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EU Space Act, il primo passo verso governance internazionale dello spazio

Dopo la legge italiana sulla Space Economy, la sfida si sposta ora sull’EU Space Act e sulla capacità europea di costruire una governance dello spazio che sostenga innovazione, competitività e sovranità tecnologica. L'intervento degli avvocati Dino Dima, Partner Dla Piper e Amedeo Barbato, DLA Piper

Lo spazio è ormai un’estensione della nostra economia, della nostra sicurezza e della nostra sovranità tecnologica. In ballo non c’è soltanto il primato scientifico, ma la capacità di controllare le infrastrutture che fanno parte della vita quotidiana: comunicazioni, navigazione satellitare, previsioni meteo, gestione climatica, connettività globale Oggi orbitano intorno alla Terra oltre 12.000 satelliti, e quasi due terzi appartengono a operatori statunitensi. È un dato che parla da sé.

Stiamo assistendo a una nuova corsa allo spazio. E questa volta non si gioca solo sul piano scientifico o tecnologico: si gioca sul piano delle regole e l’Italia è stata tra le prime a capirlo. Con la Legge n. 89/2025 sulla Space Economy, approvata dal Parlamento lo scorso giugno, il nostro paese ha compiuto un passo decisivo.

Già l’articolo 1 riconosce lo spazio come crocevia strategico di interessi geopolitici, militari, economici e scientifici. È una definizione che segna un cambio di paradigma: lo spazio non è più una frontiera lontana, ma un’infrastruttura critica che sostiene la nostra economia digitale e la sicurezza collettiva. Attribuire valore giuridico a questa consapevolezza è decisivo. Significa porre le basi per una governance dello spazio che tuteli l’interesse nazionale ed europeo, riconoscendone la natura strategica, e che garantisca regole uniformi all’intero ecosistema.

Il primo equivoco da smontare è che la regolamentazione freni il mercato. Chi opera nel settore spaziale sa che non è così. Le imprese non fuggono dalla regolamentazione: fuggono dall’incertezza. Fuggono dall’assenza di procedure trasparenti, dal rischio di muoversi in un vuoto giuridico che rende impossibile pianificare investimenti a lungo termine, ottenere coperture assicurative adeguate, accedere al credito, costruire joint venture con partner internazionali.

La Legge n. 89/2025 risponde esattamente a questo bisogno: un sistema coerente di autorizzazione per le attività spaziali nazionali, con procedimenti definiti, soglie di copertura assicurativa calibrate sulla rischiosità delle missioni, e un regime di responsabilità che recepisce i principi del diritto spaziale internazionale adattandoli alla realtà operativa contemporanea. Per un operatore significa poter fare impresa sapendo esattamente a quali regole è sottoposto, quali rischi è tenuto a coprire, quali tutele può far valere. L’affidabilità del quadro normativo, per chi investe, vale quanto qualsiasi incentivo fiscale.

Sul piano europeo, il nodo da sciogliere è quello della frammentazione. Gli operatori europei che lavorano nel settore spaziale devono orientarsi tra regole diverse da Stato a Stato: licenze, procedure di procurement, regimi di responsabilità e assicurazione variano ampiamente. Questo mosaico normativo rallenta i progetti, aumenta i costi e rappresenta un ostacolo concreto alla nascita di un vero mercato unico dello spazio. Le conseguenze sono chiare: mentre altri paesi, come gli Stati Uniti, si muovono con un quadro unitario, l’Europa rischia di restare intrappolata nella propria complessità amministrativa.

L’EU Space Act è in questo senso un segnale importante. Per la prima volta l’Europa dice: lo spazio non è più solo scienza, astronauti e satelliti meteo. È business. Quindi mettiamo delle regole comuni. È un po’ come mettere ordine in un condominio dove finora ognuno ha fatto un po’ come voleva. Attraverso l’iniziativa Space Team Europe, la Commissione ha avviato un percorso di armonizzazione che punta a mettere in rete competenze, risorse e regole. Il futuro EU Space Act è un’opportunità unica per completare il tassello mancante: un quadro giuridico unico per licenze, appalti, responsabilità, gestione dei dati, cybersicurezza e detriti orbitali. Non si tratta solo di dettagli tecnici, ma di una condizione essenziale per la competitività europea.

Con una base giuridica solida, l’Europa può costruire un mercato unico e rivendicare un ruolo autonomo nelle grandi alleanze globali dello spazio. Tuttavia, il rischio è preciso: mentre l’Europa discute (giustamente, perché è così che si fanno le leggi), altri, molto più veloci, cominciano a prendersi lo spazio. Letteralmente. Chi arriva dopo ha poca voce in capitolo per cambiare le regole. La storia delle infrastrutture digitali ce lo ha già insegnato una volta. Non possiamo ignorare la lezione una seconda volta.

Per questo l’EU Space Act è utile, ma deve diventare qualcos’altro. Deve affrontare la protezione dei dati in orbita. Deve affrontare la cybersecurity spaziale. Deve affrontare il tema della concorrenza e dei monopoli verticali — tra chi lancia i satelliti, chi li gestisce e chi vende servizi cloud dallo spazio — perché la concentrazione lungo tutta la filiera è un rischio reale, non teorico. Un’infrastruttura critica globale non può essere in mano a pochi soggetti senza regole che garantiscano accesso equo, interoperabilità e tutela degli utenti finali.

Questo vale in modo particolare per le startup e le PMI, che sono la spina dorsale dell’industria spaziale europea e italiana. Sono loro le protagoniste della New Space Economy: nano-satelliti, propulsione innovativa, osservazione della Terra, debris removal, in-orbit servicing. Aziende giovani, ad alto contenuto tecnologico e ad alta intensità di capitale. Per loro, un quadro normativo proporzionato non è una questione burocratica: è una condizione di accesso al mercato. Un regime autorizzativo chiaro significa tempi prevedibili. Un regime assicurativo calibrato significa costi compatibili con la loro struttura finanziaria. Un regime di responsabilità ben costruito significa poter negoziare con i partner, ottenere garanzie bancarie, strutturare accordi con fondi di venture capital o con istituti come BEI e CDP. Senza queste fondamenta, le opportunità restano accessibili solo ai grandi.

Le partnership internazionali sono indispensabili in questo scenario, ma devono poggiare su fondamenta giuridiche chiare: chi detiene la proprietà dei dati? Chi risponde in caso di incidenti in orbita? Come si tutela la proprietà intellettuale in un contesto dove la frontiera tra uso civile e militare è sempre più sottile? Definire queste regole è l’unico modo per garantire che le collaborazioni rafforzino la capacità autonoma europea. Solo con un quadro giuridico coerente si costruiscono alleanze equilibrate, capaci di proteggere interessi industriali, sicurezza e innovazione.

La vera sfida, quella che prima o poi dovremo affrontare, è però capire se serve una governance internazionale dello spazio, come abbiamo costruito per l’aviazione civile e per le telecomunicazioni. Il Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio ha ricordato che chi controlla lo spazio controlla il futuro. Ma il controllo non nasce solo dal possesso dei satelliti: nasce dalla capacità di scrivere le regole che ne governano l’uso. Il cloud orbitale non sarà europeo, americano o cinese. Sarà orbitale. E senza regole condivise a quel livello, il rischio concreto è un Far West digitale.

L’Europa dispone di imprese di eccellenza, di centri di ricerca avanzati e di una tradizione scientifica riconosciuta. L’Italia ha fatto la sua parte con la Legge n. 89/2025. Ora occorre che i decreti attuativi arrivino con la stessa coerenza con cui è stata costruita la legge, e che l’Italia giochi un ruolo propulsivo nel negoziato europeo, portando la propria esperienza come contributo al dibattito comune. Un diritto dello spazio europeo, coerente e moderno, è ciò che può consentire alle nostre imprese di muoversi con rapidità, cooperare oltre i confini nazionali e competere sullo scenario globale. La nuova frontiera non è solo nello spazio. È nelle regole che decideranno chi potrà davvero usarlo e trarne valore. E in quella partita, il diritto europeo può essere il nostro propulsore più potente.

L’EU Space Act è un buon punto di partenza. Ma la maratona deve ancora cominciare.

 

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