Mobilità

Fca, ecco le ultime sbandate e le prossime mire

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Al prossimo giro di valzer del consolidamento del settore Fca si presenterà come la società che sinora ha ricevuto solo no. E giocoforza avrà sempre meno potere al tavolo delle trattative. L’approfondimento di Luciano Mondellini

 

Il modo, tumultuoso, con cui sono fallite le trattative per la fusione tra Fca e Renault avrà conseguenze che almeno nel medio-breve termine non si limiteranno ai rapporti tra le due case coinvolte. Il comunicato, voluto espressamente dal presidente del Lingotto John Elkann, con cui alle ore 1,21 di giovedì 6 giugno la casa torinese ha ritirato la proposta di fusione, era infatti un j’accuse ben indirizzato ai continui tentennamenti dello Stato francese, primo azionista di Renault con il 15%, circa la conclusione dell’operazione. Indecisioni legate alle pressioni crescenti da parte dell’establishment politico e finanziario francese circa la fusione (non ultima il bel risultato del partito Rassemblement National di Marine Le Pen alle recenti elezioni europee). Ma soprattutto, come riportato da questo giornale e da gran parte della stampa internazionale, relative allo scetticismo di Nissan (casa alleata di Renault in base a uno scambio azionario).

Come riportato da Mf-Milano Finanza settimana scorsa da Parigi, chiunque avesse parlato con esponenti dell’establishment politico-finanziario parigino nei giorni successivi la pubblicazione della proposta di fusione (lunedì 27 maggio) sapeva che in Francia il governo avrebbe potuto accettare la fusione con Fca solo a patto di non mettere a rischio l’alleanza con Nissan che all’intesa con la casa francese garantisce la gran parte dei ricavi e le tecnologie più avanzate in termini di auto autonome ed elettriche. (Tesi peraltro confermata dall’intervista concessa dal ministro dell’economia francese Bruno Le Maire a Le Figaro all’indomani della rottura delle trattative).

IL COMUNICATO DI ELKANN POCO GRADITO ALLA FRANCIA

Quel che certo che il comunicato notturno di Elkann non è piaciuto ai piani alti della politica francese. E questo non può non avere conseguenze nel breve-medio periodo. Se infatti c’è chi pensa che ci possa essere ancora margine per una ripresa delle trattative tra Fca e Renault questa possibilità comunque dovrà attendere quantomeno che in Francia si spengano i bollori per la reazione di Elkann. Non a caso Oltralpe danno quasi per certe le dimissioni (volute o indotte) di Jean Dominique Senard, il presidente di Renault che aveva imbastito con Elkann la fusione con Fca.

INCONTRI E CENE

E la cosa vale anche per Psa Peugeot-Citroen, l’altra storica casa automobilistica francese che nei mesi scorsi aveva rifiutato gli abboccamenti velati con il Lingotto. Infatti sebbene i rapporti tra la dinastia Agnelli-Elkann e la famiglia Peugeot siano ottimi tanto che domenica 2 giugno John Elkann era a cena con Robert Peugeot in un noto ristorante parigino, anche il gruppo del Leone ha nel suo capitale l’Eliseo che nel 2014 entrò nell’azionariato pareggiando la quota (12,2%) della famiglia fondatrice e dei cinesi di Dongfeng.

I PROSSIMI PASSI DI FCA

E allora? Dopo il tramonto delle nozze con Renault quale sarà la prossima mossa di Fiat Chrysler? Ufficialmente la risposta è contenuta nella notturna con cui il Lingotto ha reso pubblica la rottura delle trattative con la Règie. «Fca continuerà a perseguire i propri obiettivi implementando la propria strategia indipendente», si legge nell’ultima riga del comunicato della casa automobilistica italo-statunitense. Così come d’altronde è stato ripetuto dal presidente John Elkann nella lettera invitata ieri ai dipendenti nel pomeriggio del 6 giugno, che pur apre a «opportunità di ogni tipo». Ma «perseguire il piano industriale» è stato il mantra che i dirigenti del Lingotto hanno ripetuto meccanicamente sempre nel corso degli ultimi 12 mesi (da quando cioè, il 1° giugno del 2018, Sergio Marchionne presentò il piano industriale al 2022), mentre però nello stesso periodo ssottotraccia hanno trattato prima con Psa e poi con Renault, non riuscendo in entrambi i casi a combinare le nozze.

CHE COSA SUCCEDERA’ DOPO IL FALLIMENTO DELLA FUSIONE CON RENAULT

Insomma il mantra, che già non risultava tanto credibile alle orecchie degli osservatori, vista la necessità del Lingotto di condividere costi e investimenti con una casa partner, appare ora ancora meno convincente. Dopo l’affaire Renault il re ora è nudo e tutti sanno che Fca sta cercando marito proprio nel momento in cui i possibili candidati sono sempre meno. Con il tramonto delle opzioni transalpine targate Psa Peugeot-Citroën e Renault sembrano essere molto in salita anche le strade che portano a Volkswagen o Ford, visto che il colosso automobilistico tedesco e quello statunitense lo scorso autunno hanno annunciato una partnership strategica pluriennale tra loro.

LE PROSPETTIVE PER FCA

Alla fine in un gioco ad eliminazione, per Elkann l’opzione più percorribile appare quella della casa coreana Hyundai-Kia, che potrebbe vedere con favore una partnership con il Lingotto sia in Europa che nelle Americhe. Con 115 miliardi di fatturato nel 2018, Fca è infatti particolarmente forte nell’America del Nord, dove l’anno scorso ha venduto quasi la metà dei 4,8 milioni di veicoli prodotti annualmente e soprattutto ha realizzato 6,2 miliardi di ebit suo 7,2 miliardi registrati globalmente.

LO SCENARIO HYUNDAI

Inoltre ha una presenza radicata nell’America del Sud e in Europa mentre vende poco, invece, in Asia, dove perfino il tentativo di spingere il marchio Jeep ha avuto poco successo in Cina, il mercato più importante del mondo. Al contrario Hyundai Motor Group (90 miliardi di dollari nel 2017), come la sua controllata Kia, è al contrario molto forte in Oriente dove piazza circa la metà dei suoi 4,9 milioni di auto vendute (a cui si aggiungono i 3 milioni della Kia). Però solo il 18% della sua produzione va negli Usa e appena il 13% in Europa. Quindi i due gruppi Fca e Hyundai sarebbero perfettamente sovrapponibili per aree geografiche.

LA SECONDA ALTERNATIVA: GM

Una seconda alternativa per il presidente di Fca potrebbe essere quella di ripercorrere quel percorso che Sergio Marchionne intraprese invano e tornare a bussare alla porta di General Motors. La casa di Detroit è una public company che potrebbe essere interessata a ridurre i costi sul mercato a stelle e strisce. Invece eventuali operazioni con case cinesi, che potrebbero aprire a Fca il maggior mercato automobilistico del mondo, sono ritenute poco opportune sin tanto che Donald Trump resterà alla Casa Bianca. L’attuale presidente americano difficilmente darebbe il suo assenso a un’operazione che potrebbe consegnare in mani cinesi un’azienda che fa gran parte dei ricavi negli Usa e che soprattutto è stata salvata dai contribuenti statunitensi non più tardi di un decennio fa.

Intanto quel che è certo è che al prossimo giro di valzer del consolidamento del settore Fca si presenterà come la società che sinora ha ricevuto solo no. E giocoforza avrà sempre meno potere al tavolo delle trattative.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

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