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Cosa sappiamo sul dieselgate nipponico di Toyota Hino

Hino

Si allargano le dimensioni del dieselgate che sta travolgendo il costruttore di mezzi pesanti Hino, imbarazzando non poco Toyota. Le nuove sospensioni a seguito di ulteriori indagini interessano 76mila veicoli commerciali prodotti dall’azienda giapponese. Fatti, numeri e indiscrezioni

C’è già chi parla, in merito, di un nuovo dieselgate, uno scandalo destinato a montare e scoppiare questa volta in seno al Sol Levante e non più nel cuore dell’Occidente. Quel che è certo, è che ancora non si conoscono i contorni della vicenda che sta creando non pochi imbarazzi a Hino Motors Ltd, produttore di camion e autobus ma soprattutto alla casa madre controllante, la ben più nota Toyota, che da subito ha preso le distanze circa le condotte che hanno portato la realtà guidata dal CEO Yoshio Shimo a falsificare i dati per anni, forse decenni. I confini dello scandalo, del resto, continuano a espandersi, tant’è che la stessa azienda ha annunciato altri stop alle spedizioni di veicoli all’estero.

IL DIESELGATE NIPPONICO IN NUMERI

Nelle passate settimane, Hino aveva bloccato l’invio di autocarri di medie e grandi dimensioni destinati all’export dopo che i media giapponesi avevano iniziato a interessarsi alla vicenda. Il costruttore aveva richiamato 47.000 veicoli fabbricati tra l’aprile del 2017 e il marzo 2022, precisando che avrebbe dovuto, in totale, chiedere il rientro di circa 70mila vetture.

Anche Toyota era dovuta intervenire su 3.000 modelli che montavano i medesimi propulsori. Il ministero dei Trasporti, dal canto suo, aveva immediatamente revocato l’omologazione dei motori per i quali erano stati falsificati i dati, bloccando così ogni operazione. Ora, si apprende, le nuove sospensioni interessano altri 76mila veicoli commerciali di piccole dimensioni prodotti dall’azienda.

COSA È STATO SCOPERTO FINORA

L’indagine, secondo quanto ha ricostruito la stampa giapponese, è stata avviata dopo che Hino ha ammesso di aver mentito sui dati relativi alle emissioni e al consumo di carburante di quattro dei suoi motori turbodiesel per mezzi pesanti. L’ammissione della divisione veicoli industriali di Toyota (50,1% del capitale) non era però completa, tant’è che la prosecuzione dell’inchiesta ha fatto venire a galla episodi di falsificazione risalenti all’ottobre 2003, mentre quelle sui consumi sarebbero iniziate nel 2005. L’azienda, invece, aveva detto che andavano avanti dal 2016. Il tutto, secondo quanto emerso dai lavori della commissione d’inchiesta esterna voluta dallo stesso costruttore e guidata da un ex magistrato, Kazuo Sakakibara, già procuratore capo del distretto di Osaka, per non scontentare i vertici.

COSA SUCCEDEVA IN HINO?

Qui la vicenda inizia a farsi particolarmente torbida, perché nemmeno il pool guidato dal giurista sembra essere riuscito a comprendere a quali livelli la rigida struttura dell’azienda fosse realmente consapevole dell’esistenza di questi dati taroccati. Si è partiti ipotizzando che gli ordini arrivassero dall’alto, si è finiti teorizzando che l’iniziativa sia partita dal basso, dai tecnici.

È stato proprio l’ex procuratore a spiegare che, nell’azienda, il clima, fortemente gerarchizzato come all’interno di ogni realtà nipponica, fosse particolarmente malsano, avvelenato dalla paura del superiore che avrebbe portato “le persone a non poter ammettere ciò che non sono in grado fare”, per usare le parole dello stesso ex pubblico ministero. Una vita aziendale asfittica, prigioniera “dei successi passati”, tanto da impedire alla società di “guardare a se stessa in modo obiettivo”. E, soprattutto, superiori che continuavano a spingere perché l’azienda crescesse ancora, a livello nazionale e non solo.

Da lì sarebbe conseguita una “insicurezza psicologica” collettiva, che non avrebbe permesso ai subordinati di ammettere che taluni obiettivi posti dalla direzione andassero al di là della loro portata. Fossero, insomma, irraggiungibili, Perciò, avrebbe concluso la commissione esterna, la scelta di manipolare i dati relativi a emissioni e consumi di quattro motori a gasolio sarebbe stata dettata dall’incapacità degli ingegneri di raccontare ai superiori quale fosse la realtà.

Non sappiamo se la spiegazione sia plausibile (conoscendo l’incredibile aziendalismo che alberga nei giapponesi, potrebbe) oppure se serva solo a manlevare i vertici da ogni responsabilità. Sta di fatto che, frattanto, Satoshi Ogiso, presidente di Hino Motors, si è dovuto profondere in numerosi inchini di fronte ai cronisti aggiungendo di aver ricevuto una lavata di capo dal numero uno di Toyota, Akio Toyoda, infuriato come non mai, che gli ha ricordato che la cattiva condotta di Hino Motors ha tradito la fiducia di stakeholder, dipendenti, clienti e fornitori. E questo, visto l’alto senso dell’onore nipponico, è senz’altro peggio di qualsiasi crollo in Borsa. Ora occorrerà lavorare sodo per lavare l’onta.

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