Mobilità

Perché Bmw e Daimler sgommano per il taglio delle tariffe cinesi alle auto

di

Bmw

L’articolo di Andrea Pira, giornalista di Mf/Milano Finanza, sullo stop and go fra Cina e Usa su tariffe, commercio e auto

La Cina ha mantenuto l’impegno di ridurre le tariffe sulle importazioni di automobili. Una mossa presentata come una nuova misura per «espandere il processo di riforme e apertura» e allo stesso tempo come un gesto di distensione nel momento in cui è giunta una tregua nella guerra commerciale che negli ultimi mesi ha rischiato di deflagrare tra la Repubblica Popolare e gli Stati Uniti.

L’ANNUNCIO CINESE

Come annunciato dal ministero delle Finanze, le tariffe sui veicoli scenderanno dal 25% al 15%, mentre i costi su alcuni componenti e parti di auto saranno portati al 6%. «Tariffe relativamente più basse» erano state promesse ad aprile dal presidente Xi Jinping nel corso del Bo’ao Forum, la cosiddetta Davos d’Oriente.

IL CONTESTO USA-CINA

Il provvedimento va di pari passo alla rimozione dell’obbligo per le case automobilistiche straniere che intendono produrre in Cina di formare joint-venture al 50% con partner locali. Non a caso, notano gli analisti, la vera riduzione si è avuta nell’importazioni di parti, così da poter rafforzare il ruolo della Cina nell’assemblaggio e per far sì che i marchi stranieri mantengano gli impianti nel Paese.

CHI PUO’ BENEFICIARE DAL PASSO CINESE

Bmw e Daimler sono tra le aziende che dovrebbero trarre i maggiori benefici. Non a caso il provvedimento arriva alla vigilia dello sbarco a Pechino della cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha già fatto sapere di essere pronta a sollevare il tema della reciprocità di accesso al mercato nei colloqui con Xi e con il premier Li Keqiang.

I TIMORI DELLA GERMANIA

In Germania sono forti i timori per le acquisizioni cinesi. Ma la dirigenza comunista intende garantirsi il sostegno di Berlino nella partita commerciale che la oppone all’amministrazione Trump. Al momento le prime due economie al mondo hanno raggiunto una tregua suggellata durante il viaggio a Washington del vicepremier Liu He.

I PROSSIMI INCONTRI

L’imminente incontro con il leader nordcoreano Kim Jong Un, fissato per metà giugno a Singapore, può aver spinto Donald Trump ad abbassare i toni nei confronti di Pechino. Dopo i segnali di distensione seguiti al vertice inter-coreano del 27 aprile, Pyongyang ha messo in dubbio il faccia a faccia con il presidente statunitense per via di alcune dichiarazioni del consigliere per la Sicurezza John Bolton (ora coinvolto anche nelle trattative con i cinesi) riguardo una soluzione libica per la denuclearizzazione della Corea del Nord.

LO STATO DELL’ARTE

Ecco perché, per avere la Cina dalla propria sul fronte coreano, i colloqui con la delegazione guidata da Liu sono stati diretti dal segretario al Tesoro Steven Mnuchin, un moderato contrapposto al consigliere per gli Affari Commerciali Peter Navarro, fautore della linea dura contro la Cina.

CHE COSA HA DETTO IL WALL STREET JOURNAL

Risultato: secondo quanto riporta il Wall Street Journal, si sarebbe vicini a un accordo per rimuovere il bando della vendita di componenti tecnologici a Zte. Il colosso delle telecomunicazioni dovrà comunque pagare una multa da circa 1,1 miliardi di dollari e cambiamenti nel board, in quanto accusato di aver fornito sistemi all’Iran.

LA NOTIZIA DEL FINANCIAL TIMES

Secondo quanto rivela il Financial Times, questa sarebbe stata una delle condizioni poste da Liu He prima del viaggio a Washington.

LO SCENARIO

Ma la pace sul produttore cinese di telefonini e apparati di rete ha scatenato il fuoco amico di parte dei repubblicani, su tutti il senatore Marco Rubio, pronto a far partire la fronda nel Congresso contro ogni cedimento su Zte. In cambio Pechino avrebbe invece offerto la rimozione di dazi per miliardi di dollari sui prodotti agricoli. Come sottolineato però da Mnuchin restano comunque in vigore i dazi su acciaio e alluminio.

(Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza)

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