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Nato, perché gli Usa cedono Napoli e Norfolk. Il peso dell’Italia e il nuovo pilastro europeo. L’analisi di Marrone (Iai)

Nato, svolta nei comandi: Usa fuori da Napoli e Norfolk. Che cosa cambia per Italia ed Europa. Conversazione con Alessandro Marrone, responsabile del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dello Iai

In ambito Nato, gli Stati Uniti cederanno la responsabilità del Joint Force Command di Norfolk al Regno Unito e la guida del Joint Force Command di Napoli all’Italia.

Ma questo rimpasto dei comandi Nato va letto come un semplice riassetto organizzativo oppure come un segnale politico preciso di Washington, in direzione di un progressivo disimpegno dall’Europa?

Per Alessandro Marrone, responsabile del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dello Iai (Istituto Affari Internazionali), si tratta chiaramente della seconda ipotesi. Quanto pesa, in questa scelta, la pressione americana per una maggiore assunzione di responsabilità da parte degli alleati europei? E cosa significa per l’Italia ottenere la guida del comando di Napoli: un salto di prestigio o anche un incremento di responsabilità operative?

Tutti i dettagli.

IL RIASSETTO USA

La prima cosa da precisare è che gli Stati Uniti cedono il comando del Joint Force Command Norfolk, Virginia, quindi Stati Uniti, ma prendono quello dell’Allied Maritime Command (Marcom) di Northwood, Regno Unito. Quindi qual è il senso? “Gli Stati Uniti cedono due comandi interforce, joint, regionali, quello di Napoli per il Fianco Sud e quello di Norfolk che si assicura la sicurezza delle rotte transatlantiche, particolarmente in caso di rinforzi dal Nord America all’Europa in caso di escalation con la Russia.”

Allo stesso tempo, Washington “prende il comando Maritime che è un comando di componente, per tutti gli assetti navali, quindi la struttura Nato delle componenti aerea, terrestre e navale sono incrociate con quelle interforze. Perché è importante che dia i comandi inter forze?

“UN SEGNALE MILITARE E POLITICO”

“Non è un normale passaggio di consegne, è un segnale militare e politico del fatto che gli europei stanno già prendendo più responsabilità per la deterrenza e difesa collettiva. Questa responsabilità della struttura Nato funziona a tutti i livelli: più si impiegano assetti, truppe, piattaforme qualitativamente e quantitativamente crescenti, più si ha diritto nella rotazione dei comandi a posizioni apicali”.

IL DISIMPEGNO AVVIATO DA WASHINGTON

“Quindi se nel 1991 l’esercito americano aveva 300.000 unità in Europa e nel 2024 ne aveva 100.000, questa decrescita americana ha comportato già un certo riequilibrio”, spiega Marrone.

Ma quello che cambia oggi, evidenzia l’esperto Iai, è “che mentre negli anni 90, 2000, 2010, tutte le forze armate europee e americane stavano diminuendo gli effettivi, dal 2014 in poi – in particolare dal 2022 – gli europei le hanno aumentate, sia in termini di personale che di mezzi, aumentandone hanno diritto a più comandi che – man mano che andranno in scadenza gli incarichi degli ufficiali al comando – passeranno e rimarranno agli europei”.

Dunque ora tre Joint Force Command saranno guidati da europei: Norfolk dal Regno Unito, Napoli dall’Italia e Brunssum a rotazione, tra Germania e Polonia. “Questo è molto indicativo” afferma l’esperto.

COME STA CAMBIANDO LA STRUTTURA DELLE FORZE NATO IN EUROPA E LA MOSSA ITALIANA

In particolare “oggi la struttura delle forze Nato in Europa sta cambiando con un maggiore pilastro europeo. Per l’Italia è un passaggio molto importante”, mette in risalto Marrone.

“Quando si riducono gradualmente e parzialmente le forze americane, – prosegue il responsabile del programma Difesa, Sicurezza e Spazio dello Iai – in Europa si rendono disponibili delle posizioni di comando che gli stati membri devono essere bravi a individuare e a candidare persone di livello con un ottimo curriculum per ambire a quella posizione”, “L’Italia l’ha fatto con Napoli, ed è un buon risultato, per nulla scontato”.

ALL’ITALIA LA GUIDA DEL JOINT FORCE COMMAND (JFC) DI NAPOLI

Ma cosa significa davvero in termini di peso politico militare e credibilità internazionale per Roma guidare il Joint Force Command – JFC Naples?

“Intanto negli anni scorsi l’Italia ha preso a rotazione un altro comando importante, quello di Brunssum, quando la rotazione era tra Italia e Germania e per Roma c’è andato tra gli altri Salvatore Farina, ex capo di Stato maggiore dell’Esercito e poi consigliere scientifico Iai. Tra l’altro Brunssum sarà la rotazione tra Germania e Polonia ed è la prima volta che la Polonia accede a questo livello di comandi. In tutto ciò rientra il discorso che facevo prima: investendo più risorse e più assetti arrivi a livelli più apicali”, chiarisce Marrone.

GLI EFFETTI

Tornando all’Italia, “bisogna essere consapevoli che la postura Nato è orientata fortemente e prevalentemente alla deterrenza e difesa collettiva rispetto alla Russia. Quindi il fatto di avere un comando sul Fianco Sud non vuol dire, automaticamente, che ci sarà una maggiore propensione a fare operazioni di stabilizzazione, di gestione delle crisi in Nord Africa, in Medio Oriente, in Sahel o in Corno d’Africa”, puntualizza l’esperto dello Iai. Non sarà così.

LA POSTURA NATO RESTA VERSO EST

“La postura Nato rimane orientata – nel concetto strategico, nella dottrina di deterrenza per l’area atlantica, nei piani regionali, nella Forward Presence, il posizionamento avanzato – verso Est”, sottolinea Marrone.

“Il Comando Interforze di Napoli serve in primo luogo per la sicurezza del Fianco Sud, del Mediterraneo come mare, della dimensione underwater, ovviamente dello spazio aereo e quindi di quello che può essere difeso rispetto a una minaccia russa che è indiretta – è meno imminente rispetto al confine terrestre con i paesi baltici” rileva l’esperto.

“Ma non è da sottovalutare in termini di sottomarini russi nel Mediterraneo, che tra l’altro hanno capacità missilistiche in grado di colpire il territorio europeo, attività subacquee contro le infrastrutture critiche sottomarine, cavi internet, cavi elettrici, oleodotti, piattaforme energetiche offshore” rimarca Marrone.

Senza dimenticare – prosegue l’esperto del think tank romano – che “comunque la Russia ha perso il suo ruolo in Siria e in Africa, ma non è uscita completamente dal Medio Oriente né dall’Africa”.

LE CONSEGUENZE PER ROMA DALLA GUIDA DEL JOINT FORCE COMMAND (JFC) DI NAPOLI

Dunque, “il comando di Napoli permette all’Italia di sedere a tavoli militari più elevati, di partecipare meglio alla pianificazione e alla condotta delle operazioni e crea una piramide di alti ufficiali italiani della Nato che favorisce anche nomine future” rimarca Marrone ricordando che “l’Italia ha già ottenuto il Chair of the Nato Military Committee con l’Ammiraglio Cavo Dragone, era già successo con Di Paola più o meno 15 anni fa, quindi c’è già la discreta presenza militare italiana a rotazione a livelli apicali. Quindi la leadership del Comando di Napoli sicuramente la consolida”.

IN TERMINI DI GOVERNANCE

Dopodiché, va tenuto presente che “c’è sempre un dialogo tra struttura militare, quindi International Military Staff, i comandi, e la struttura civile, International Staff, che si occupa della policy. Quindi avere un comando italiano a Napoli permette anche di avere una voce militare italiana che dialoga con quella civile che fa la policy. E questo è molto importante per l’Italia perché Roma per decenni ha contato sulla carica del vice segretario generale della Nato e poi l’ha persa; per anni ha avuto quella dell’Assistant Secretary General e poi l’ha persa”.

L’IMPORTANZA DELLA DEFINIZIONE DELLA POLICY NELLA NATO

“Purtroppo ormai da 5-6 anni – ricostruisce Marrone – l’Italia non vanta più posizioni apicali nella struttura civile e quindi influisce molto di meno sulla policy. Questa è una cosa che il sistema Paese deve recuperare sia nello politico che diplomatico. Non può andare avanti questa sotto rappresentazione italiana, o meglio, può andare avanti ma se continua è dannosissima per il nostro paese”.

Pertanto “avere una migliore rappresentazione militare aiuta, non rimpiazza, perché sono due filoni distinti, però aiuta perché comunque nella riflessione all’interno della Nato c’è una voce italiana in più ad alto livello.”

COSA CAMBIERÀ NELLA CAPACITÀ DI DETERRENZA E RISPOSTA RAPIDA DELLA NATO

Infine, con tutti e tre i Joint Force Command ora guidati da europei, cambia qualcosa nella capacità di deterrenza e risposta rapida della Nato, soprattutto sul fronte est e nel Mediterraneo?

“Secondo me migliora” osserva l’esperto del think tank con sede a Roma, “perché nell’ultimo anno e mezzo ci si è chiesti molto spesso cosa avrebbe deciso l’amministrazione Trump rispetto al proprio ruolo nella Nato? Quindi, dalle ipotesi più estreme, secondo me infondate di un’uscita degli Stati Uniti dalla Nato, all’ipotesi più ottimista – che però è più wishful thinking – che prosegua tutto come prima”. “Ecco, tolti questi due estremi, entrambi infondati, le ipotesi più realistiche sono di una riduzione dell’impegno militare americano della Nato” commenta Marrone.

CON IL DISIMPEGNO USA COMPENSATO DAGLI EUROPEI VERSO UNA NATO PIÙ SOSTENIBILE

In realtà la domanda non è se, ma è quanto. “Se c’è una parziale riduzione e questa riduzione è compensata dagli europei, la Nato è più forte perché è più sostenibile” chiosa l’esperto Marrone argomentando che “non si può pensare che gli Stati Uniti non dedichino più risorse all’emisfero occidentale o all’Indo-Pacifico o semplicemente che non vogliano spendere così tanti soldi dei contribuenti americani per la difesa dell’Europa” chiarisce Marrone.

“Quindi il trend va lì – aggiunge Marrone – però cambia se il trend va verso una parziale riduzione ma comunque un mantenimento della presenza americana o va verso una totale o drastica o affrettata riduzione”.

In conclusione, la guida di questi tre comandi “rende più forte la Nato perché conferma l’ipotesi più probabile di una riduzione parziale, non totale, bensì graduale e concordata. Rimane cioè la capacità complessiva della Nato ma con un pilastro europeo più forte”.

I RISVOLTI POLITICI

Secondo Marrone “tutto ciò è molto importante perché la linea di paesi pragmatici – quello italiano, quello britannico, quello polacco, quello tedesco – mantengono la calma di fronte alle parole inaccettabili di Trump per preservare una sostanza che è una coesione, un funzionamento della Nato, di una Nato più europea, con un pilastro europeo più forte”. E non si tratta solo di un pilastro in termini di “truppe, è un pilastro sempre più delle fasce mediane, delle fasce apicali, quindi è un pilastro che deve anche ragionare come strategia, come interessi europei nella Nato, oltre che interessi nazionali”.

“La guida di questi tre comandi aiuta gli europei a parlarsi dentro la Nato a livello politico-strategico e politico-militare per indirizzare l’Alleanza Atlantica non contro gli Stati Uniti, ma insieme agli Stati Uniti, in un equilibrio nuovo in cui il socio di maggioranza è sempre il socio di maggioranza, ma magari non è il socio di maggioranza assoluta, perché non metterà più due terzi degli assetti come 10 anni fa. Magari è un socio di maggioranza relativa e quindi la dinamica della governance cambia” ha concluso Alessandro Marrone, responsabile del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dello Iai.

 

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