Italia ha raggiunto il 2% del PIL solo nel 2025, a oltre un decennio dall’impegno assunto in ambito NATO nel 2014.

Parallelamente, molti investitori istituzionali continuano a escludere il settore per ragioni ESG o vi si espongono solo marginalmente, senza una reale comprensione delle sue dinamiche industriali.

Ma la Difesa contemporanea non è più riconducibile esclusivamente a sistemi d’arma tradizionali. È un ecosistema complesso che include software, microelettronica, telecomunicazioni, spazio, cybersecurity e gestione dell’informazione. In questo contesto, anche dimensioni apparentemente lontane — come il controllo dei flussi informativi e dei social network — entrano a far parte della capacità strategica di un Paese.

I conflitti recenti lo dimostrano chiaramente: la competizione tra grandi potenze e le crisi aperte — dall’Ucraina al Medio Oriente — stanno ridefinendo gli equilibri economici globali, incidendo su catene di approvvigionamento, mercati energetici e stabilità finanziaria. In uno scenario di escalation, molte delle attuali ipotesi di crescita, inclusa quella legata all’intelligenza artificiale, potrebbero risultare fragili.

Per questo la deterrenza torna centrale. E con essa, la necessità di investimenti tempestivi, coerenti e strutturati.

Le criticità italiane: spesa inefficiente e ritardi decisionali

In Italia, il sistema presenta debolezze strutturali evidenti. La spesa per la Difesa resta storicamente contenuta e, soprattutto, il processo di cd “procurement” è caratterizzato da lentezza, frammentazione e scarsa prevedibilità. Ne deriva un disallineamento tra risorse allocate e capacità operative effettivamente disponibili — con l’eccezione di alcune eccellenze, come i corpi speciali (Comsubin, GIS, Col Moschin, etc.), che operano su standard tecnologici avanzati.

Il rischio è quello di un progressivo ritardo competitivo rispetto ai principali partner internazionali.

La trasformazione della guerra: velocità, tecnologia e adattabilità

Il conflitto in Ucraina ha reso evidente una trasformazione radicale: la superiorità militare non è più determinata solo dalla dimensione degli arsenali, ma dalla capacità di innovare rapidamente. Tecnologie relativamente semplici — dai droni guidati con fili di fibra ottica lunghi decine di chilometri, ai cd sistemi offensivi di terra “unmanned” — stanno modificando il campo di battaglia, mentre i cicli di sviluppo si sono compressi da anni a poche settimane.

La guerra contemporanea è sempre più una combinazione di software, sensoristica, automazione e capacità di integrazione di materie prime e prodotti elettronici reperibili facilmente sul mercato on line perché “dual use”. Molti Paesi stanno adattando i propri sistemi di acquisizione a questa nuova realtà, introducendo modelli più flessibili e orientati al mercato. L’Italia, al contrario, rimane ancorata a logiche tradizionali, con il rischio di perdere terreno.

Difesa e Borsa: una leva finanziaria ancora sottoutilizzata

Eppure, l’Italia dispone di un patrimonio industriale significativo. Accanto ai grandi gruppi come Leonardo, Fincantieri, Iveco e Avio, esiste un tessuto dinamico di piccole e medie imprese quotate, spesso leader in nicchie tecnologiche ad alto valore aggiunto, tra cui:

  • Officina Stellare, – ottiche avanzate per spazio e difesa;
  • CY4Gate, – cyber intelligence;
  • Praexidia – polo aggregatore settore difesa
  • Eles Semiconductor – apparecchiature di test e controllo affidabilità di semiconduttori
  • Next Geo solutions – geoscienze marine e supporto alle costruzioni off-shore con capacità di rilievo di campi minati (UXO)
  • Novamarine – imbarcazioni professionali “dual use”
  • Mare Group – polo industriale elettronico nel settore difesa
  • Rosetti Marino – costruzioni attrezzature “dual use”
  • TXT e-solutions, – simulazione, avionica e aerospazio;
  • Almawave, – intelligenza artificiale applicata alla PA e ai sistemi di sicurezza;

Queste realtà sono tutte quotate su Euronext Growth Milan, segmento che rappresenta un potenziale snodo strategico per il finanziamento dell’innovazione.

Il punto centrale è che la Difesa non si esaurisce nei grandi contractor: è un ecosistema articolato, in cui una parte significativa del valore si genera a monte della filiera, nelle PMI ad alta intensità tecnologica.

Se la Difesa deve essere considerata un’infrastruttura strategica, allora anche la Borsa può sostenerne il funzionamento svolgendo un ruolo coerente: non solo luogo di scambio, ma piattaforma di crescita industriale. Il mercato dei capitali può fornire alle imprese le risorse necessarie per scalare, innovare e competere a livello internazionale.

In assenza di questo supporto, il rischio è duplice: sottodimensionamento strutturale o acquisizione da parte di operatori esteri.

Il paradosso degli investitori

Nonostante il mutato contesto geopolitico, una parte rilevante degli investitori istituzionali continua a considerare la Difesa un settore “non investibile”. È una posizione sempre meno difendibile.

La Difesa non è solo spesa pubblica: è innovazione tecnologica, occupazione qualificata, autonomia strategica. Ed è, soprattutto, uno strumento di stabilizzazione economica.

Investire in Difesa significa investire in deterrenza — e quindi contribuire alla riduzione del rischio sistemico.

Una scelta non più rinviabile

Per l’Italia, la direzione è chiara: occorre rendere più efficiente il sistema di procurement, sviluppare una strategia industriale coerente, attivare il mercato dei capitali come leva di crescita specifica del settore e costruire competenze finanziarie in grado di comprendere e valutare correttamente gli attori che si muovono in questo contesto.

Lo Stato può operare attivamente, senza dover metter mano al portafoglio dei contribuenti, adottando un ampio ventaglio di disposizioni normative: dalla priorità nella selezione dei propri fornitori verso le imprese quotate, fino alla previsione di quote obbligatorie d’investimento nel settore Difesa per i gestori di fondi tipo PIR o per fondi supportati da investitori istituzionali di emanazione pubblica.

La sicurezza, in questo senso richiede capitale, visione e strumenti adeguati.

Tra questi, la Borsa può — e deve — tornare a essere centrale. Non un elemento accessorio, ma uno dei pilastri su cui costruire la competitività futura del Paese anche per la sua sicurezza.

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