Mobilità

Perché in Germania non si brinda troppo per l’alleanza tra Mercedes e Bmw

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L’articolo di Roberto Giardina da Berlino sull’imminente stretta collaborazione tra Mercedes e Bmw 

Alcune imprese, una banca, una casa automobilistica, una fabbrica di dolciumi, a volte hanno un valore che va oltre i semplici dati economici, produzione, profitto. La sempre più probabile fusione tra Deutsche Bank e Commerz già viene vissuta con tristezza dai tedeschi, anche di quelli che non hanno mai avuto un conto nei due istituti. Per oltre un secolo la Deutsche Bank ha fatto parte a suo modo della storia nazionale. Ora le notizie di un’imminente stretta collaborazione tra Daimler e Bmw sono altrettanto deprimenti. Non si tratta di una fusione, come per le banche, ma fino ad ieri non era nemmeno possibile pensare che la casa di Stoccarda e quella di Monaco potessero allearsi. «Mit dieser Kooperation verschwindet auch ein Stück deutscher Seele», intitola Die Welt, con la cooperazione svanisce anche una parte dell’anima tedesca. Un po’ come quando gli alfisti dovettero arrendersi alla realtà, le loro vetture milanesi con il biscione finivano per venir prodotte dalla torinese Fiat. Ma in Germania è ancor più grave, difficile quasi impossibile fare un confronto.

La Volkswagen, cioè la vettura del popolo, la fabbrica voluta da Hitler, controlla la Audi, l’erede della storica Hörch, che produce auto veloci e di lusso, e la Porsche, ma non ha mai imposto regole su come ideare e produrre modelli. La Bmw fabbrica le Mini ma ha sempre rispettato lo stile della utilitaria una volta britannica. Al contrario, da noi, la Fiat ha divorato Alfa Romeo e Lancia, in passato un mito anche per i tedeschi. Risparmiare unificando le produzioni ha finito per danneggiare gloriosi marchi.

Sono quasi alla pari le auto vendute in Germania, 319 mila la Mercedes, 283 mila la Bmw. Insieme producono meno della VW, 643 mila. La Fiat arriva a 83 mila, ma con tutte le vetture del gruppo. La Mercedes vanta una storia più antica, che risale alle fine dell’Ottocento. La casa di Monaco nasce durante la Repubblica di Weimar, nel 1927. Chi ricorda ancora che nel primo dopoguerra, in Italia giungevano tedeschi a bordo di un’Isetta a tre ruote, con il marchio bianco e azzurro della casa bavarese? E il modello era una creazione italiana e i bavaresi comprarono il brevetto. Fino ancora agli Anni Settanta, i tedeschi ammiravano più le nostre Alfa che i modelli concorrenti della Bmw.

La Mercedes ha un fascino più da noi che in patria. Nessuno ad Amburgo o a Monaco si vanterebbe di guidare una Mercedes, l’auto di chi ha fatto i soldi ma anche dei tassisti. Il sogno dei nostri immigrati era di comprarne una, di seconda o di terza mano, con cui tornare per le vacanze fino in Sicilia, e poterla mostrare a amici e parenti. Un simbolo di successo. Come gli immigrati turchi che attraversavano in estate tutti i Balcani con la loro vecchia Mercedes per giungere in patria. Ottimi modelli, ma senza fascino per i tedeschi. Mercedes o Bmw, ricorda il quotidiano, come due partiti politici, o due religioni, due stili di vita: «I loro guidatori sono differenti come le loro auto… Chi guida una Mercedes vota con quasi assoluta sicurezza Cdu, chi si mette al volante di una Bmw a volte appartiene al cento medio, con ambizioni di scalata sociale.» Ha altri valori sociali.

Negli Anni Settanta e Ottanta si guidava la Bmw con aggressività, come si comportavano sul lavoro. Da una parte, continua il quotidiano, gli svevi solidi, con i piedi per terra, dall’altra gli ambiziosi bavaresi sicuri di sé. Il resto del paese guardava ai due gruppi con indifferenza, tedeschi soddisfatti del loro Maggiolino, o di una Opel o di una Ford. Chi preferiva la Mercedes era un normale borghese, o uno che voleva diventarlo, chi sedeva al volante di una Bmw era più imprevedibile. Come essere della Juve o dell’Inter, o del Milan. Nella Torino dei miei Anni Sessanta si guardava come a un traditore che comprava un’Alfa o una Lancia. La Fiat era la patria sabauda.

Chi faceva parte o riteneva di farne della élite culturale, comprava una vettura francese o svedese o inglese, perfino italiana. Guidare una Lancia o una Duetto, quella che appare nel film Il laureato, era un chiaro segnale di indipendenza, nei gusti e nelle idee politiche. Bmw e Mercedes erano «typisch deutsch», la stella della Daimler ruotava sugli edifici più alti a Bonn o nella Berlino divisa dal muro, un simbolo della nuova Germania, che non si poteva ancora concedere un orgoglio nazionale dopo la guerra. «Eravamo una Autorepublik», conclude Die Welt, e la prima al mondo. Ed ora con l’intesa tra Bmw e Mercedes, finisce un’era.

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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