“In oltre 60 anni abbiamo vissuto a Monaco tanti momenti importanti, ma mai un momento decisivo come questo per il futuro dei rapporti transatlantici”. Di fronte ai giornalisti della stampa estera a Berlino, Wolfgang Ischinger ha difeso con convinzione il ruolo e la centralità della Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Impresa ardua, giacchè l’evento che dal 1963 proietta l’Hotel Bayerischer Hof sulla scena mondiale si svolge quest’anno in un contesto internazionale profondamente mutato, nel quale l’Europa appare più esposta e meno incisiva. L’ex diplomatico tedesco, presidente della Conferenza dal 2008, ha rivendicato il valore di un appuntamento che nel 2026 si svolgerà dal 13 al 15 febbraio con una partecipazione record di leader politici e decisori globali.
LA CONFERENZA DI MONACO ALL’OMBRA DEL VERTICE DI DAVOS
Tuttavia, sullo sfondo pesa il confronto con il recente vertice di Davos, dove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha catalizzato l’attenzione mediatica e politica, dettando di fatto l’agenda globale. In questo scenario, la Conferenza di Monaco rischia di apparire, almeno simbolicamente, come un forum più regionale, con un’Europa al centro del dibattito ma marginale nel ridisegno dell’ordine mondiale dominato dalle grandi potenze.
Ischinger, già ambasciatore tedesco a Washington e Londra e figura di riferimento della diplomazia europea, ha ricordato che la Conferenza nacque in piena Guerra fredda, come un piccolo incontro di una trentina di partecipanti, animato da una domanda cruciale: “Come mantenere gli americani in Europa?”. Una domanda che, a suo giudizio, torna oggi di stringente attualità, dopo decenni di trasformazioni geopolitiche e di crisi dell’ordine internazionale.
UN FORUM STORICO NELL’ORDINE GLOBALE CHE VACILLA
Secondo Ischinger, la Conferenza di Monaco resta uno dei pochi luoghi di confronto informale tra attori spesso in contrasto tra loro. “Siamo un forum di dialogo anche tra partecipanti che hanno posizioni opposte”, ha affermato, esprimendo rammarico per l’assenza, anche quest’anno, di rappresentanti del governo russo a causa delle sanzioni. Una mancanza che, a suo avviso, rende ancora più urgente il confronto tra gli altri attori globali su come affrontare “un ordine internazionale che sta andando in pezzi”.
Il Munich Security Report, che verrà presentato tradizionalmente a Berlino il 9 febbraio, costituirà la base analitica della Conferenza. Il documento esamina le relazioni transatlantiche e i principali conflitti aperti, dall’Ucraina a Gaza, passando per l’Iran e diverse aree di crisi in Africa. Ischinger ha invitato i media a leggerlo “con calma” nei giorni precedenti l’apertura ufficiale dei lavori, definendolo una sorta di “rapporto orale sulla situazione del mondo”.
NUMERI RECORD E LA PRIMA VOLTA DI MERZ DA CANCELLIERE
La Conferenza 2026 si annuncia come la più affollata di sempre sul piano dei decisori di alto livello. Sono attesi 21 capi di Stato, 24 capi di governo, oltre 60 ministri degli Esteri e 37 ministri della Difesa, oltre ai vertici di 44 organizzazioni internazionali. “Abbiamo più decisori che mai”, ha sottolineato Ischinger, spiegando che l’obiettivo è stato ridurre il numero complessivo dei partecipanti, privilegiando chi ha reali capacità di decisione: “Meno quantità, più qualità”.
Particolare rilievo avrà la prima partecipazione del nuovo cancelliere Friedrich Merz in questa veste. Ischinger ha riferito che Merz “prende molto sul serio la Conferenza” e ha in programma numerosi incontri bilaterali, dedicando tempo e attenzione all’evento. Un segnale, secondo lui, dell’importanza che il nuovo governo tedesco attribuisce alla politica estera e di sicurezza.
EUROPA TRA MARGINALITÀ E NECESSITÀ DI AGIRE
Uno dei passaggi più critici dell’intervento di Ischinger ha riguardato il ruolo dell’Europa. L’ex diplomatico ha espresso apertamente il suo “disappunto per la marginalizzazione dell’Unione Europea” nei recenti dossier mediorientali. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e le successive iniziative diplomatiche, l’Ue è rimasta “seduta in terza fila, come una pianta in vaso”, una condizione che Ischinger ha definito inaccettabile per un attore che ambisce a contare nello scenario globale.
Stessa preoccupazione è stata espressa per l’Ucraina, alla luce dei colloqui tra russi e americani ad Abu Dhabi, ai quali l’Europa non partecipa direttamente. “Non è positivo che l’Europa non sia stata coinvolta fin dall’inizio”, ha osservato, ricordando l’efficacia, in passato, dei gruppi di contatto come strumento di coordinamento occidentale. A suo giudizio, “l’Europa deve prendere decisioni fondamentali per evitare di essere schiacciata da altre potenze” e deve rafforzare la propria capacità di azione comune.
DIFESA E DECLINO DELLA NATO
Sul piano della sicurezza, Ischinger ha respinto l’idea di una Nato in declino. L’Alleanza, ha spiegato, resta “viva e vegeta”, con circa 80.000 soldati americani in Europa e “un ruolo centrale nella deterrenza nucleare e nelle capacità di intelligence”. Allo stesso tempo, ha riconosciuto che i 27 Stati membri dell’Ue dispongono già di risorse militari significative. La vera sfida è “trasformare “27 piccoli pezzi in una difesa comune più efficace”.
Guardando al futuro, Ischinger si è detto moderatamente ottimista sulla possibilità che nel 2026 si arrivi almeno a una cessazione delle ostilità in Ucraina. “Come diplomatici non possiamo permetterci di essere pessimisti”, ha affermato, precisando che un eventuale ritorno della Russia a Monaco sarebbe possibile solo dopo la revoca delle sanzioni e l’avvio di seri negoziati di pace. Anche se, ha aggiunto, “io appartengo alla schiera di coloro che non vedono alcun segnale da parte di Mosca di voler davvero giungere alla pace, piuttosto la volontà di prendere tempo.
Ha poi velocemente sbrigato la questione AfD, sostenendo che il principale partito di opposizione tedesco non può essere tenuto fuori da un evento di dialogo e confronto e che magari la presenza di alcuni suoi esponenti può avere funzione pedagogica: capire quali sono i meccanismi della politica estera e farsi un’idea più precisa di quali siano gli interessi nazionali. Stesso discorso per la presenza di una nutrita schiera di deputati statunitensi: molti di loro arrivano dai loro collegi elettorali, ha detto, avranno così l’occasione di comprendere che l’Europa non è superflua per i loro stessi destini.
Infine, Ischinger ha confermato che la guida della Conferenza passerà a Jens Stoltenberg, attualmente ministro delle Finanze norvegese, una volta conclusi i suoi impegni governativi. Un passaggio di consegne che avverrà in un momento in cui la Conferenza di Monaco, pur sotto pressione, vuol continuare a proporsi come uno snodo centrale del dialogo internazionale. A febbraio si vedrà se riuscirà a svincolarsi dall’ombra di Davos (e di Trump).




