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Scuole, trasporti, Pa. Cosa non ha fatto lo Stato nella pandemia per i cittadini

Pandemia

Tutti i settori malati già prima della pandemia che non sono stati curati. L’articolo di Luigi Oliveri per Phastidio.net

 

Egregio Titolare,

tra mutazioni nuove e persistere della pandemia si è compreso che, in assenza di un’immunizzazione con durata di lungo termine, i vaccini attualmente disponibili richiedono in ogni caso misure di sicurezza aggiuntive.

Restano sostanzialmente in piedi i protocolli di sicurezza stabiliti nei mesi scorsi negli ambienti di lavoro ed aperti al pubblico, mentre occorre ancora l’utilizzo delle mascherine e del distanziamento sociale come strumenti di protezione generale dalla malattia.

Si è, tuttavia, compreso anche che mentre comportamenti prudenti, vaccini e altre misure di cautela si sono sviluppati nel corso di questi mesi, altrettanto non può dirsi per azioni essenziali non solo a combattere la pandemia, ma alla convivenza civile.

Ne abbiamo già parlato, Titolare:

Treni, bus, corriere e metropolitane pochi, in ritardo, sovraffollati e sporchi erano e pochi, in ritardo, sovraffollati e sporchi sono rimasti. Il traffico privato convulso, imbottigliato ed inquinante era, convulso, imbottigliato ed inquinante è rimasto.

E alle considerazioni relative ai mezzi di trasporto pubblici, dobbiamo aggiungerne analoghe sugli edifici pubblici: scuole, uffici ed edifici obsoleti, talvolta angusti e comunque privi di impianti di aspirazione e filtraggio dell’area erano, e tali sono ancora.

Problemi preesistenti alla pandemia

Insomma, Titolare, la pandemia ha messo in risalto i problemi che affliggono la “logistica” ed il patrimonio pubblici. Se lo strumento principale di contrasto è il distanziamento sociale, si sarebbe dovuto intervenire con poche direttrici, chiare:

  • aumento del numero e della capienza dei mezzi di trasporto pubblico, bus, treni e corriere;
  • modifica degli orari di lavoro e di servizio degli uffici pubblici, così da limitare il sovraccarico di utenti nei mezzi e sulle strade;
  • installazione degli impianti di aerazione filtrata.

Ovviamente, il tutto è più facile a dirsi che a farsi. L’aumento ed il rinnovo dei mezzi pubblici di trasporto ovviamente costa e costa molto. Non si tratta solo di spese di investimento sugli strumenti (macchine, rotaie, motrici), ma anche di ingenti spese per un maggior numero di addetti alla manutenzione, al controllo e piloti/autisti.

Anche i lavori negli edifici pubblici sono molto onerosi. Nelle scuole, in particolare, a causa della vetustà e spesso fatiscenza delle sedi, problema atavico e mai risolto.

Scuole e trasporto pubblico locale, grandi malati d’Italia

Negli anni più recenti e prossimi all’esplosione (ovviamente imprevedibile) della pandemia, purtroppo si è fatto di tutto per approfondire i problemi. Il trasporto pubblico locale nell’ultimo decennio ha visto una costante contrazione dei finanziamenti a regioni e province; inoltre, sono venuti pesantemente al pettine i nodi delle municipalizzate (si pensi al caso Atac, a Roma) e della loro complicatissima gestione finanziaria. Per quanto riguarda le scuole, solo circa 25 anni fa lo Stato si è disfatto della gestione e manutenzione degli edifici, “affibbiata” ai comuni, fino alle medie, e alle province, fino alle superiori.

Gli enti locali sono subentrati in una realtà gestionale spesso drammatica: lo stato degli edifici era fortemente precario. Ci sono voluti anni ed investimenti per provare a modificare la tendenza, ma quando le province avevano compreso l’importanza delle competenze sulle scuole, nel 2014 si è avviata la più insensata e devastante delle riforme, proprio quella sulle province, che ne ha compromesso i bilanci, tanto da bloccare sostanzialmente i processi di manutenzione e rinnovo degli edifici.

Il fatto è, Titolare, che la situazione di insufficienza di mezzi e corse, e di inadeguatezza di spazi e servizi negli edifici, specie scolastici (ancora in buona parte senza nemmeno certificazione antincendio) era oltre i confini di ogni normalità da ben prima della pandemia.

Questa poteva e doveva essere l’occasione per riorientare spese, investimenti ed obiettivi del decisore pubblico. Allo scopo di garantire un minor affollamento di mezzi ed edifici, si poteva seguire la strada dell’ampliamento dei volumi, della diluizione della loro fruizione e dell’investimento in mezzi tecnologici.

Poche azioni concrete

A fronte di queste scelte tutto sommato ovvie ed obbligate, molte sono state le parole, pochissime le azioni concrete. Piuttosto che scegliere di aumentare spazi e diluire i tempi, a un certo punto si è scelto di diminuire i potenziali fruitori, condizionando la fruizione di spazi e servizi ad una “patente”, nel pieno stile borbonico.

Si è pensato, dunque, di utilizzare il green pass nel ruolo di strumento che consentisse di utilizzare, nella sostanza, mezzi e spazi pubblici disponibili, nella convinzione che, da un lato, la condizione di soggetto vaccinato o guarito o anche recentissimamente soggetto a tampone rendesse sicura la convivenza in spazi ristretti; e che, dall’altro, l’assenza del green pass, escludendo chi per mancanza di vaccino e di controllo mediante tampone si possa considerare a maggior rischio di contagio, potesse comunque in parte ridurre la tensione su mezzi e spazi pubblici.

Invece, quindi, di aumentare l’offerta di spazi e mezzi e di misure tecnologiche di sicurezza, si è puntato sulla patente e sulla riduzione dei fruitori di spazi e mezzi. Ciò risulta maggiormente chiaro col “super” green pass, il cui fine ultimo è all’evidenza proprio escludere quanto più possibile dalla fruizione di mezzi pubblici e di spazi pubblici o aperti al pubblico chi non sia vaccinato. Si prova, quindi, un distanziamento sociale che tenga a distanza in non vaccinati.

Il tutto, poi, condito da non irrilevanti ulteriori contraddizioni: mentre, infatti, appare chiara l’esigenza di insistere sul distanziamento sociale, si è aperta una campagna contraria al lavoro agile, almeno nella PA, il cui risultato è stato certo contribuire ad un maggiore affollamento di mezzi ed uffici, ma anche delle tavole calde protagoniste del Pil al Camogli.

Il ruolo del PNRR

In ogni caso, il virus corre anche tra i vaccinati, come mostra il caso della variante Omicron. Ma, adesso, abbiamo il Pnrr, abbiamo la possibilità di presentare progetti attuativi e di avvalerci nella PA delle migliori professionalità per spendere i soldi e spenderli bene.

C’è un piano di attuazione molto dettagliato e meritorio, ben redatto. Tutto ottimo, le prospettive appaiono oggettivamente comunque buone, i tempi di realizzazione accettabili.

Resta da chiedersi quanto spazio si intenda dare, tuttavia, a progetti banali e semplici, come acquistare più bus, più corriere, più treni locali, aumentare le corse, pulire i mezzi più spesso, mantenerli in ordine e funzionali, assumere autisti e conducenti, assumere controllori in grande quantità (come si possono controllare i green pass sui mezzi locali, se non esiste la figura del controllore?), investire su app per biglietti, abbonamenti e servizi agli utenti; ammodernare realmente le scuole, installare impianti efficienti di aerazione e filtro, investire in informatizzazione, perché didattica a distanza o meno la digitalizzazione non può che essere uno degli elementi fondamentali nella nuova istruzione.

Serve necessariamente, per tutto ciò, il Pnrr? Aiuta, certo. Ma, poiché si tratta di necessità a ben vedere preesistenti alla pandemia che questa ha mostrato in tutta la loro impellenza e crudezza, serve in ogni caso capire che non occorrono solo e necessariamente progetti roboanti o complessi, ma bastano esattamente quelle piccole cose che, trascurate da sempre, obbligano a scelte operative contraddittorie o basate sull’attribuzione di funzioni salvifiche alle “patenti”, come il green pass.

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