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Volkswagen indossa la mimetica per non chiudere altre fabbriche?

Anche se il logo di Volkswagen era assente dai mezzi color verde oliva presentati alla fiera di prodotti per la difesa Enforce Tac, non è sfuggita la partecipazione del Gruppo di Wolfsburg che ha ammesso la produzione di alcuni prototipi all'interno di uno dei suoi stabilimenti a rischio chiusura fino al dicembre scorso attenzionato da Rheinmetall proprio per la realizzazione di veicoli per la guerra, ma le trattative si sarebbero arenate

Non è sfuggito alle agenzie di stampa il fatto che tra gli oltre 1.400 espositori della Enforce Tac, fiera della difesa che ha avuto luogo a Norimberga, ci fosse pure Volkswagen (non ufficialmente: il suo marchio non è apparso né sui mezzi né nell’elenco delle industrie con uno stand) intenta a presentare alcuni prototipi di veicoli realizzati nel suo stabilimento di Osnabrück.

VOLKSWAGEN SI ARMA?

Gli analisti ripetono che la produzione industriale non potrà mai sostituire 1:1 quella civile, che conta tutt’altri numeri per ciò che concerne i veicoli sfornati quotidianamente, ma è ovvio che l’interesse del governo tedesco per il tema e i fondi europei allocati per il riarmo possano costituire una comoda pezza d’appoggio per il costruttore di Wolfsburg in forte crisi che ha già dovuto chiudere nei mesi passati uno dei suoi hub dedicati forse con eccessivo entusiasmo all’auto elettrica.

E ora a traballare è il destino di Osnabrück che con gli impianti di Zwickau ed Emden viene dato da parecchio tempo tra quelli più esposti a una possibile chiusura. Se ne è tornato a parlare di recente a fronte dell’indiscrezione secondo la quale i conti del 2025 starebbero spingendo il Gruppo ad accelerare sul piano dei tagli concordato coi sindacati a fine 2024, ampliandone la portata.

CHE FINE HA FATTO RHEINMETALL?

Ma di Osnabrück si era parlato anche soprattutto perché l’amministratore delegato di Rheinmetall, la maggiore industria tedesca nel campo degli armamenti, aveva detto chiaramente che poteva essere interessato all’acquisizione dello stabilimento così da riconvertirlo alla produzione militare.

Attualmente Armin Papperger, il top manager alla guida della principale azienda della difesa, tace e l’indiscrezione secondo cui Volkswagen avrebbe invece prodotto da sé prototipi sono tutti indizi che lasciano supporre che l’accordo non sia andato oltre, con lo stabilimento che impiega circa 2.300 persone ancora nelle mani del gruppo con sede a Wolfsburg.

Per il momento, quindi, con la fine della produzione della T-Roc Cabriolet nel 2027, resta tutto da definire il futuro industriale dell’hub. La crisi dell’automotive non ha reso oneroso distogliere personale dalle linee civili per la produzione di alcuni modelli di MV.1 color verde oliva, basati sul pick-up Amarok, e di un furgone militare MV.2 realizzato sulla base del Crafter che hanno attratto la curiosità dei giornalisti presenti alla fiera.

COSA HA DETTO VOLKWAGEN

“Negli ultimi mesi, lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück ha sviluppato diversi concept di veicoli e li ha presentati all’Enforce Tac per esplorare potenziali opportunità e prospettive di mercato”, ha ammesso il portavoce dell’azienda in una nota inviata a seguito delle prime indiscrezioni giornalistiche pubblicate dalla rivista tedesca Defence Network che ha riportato per prima la notizia (con tanto di fotografie) poi ripresa da Reuters.

Volkswagen non sarebbe la prima grande casa automobilistica europea che, acciaccata dalla crisi, guarda al settore militare: dopo le anticipazioni dello scorso anno ora a fine gennaio è stato per esempio ufficializzato che la francese Renault collaborerà con la connazionale Turgis Gaillard nell’ambito di un piano fortemente voluto dal governo nazionale per la progettazione e la produzione di droni militari.

Un interessamento che, ripetono gli analisti, può sicuramente consentire di incamerare laute commesse e i favori dei governi ma che non potrà sostituire i volumi della produzione civile, tanto più sul lungo periodo. Le risposte alla crisi, insomma, vanno ricercate altrove se non si vuole issare bandiera bianca all’economia di mercato.

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