Advertisement skip to Main Content

Ecco come Uber sfreccia sul Corriere della sera

Su Uber cortocircuito fra comunicazione, pubblicità e giornalismo? La lettera di Claudio Trezzano

Caro direttore,

ti scrivo questa lettera perché ho uno spunto di riflessione curioso da sottoporti, individuato tra le pieghe del Corriere della Sera.

Sfogliandolo come di consueto al bar, addentando il mio cornetto, ho notato – impossibile non notarla, visto lo sfondo nero – la nuova “pubblicità” a tutta pagina di Uber. E virgoletto pubblicità perché non è certo uno spot vero e proprio, quanto più un tentativo di esercitare pressione sul decisore politico. Tutto legittimo, beninteso. Te la allego.

corriere uber

Il claim recita: “Per leggere questa lettera impiegherete circa 2 minuti, forse tra qualche mese per prendere un Uber iin Italia dovrete impiegarne 60”. Nel corpo del testo viene spiegato che “Il tempo di attesa medio per una corsa Uber in Europa è di 5 minuti, ma secondo una nuova legge che potrebbe entrare in vigore tra qualche mese il tempo obbligatorio di attesa per un utente sarà di 60 minuti”. E, ancora “Perché a Roma o Milano le persone devono aspettare 55 minuti in più per la corsa rispetto a Parigi o Madrid? Gli italiani meritano di più. Meritano di vivere in città meno trafficate e con maggiori, non minori, opzioni di mobilità”.

Lo spazio pubblicitario acquistato da Uber per la sua “lettera aperta” indirizzata agli italiani vede in calce la firma di Lorenzo Pireddu, General Manager di Uber Italia.

Tutto condivisibile. Sfido chiunque a criticarli, a meno di appartenere alla lobby dei tassisti (mi spiace criticarli, ho anche un caro amico che fa quel lavoro e che ultimamente a Milano è stato rapinato due volte facendo il turno di notte che nessuno vuol più coprire, ma si sono resi ormai indifendibili, così caparbiamente attaccati al loro corporativismo, sempre pronti a paralizzare l’Italia al primo segno di liberalizzazione).

Però leggendo quello spot ho avuto una fastidiosa sensazione di déjà vu: dove avevo già letto le medesime opinioni, scritte persino nello stesso modo? Non c’è voluto tanto per scoprirlo: 24 ore prima, sullo stesso giornale, andava infatti in pagina questo pezzo: “L’ad mondiale di Uber Khosrowshahi: «L’Italia mette fuorilegge gli Ncc, con i nuovi limiti sarà il caos nelle città»”, firmato da Federico Fubini, firma di punta della redazione di via Solferino, sempre piacevolissimo da leggere.

E infatti, innegabilmente, l’intervista è piena di spunti utili per riflettere sull’assenza di norme realmente liberali nel nostro Paese con una situazione che, soprattutto nella categoria dei trasporti, finisce per penalizzare la concorrenza, dando ai tassisti tutto quello strapotere corporativistico che ben conosciamo. Del resto ce li ricordiamo tutti gli enormi disagi della scorsa estate, con le file lunghissime fuori da stazioni e aeroporti.

Qualcosa è cambiato?

Il governo, pavidamente, se ne è lavato le mani. Il decreto Salvini ha posto il tetto del 20% sulle nuove licenze e con la procedura accelerata si fa ripartire tra i tassisti il 100% dell’incasso. La patata bollente è finita alle amministrazioni cittadine che ripetono come un mantra che bisogna aumentare le licenze, ma poi o non fanno i bandi (e i richiami dell’Antitrust finiscono puntualmente nel vuoto) o quando li fanno vanno deserti. E puntualmente sono osteggiati dalla categoria. A Milano il bando per 450 nuove licenze a 96mila e 500 euro l’una con sconti per chi acquista auto che possano caricare invalidi e per chi si impegna a coprire i turni notturni e del weekend per un lustro avrebbe dovuto portare nelle casse 39milioni di euro, da ripartire tra i tassisti (per un ‘risarcimento’ anche se non si capisce bene da cosa da 8mila euro a taxi già in circolazione). Ma i tassisti hanno subito fatto ricorso al Tar lamentando che vent’anni fa le loro licenze costavano 160mila euro, mettere a gara le nuove a 96mila deprezzerebbe le loro, dunque o si vendono allo stesso prezzo, o niente.

Sempre il Corriere, che per fortuna nell’ultimo periodo sta assestando qualche bordata alla lobby delle auto bianche, il 4 marzo scorso denunciava che al momento le chiamate inevase ogni mese sono oltre 1 milione e trecentomila solo nella capitale.

Qui, direttore, non si dovrebbe nemmeno parlare di liberalizzazioni: se la domanda è superiore all’offerta e chi è in quel settore non riesce a stare dietro all’utenza, l’aumento di nuove auto non inciderebbe affatto sui guadagni di chi è già in strada. Non si aumenta la concorrenza, si soddisfa a mala pena l’utenza. A Milano ci sono circa 5mila licenze e 500 mila chiamate ogni mese che vanno a vuoto. A Roma i 7.692 taxi non rispondono a 1,3 milioni di chiamate e non potrebbe essere altrimenti: la disparità tra questi numeri è immensa.

Scusa se mi sono dilungato. Ma non vorrei mai apparire, con quanto segue, a favore dei taxi e contro un mercato animato dai sani principi della concorrenza. Torno però alla questione della mia letterina.

E dunque torno all’intervista di Fubini a Dara Khosrowshahi, n. 1 mondiale di Uber. Ti leggo qualche stralcio: “La scorsa settimana il ministero dei Trasporti ha annunciato l’intenzione di mettere sostanzialmente fuori legge il trasporto a chiamata in Italia, con un decreto che imporrebbe agli Ncc di aspettare un’ora prima di prendere un passeggero, anche se l’autista è a pochi metri. In Europa in media il tempo è di circa cinque minuti. Con questa nuova legge, il tempo obbligatorio di attesa in Italia sarebbe di 60: il 1.100% in più rispetto alle controparti europee. Perché i romani devono aspettare 55 minuti in più rispetto ai parigini o ai madrileni?”

Insomma, si legge Dara Khosrowshahi, ma forse si pronuncia Lorenzo Pireddu, perché i due stralci sono perfettamente identici. Ora, fingiamo di ignorare per un momento che il Corriere ha fatto questa intervista al Ceo di Uber senza sapere che il reparto vendite stava chiudendo sempre con Uber un contratto per ospitare le sue pubblicità in pagina, ma non esce una bella immagine, né per la testata, né per Uber, avere lo stesso identico messaggio prima come intervista al Ceo mondiale e poi come messaggio spot firmato dal Country Manager Italia.

Certo, il referente nazionale avrà spiegato al suo amministratore delegato la situazione, dandogli le giuste coordinate per intervenire con competenza, ma qualcosa stride e uno dei due deve aver fatto da ghost writer all’altro.

Un cortocircuito – positivo?, negativo?, ah saperlo – fra pubblicità, comunicazione e giornalismo.

Ciò comunque non ci distolga da un punto: il messaggio di Uber è prezioso per chi vuole vivere in un Paese realmente moderno, che offra a tutti servizi accessibili e magari a un prezzo calmierato dalla competizione. Non importa chi lo dice. O forse un po’ sì.

Un caro saluto,

Claudio Trezzano

Ps: la pubblicità di Uber è comparsa anche su Repubblica, Sole 24 ore e Messaggero, leggo dal profilo Linkedin di Pireddu.

Back To Top