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Che cosa dicono gli ultimi studi che vogliono accelerare sulla mobilità elettrica

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Una recente ricerca di McKinsey e un libro appena uscito ripropongono la necessità di puntare sul settore. L’articolo di Lorenzo Bernardi

Nella filiera dell’auto, in Italia si contano 160mila imprese e 830mila occupati. Secondo una stima diffusa da Legambiente, il nostro Paese potrebbe “catturare quote significative dello sviluppo della mobilità elettrica generando un valore compreso fra 14 e 59 miliardi di euro al 2025 e fra 41 e 180 miliardi al 2030”. Ma occorrono politiche organiche promosse da un governo “capace di visione”.

Sono cifre impressionanti quelle che ruotano intorno alla rivoluzione della mobilità, che cambierà il volto delle nostre città e le vite stesse delle persone. Lo sostengono recentissimi studi di settore, su tutti Green Mobility, uscito a fine marzo per Edizioni Ambiente, che dedica grande spazio al tema della mobilità elettrica privata. Proprio come un altro recente approfondimento, elaborato in questi giorni dalla multinazionale di consulenza strategica americana McKinsey in collaborazione con A2Mac1, fornitore di servizi per il settore auto.

LA MOBILITÀ DEL FUTURO

Parcheggi automatizzati dei veicoli, capsule di trasporto in grado di portarci direttamente dentro casa, l’auto vista sempre meno come bene di proprietà e sempre più come servizio da condividere. La mobilità del futuro porta in questa direzione e lo sviluppo dell’elettrico rappresenta, secondo molti esperti, un passo decisivo che si sta concretizzando proprio ora, ma a cui è necessario dare una spinta pubblica, almeno secondo alcuni degli esperti che hanno contribuito alla stesura rapporto Green Mobility. Parliamo sia di mobilità pubblica ma anche – anzi, in questa fase soprattutto – di quella privata.

I NUMERI

Nel 2017 sono stati venduti nel mondo 1,2 milioni di veicoli elettrici. Ovvero solo l’1% del mercato totale. Eppure, in termini relativi, la crescita è impressionante: +57% rispetto al 2016. “Il trend è chiaro – scrive l’esperto di rinnovabili Gianni Silvestrini nel rapporto Green Mobility – per raggiungere il primo milione di auto elettriche ci sono voluti vent’anni, per il secondo milione 18 mesi, per il terzo 8 mesi. La mobilità elettrica è destinata a imporsi”. Le ragioni sono varie: da un lato, la rapida riduzione dei prezzi, dall’altro gli accordi sul clima per cui, in sostanza, “entro il 2030 devono sparire i veicoli inquinanti, sostituiti da modalità a zero emissioni”. In poche parole si dovrà “decarbonizzare totalmente il settore”.

AUTO ELETTRICA: LO SCENARIO GLOBALE

Parlando di auto elettrica, lo scenario globale è variegato. La Germania, che inizialmente ha puntato sull’idrogeno, sta ora tentando di recuperare sull’elettrico, ma, spiega Silvestrini, è “in forte ritardo”. Il Giappone, che invece ha sviluppato molto le ibride, si sta orientando sull’idrogeno. Negli Usa l’investimento (su tutte, di General Motors) è sull’elettrico, ma qui il leader mondiale resta la Cina, anche per una decisa politica pubblica.

ITALIA FANALINO DI CODA

E in Italia? Le analisi indicano come oggi sulle strade italiane viaggiano 38 milioni di autoveicoli a combustibili fossili. Nel 2017 sono stati venduti appena 1.041 veicoli elettrici, lo 0,1%, e 66mila auto ibride (il 3,4%). Ma pare che le cose stiano cambiando. FCA, dopo un ostentato scetticismo verso l’elettrico, sembra aver cambiato rotta. Silvestrini sottolinea nel saggio “il salto mortale di Marchionne”. “Ancora il 3 ottobre dell’anno scorso – scrive l’esperto – dichiarava che ‘l’auto elettrica è una minaccia all’esistenza stessa del nostro pianeta’. Per poi lasciarsi andare, all’inizio del 2018, alla previsione che ‘nel 2025 saranno elettriche o ibride oltre la metà delle auto vendute’”.

Secondo un altro esperto che ha collaborato al saggio, l’economista Valentino Piana, in Italia occorre “una transizione verso settori a zero emissioni molto più veloce”. La ricetta proposta dal rapporto Green Mobility punta a un potenziamento della mobilità intermodale (car sharing, bike sharing, trasporti pubblici), che riduca entro il 2030 a 18 milioni le automobili circolanti, meno della metà di quelle di oggi. Piana riconosce che “si tratta di valori elevati, specie se confrontati con quelli sostenuti dai costruttori d’auto, ma in linea con le previsioni delle case automobilistiche come Toyota, BMW e Tesla.

COME ATTRARRE GLI INVESTIMENTI?

Secondo Silvestrini il cambio di rotta di Marchionne potrebbe preludere all’ingresso “di qualche innovativo player finanziario/imprenditoriale” nel settore dell’auto elettrica. O anche alla decisione di mettere in gioco “un forte impulso pubblico”. Per cui “è chiaro che risulteranno decisive le scelte del nuovo governo”.

In proposito, paventando il rischio che l’Italia resti il fanalino di coda nel settore, lo studio di Legambiente auspica “governi capaci di visione e di spingere davvero in direzione dello sviluppo delle tecnologie pulite (condizionando) l’entità degli investimenti. I paesi che portano avanti politiche disorganiche non riusciranno a stimolare gli investimenti in misura sufficiente a modificare la loro ‘impronta ecologica’ e probabilmente le future aziende leader del settore green saranno dislocate altrove”.

LA RICERCA DELLA BOCCONI

Nel rapporto si cita una ricerca condotta da Bocconi ed Enel in cui, partendo da un ipotetico investimento pubblico per la conversione del settore auto di 1,15 miliardi in 20 anni, si analizzano tre scenari. Nel primo caso si ipotizzano investimenti pubblici sulle infrastrutture di ricarica delle auto e sugli incentivi all’acquisto di mezzi elettrici. Nel secondo, incentivi diretti alla produzione. Nel terzo scenario, definito “il più interessante”, si prevede la riduzione dei finanziamenti diretti e indiretti per sostenere invece politiche nazionali di investimento in mobilità sostenibile: mobility sharing, mitigazione del traffico e innovazione tecnologica e sociale. Un quadro, quest’ultimo, che porterebbe a solo 4 milioni gli autoveicoli elettrici nel 2035, ma nell’ambito di un aumento della mobilità individuale, integrata con altre modalità di spostamento. Sarebbe questo il quadro in grado di “ottimizzare l’investimento pubblico nel tempi più rapidi”.

COME SI MUOVONO I PRODUTTORI

Sul fronte privato le aziende stanno già ora investendo molto sull’auto elettrica. Nel rapporto di McKinsey si prevede che entro il 2030 le vendite dei veicoli a batteria toccheranno il 20-25% del mercato globale. Ciò può rendere necessario introdurre un approccio alla produzione diverso da quella attuale. Decisivo, dal punto di vista tecnologico, lo sviluppo delle batterie, il vero scoglio tecnico da superare. In particolare sul piano progettuale e industriale, nell’ottica di un contenimento dei costi si evidenzia la necessità di concepire l’auto elettrica come “nativa”, rinunciando ad adattarla ai modelli esistenti.

IL FRONTE OCCUPAZIONALE

Ciò significa ripensare il modello produttivo. Sul fronte occupazionale le previsioni di sviluppo del settore sono discordanti. Secondo Silvestrini, la transazione all’elettrico in Europa porterà nel complesso un aumento netto di oltre mezzo milione di occupati entro il 2030. Ma restringendo l’analisi al solo settore auto l’analisi cambia: solo in Germania sarebbero a rischio 600mila posti di lavoro.

Proprio per questo, sarà decisivo capire dove verrà allocata la produzione e quindi tentare di mantenerla in Europa. Se così non fosse, il saldo occupazionale potrebbe riservare sorprese sgradite.
“In Europa è possibile creare mezzo milione di posti di lavoro sulla mobilità elettrica – ha scritto Gianni Girotto, responsabile programma energia M5S – Ma l’Italia va in retromarcia: fino al 2000 avevamo il record di diffusione di mobilità elettrica in Europa. La vitalità industriale sull’elettrico si è spenta nell’assenza di politiche nazionali e locali coordinate”.

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