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Cacciatorpediniere Giapponese

Tutto sui futuri (super)cacciatorpediniere della marina giapponese

Il Ministero della Difesa giapponese ha chiesto per il prossimo anno fiscale il finanziamento per i due futuri cacciatorpediniere a oggi noti come ASEV (AEGIS System Equipped Vessel), due grandi piattaforme che saranno dedicate in primo luogo alla difesa contro i missili balistici. L'approfondimento di Giovanni Martinelli

La notizia era già stata anticipata dai diversi documenti elaborati dal Ministero della Difesa Giapponese, così come dalle tante indiscrezioni circolate negli ultimi mesi; dunque, nessuna particolare novità. Sennonché, la presentazione della richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2024 ha finito con il costituire comunque un passaggio importante.

Ciò che infatti il Ministero della Difesa Giapponese stesso va a chiedere per il prossimo anno fiscale è il finanziamento per i 2 futuri cacciatorpediniere a oggi noti come ASEV (AEGIS System Equipped Vessel); 2 grandi piattaforme che saranno dedicate in primo luogo alla difesa contro i missili balistici ma che, viste le loro dimensioni nonché capacità, ovviamente poi potranno svolgere anche altre missioni.

Ma prima di entrare nel merito di queste future navi (così particolari) alcuni cenni storici; quanto mai interessanti nel caso specifico. A tal proposito, basterebbe infatti dire che queste ASEV, se tutto fosse andato secondo i piani iniziali, non sarebbero nemmeno mai dovute esistere.

Nei primi anni 2000 il Giappone si trova a fronteggiare la crescente minaccia rappresentata dai missili balistici; in particolare, quelli della Corea del Nord e della Cina. Il Governo di Tokyo stabilisce così che la migliore soluzione per la difesa del Paese da tali missili sarebbe stata rappresentata dalla costruzione di 2 impianti basati a terra e definiti “AEGIS Ashore”.

Di fatto, strutture simili a quella già presente nelle isole Hawaii (a scopo sperimentale), a protezione dell’Europa (in Romania e in Polonia) e che in futuro sarà realizzata anche sull’isola di Guam; così chiamate perché facenti perno sul sistema di combattimento già utilizzato su molte unità navali della Marina americana e di alcune Marine straniere che qui viene invece basato a terra, associando radar per la scoperta dei missili balistici a delle batterie di missili anti-missile.

La differenza di queste strutture giapponesi era però data da due elementi. Il primo rappresentato dalla scelta di un nuovo e più potente radar (l’AN/SPY-7) rispetto a quelli fin qui utilizzati e il secondo dalla adozione dei SM-3 Block IIA; versione aggiornata del Standard Missile SM-3, l’ordigno cioè voluto dalla US Navy in funzione ABM (Anti-Ballistic Missile). La particolarità della versione Block IIA è che essa è stata sviluppata in collaborazione proprio con il Giappone e che, grazie alle proprie prestazioni migliorate, è in grado di ingaggiare non solo i missili balistici a medio e corto raggio ma, anche, quelli intercontinentali.

Di fatto dunque, le due strutture giapponesi sarebbero state le più “potenti” al mondo del loro genere; anche perché si sarebbero andate a integrare con la flotta di navi della Marina Giapponese già adibite allo scopo. Ovvero i quattro cacciatorpediniere della classe Kongo, i due della classe Atago e gli altrettanti della classe Maya che sarebbero entrati poi in servizio successivamente.

Tutto questo in teoria, perché dopo un lungo lavoro di studio e preparazione è solo nel 2017 che arriva la decisione definitiva, con annessa scelta dei luoghi dove sarebbero state situate tali nuove installazioni. Elemento quest’ultimo che fin da subito alimenta polemiche da parte delle comunità coinvolte, con annesse proteste popolari che mettono in evidenza potenziali rischi connessi con tale scelta.

E così, dopo anni di polemiche, nel giugno del 2020 il colpo di scena; il Giappone rinuncia alla costruzione delle strutture “AEGIS Ashore”. Ma siccome le esigenze di difesa dai missili restano intatte, ecco che viene deciso che l’equipaggiamento scelto per  esse (in particolare, i 2 radar AN/SPY-7) sarà comunque acquistato per essere installato invece in altrettante nuove piattaforme navali. Il punto è che dopo mesi di polemiche, di fatto l’intero programma ripartiva quindi da zero; e questo mentre la minaccia cresceva di giorno in giorno. Altrimenti detto, non c’era tempo da perdere.

Non a caso, fin da subito si cominciano a studiare le possibili alternative sulle caratteristiche di queste future navi; scartata fin da subito l’ipotesi di modificare unità già esistenti, un’altra che invece acquisisce rapidamente attenzione è quella (molto innovativa) dello scafo a catamarano. Una simile configurazione infatti, avrebbe dovuto garantire una maggiore stabilità a queste navi; garantendo così migliori capacità operative per la missione ABM.

Questa ipotesi è stata poi scartata ma è comunque interessante ricordare come le ultime indiscrezioni circolate prima delle informazioni ora disponibili, riferissero di una piattaforma da 210 metri di lunghezza e ben 40 di larghezza; il tutto per un dislocamento di oltre 20.000 tonnellate. Valori dunque davvero impressionanti!

Ciò che sappiamo oggi ci restituisce invece un quadro davvero diverso. Le future ASEV saranno infatti navi “tradizionali” (ovvero, monoscafo) ma sempre e comunque dalle dimensioni notevoli; circa 190 metri di lunghezza per 25 di larghezza e un dislocamento a pieno carico che sarà di almeno 14.000 tonnellate. Nonostante questi valori così importanti, significativo il dato relativo al numero degli uomini di equipaggio che dovrebbero essere “appena” 240; che per la Marina giapponese in difficoltà con gli arruolamenti è un dato importante.

Molti altri dettagli di queste piattaforme comunque non sono ancora noti; per esempio, la configurazione e le caratteristiche dell’apparato propulsivo, la suite di sensori al completo (al di là del radar principale AN/SPY-7) e diversi altri sistemi importanti. Quello che invece emerge già oggi a livello di armamento è decisamente interessante; oltre infatti al pezzo di artiglieria principale da 127/62 mm, l’aspetto distintivo sarà rappresentato dalle ben 128 celle di lancio verticale (VLS, Vertical Launching System). Un numero che porrà queste future ASEV sullo stesso piano dei cacciatorpediniere Sudcoreani della classe Sejong the Great in quanto a VLS; ovvero, le unità più “pesantemente armate” fra tutte le Marine Occidentali.

Queste celle di lancio ospiteranno così i già ricordati missili SM-3 Block IIA (e le loro future evoluzioni) per il contrasto dei missili balistici; ma anche i nuovi Standard Missile SM-6 che potranno avere una doppia funzione, anti-aerea ma anche di contrasto della nuova minaccia rappresentata dai missili ipersonici. In queste stesse celle troveranno poi posto anche i missili Tomahawk di recente acquisizione, conferendo alle ASEV anche capacità in chiave di attacco a terra e contro unità navali nemiche; capacità ulteriormente rafforzate dalla presenza di contenitori-lanciatori per missili Type 12 di produzione Giapponese, anch’essi destinati a evolvere nei prossimi anni.

Questi nuovi cacciatorpediniere avranno anche sistemi di difesa di punto così come armi laser per contrastare missili antinave nemici e droni. Oltre ovviamente a una componente elicotteristica e/o di sistemi aerei senza pilota, soprattutto per far fronte alle minacce subacquee. Fermo restando che simili piattaforme, per le loro caratteristiche intrinseche, garantiscono ampi margini di crescita; per esempio, con l’imbarco di missili ipersonici (settore nel quale il Giappone sta già lavorando intensamente).

Quali note finali poi, un paio di aspetti molto importanti. Il primo è che, nonostante la complessità e le dimensioni, per le ASEV è previsto un rapido ingresso in servizio, più precisamente tra il 2027 e il 2028. Il secondo, è quello dei costi; tutto quanto descritto ha inevitabilmente un risvolto economico. Nel senso che le 2 unità in questione avranno costi (piuttosto) elevati: ogni cacciatorpediniere costerà infatti ben 2,7 miliardi dollari, almeno.

 

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