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Federturismo sperona Conte sull’industria nautica

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Ecco le richieste di Federturismo-Confindustria per l’industria nautica contenute nel documento inviato alla task foce di Colao e alla presidenza del Consiglio. L’articolo di Claudia Luise

C’è un’eccellenza del made in Italy, a volte dimenticata, ma che invece in questo momento ha tutte le caratteristiche per diventare un banco di prova dove sperimentare le misure di contenimento. È l’industria nautica. Basta guardare gli elementi che caratterizzano la produzione della cantieristica nautica, infatti, per comprenderne le specificità che potrebbero essere preziose durante la fase 2.

La prima è la bassa densità popolazione dei siti produttivi e l’assoluta prevalenza di dipendenti di prossimità che utilizzano il mezzo privato per recarsi al lavoro. I cantieri, inoltre, sono concentrati in piccoli centri abitati e sono stati adottati nuovi modelli organizzativi del lavoro già prima dei provvedimenti di chiusura. Il comparto ha 22.000 addetti — con grandi poli in sei diverse Regioni — attiva una filiera di 183.624 occupati, con circa 10.000 nuove assunzioni nel 2019, per un valore aggiunto di poco inferiore a 12 miliardi di euro nel 2019. Al totale degli addetti fanno fronte 18.402 unità locali di produzione, la media della filiera è quindi di 10 addetti per azienda.

Pur essendo industria, la nautica segue le regole stagionali del turismo, quindi da aprile a luglio sono i mesi cruciali per le vendite. Per questo, spiega Federturismo in un documento inviato alla task force guidata da Vittorio Colao e al governo, “può ridurre il battito, ma non può permettersi di fermare il proprio cuore industriale a causa delle sue caratteristiche strutturali, pena l’implosione”. In questo caso, il ritardo nelle consegne non consentirebbe di completare il ciclo produttivo del prossimo anno e di evadere gli ordini di aprile e maggio 2021, pregiudicando — oltre quello in corso — anche il prossimo anno.

Da qui l’idea di elaborare un piano che si basa su tre assi, oltre all’immancabile richiamo al protocollo di sicurezza e all’uso dei dispositivi di protezione. Il primo è l’apertura parziale che potrebbe interessare la sola cantieristica, uno stimato 40% delle aziende delle forniture connesse (non lavorano solo per la nautica) e le manutenzioni/riparazioni.

Mentre sarebbero rimandate alla “fase 3” il commercio e il charter, cioè l’apertura di oltre il 30% delle aziende della filiera, in particolare tutte quelle che comportano il contatto con il pubblico.

Il secondo è il ridotto numero di lavoratori coinvolti in quanto dei 10 principali centri della cantieristica per numero di addetti (Viareggio, La Spezia, Pesaro, Avigliana, Ancona, Napoli, Gorizia, Massa Carrara, Genova, Forli) tutti sono in piccoli centri fra i 50.000 e i 100.000 abitanti con le due eccezioni delle città di Napoli (complessivamente 1.005 addetti della cantieristica) e Genova (complessivamente 631 addetti della cantieristica).

Quindi, per Federturismo, “data la contenuta dimensione dei centri abitati e quella di piccola impresa della maggioranza delle aziende del settore, si tratta comunque di dipendenti di prossimità che usano il mezzo privato per raggiungere l’azienda”. Inoltre nella maggioranza dei casi, si tratta di addetti di età inferiore ai 55 anni. Il terzo punto è la geolocalizzazione a basso rischio delle attività che sono situati in aree relativamente poco colpite dal contagio.

Quindi Confindustria Nautica ha proposto un protocollo di sicurezza che prevede, tra i vari punti, turni della durata di 6 ore per 6 giorni alla settimana, con sanificazioni al cambio turno e settimanali. Maggiori difficoltà ci sono invece per i charter. Il personale di bordo dovrà avere una certificazione sanitaria e da questo deriva la necessità di eseguire tamponi costanti o test, l’imbarcazione dovrà essere sanificata costantemente e a ogni cambio di clientela la pulizia dovrà essere più approfondita, il costo del personale di bordo è altissimo e quindi l’assunzione di comandanti ed equipaggi sarebbe una spesa a grande rischio nel caso l’imbarcazione non venisse noleggiata per un periodo almeno sufficiente a sostenere tutti gli oneri e per lasciare un minimo profitto che permetta di sostenere poi i costi invernali di manutenzione e rimessaggio dell’imbarcazione stessa. Tutto questo nella speranza di recuperare i costi ma senza nessuna possibilità di guadagno.

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