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Tutti i morti in più per assenza di cure a causa del Covid. Report di oncologi, ematologi e cardiologi

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lezioni Covid

Foce, la Federazione di oncologi, ematologi e cardiologi, ha inviato un report a Draghi sullo stato del sistema sanitario dopo più di un anno di pandemia. Il rapporto fa il punto sui riflessi della pandemia sugli 11 milioni di italiani che sono colpiti da patologie cardiache, oncologiche o ematologiche.

Nel 2020 l’Italia ha registrato 108.178 decessi in più rispetto all’anno precedente, il 21% in più della media dei 5 anni precedenti. Circa il 69% sono dovuti al Covid, il restante 31%, quindi circa 30mila persone, è rappresentato da morti legate a patologie non Covid come patologie cardiologiche, di malati che non hanno trovato un’assistenza adeguata e tempestiva. 

Questa l’analisi di FOCE, la Federazione di oncologi, ematologi e cardiologi, che ha redatto un report inviato al presidente del Consiglio Mario Draghi, sullo stato del sistema sanitario italiano dopo più di un anno di pandemia. Il rapporto fa il punto sui riflessi della pandemia sugli 11 milioni di italiani che sono colpiti da patologie cardiache, oncologiche o ematologiche.

La mortalità in Italia causata dalla mancata assistenza 

Nel documento “Stato della gestione delle patologie oncoematologiche e cardiologiche durante la pandemia da Covid in Italia” i medici della Foce mettono in allarme circa l’incidenza indiretta che sta avendo il Covid sullo stato di salute della sanità italiana. Preoccupano, in particolare, “la crescente lista di attesa ai ricoveri ospedalieri ordinari e la percentuale di occupazione elevatissima sia delle degenze mediche ordinarie che delle terapie intensive che si sta evidenziando nella maggior parte delle Regioni”. Ripercussioni si potranno avere anche nei prossimi anni quando si potrà assistere a “un consistente aumento di mortalità legata alla mancata assistenza di pazienti affetti da malattie oncoematologiche, per le quali già si stanno verificando notevoli ritardi diagnostici e quindi malattie molto più avanzate”. 

Mortalità non Covid in Italia nel confronto con i paesi europei

Il documento della FOCE riporta dati INPS secondo i quali “l’Italia ha avuto un eccesso di mortalità dovuto a cause non Covid pari al 40% di tutta la mortalità in eccesso con circa 19 mila morti in più nel solo periodo Marzo-Aprile 2020”. Il confronto con gli altri paesi europei mostra quanto il sistema sanitario italiano sia stato stressato dall’epidemia. Nel Regno Unito l’eccesso di mortalità si ferma al 27% pari a + 12.400 morti, in Francia al 5,6% pari a + 1429 morti, in Svezia addirittura all’1,8% pari a soli 54 morti e la Germania non ha registrato nessun eccesso di mortalità non imputabile al Covid”. Tali dati dimostrano che in Italia oltre all’elevata mortalità da Covid “è stata riscontrata una notevole quota di morti imputabili ad altre cause e ad altre patologie, ciò a differenza degli altri Paesi europei di riferimento, nei quali queste morti si sono verificate in misura nettamente minore o addirittura non si sono verificate”. 

In Italia virus più letale che in tutta Europa 

A questo si aggiunge che il tasso di mortalità da Covid in Italia è più alta che in tutti gli altri paesi europei “con il 3,03% tra i contagiati e 177 morti ogni 100 mila abitanti”, al secondo posto “il Regno Unito con il 2.9%”, poi “la Germania al 2,63%, e con 35mila morti in meno dell’Italia rispetto ad una differenza di popolazione di 23 milioni di cittadini in più, la Francia con 1,98% e con 15mila morti in meno ed una popolazione di 9 milioni di abitanti in più”. A ciò va aggiunto che il Regno Unito lascerà la seconda posizione grazie alla massiccia campagna vaccinale in corso in queste settimane. Inoltre l’Italia occupa la quinta posizione mondiale nella classifica della letalità “dopo Messico, Sud Africa, Iran e Perù”. 

Sistema sanitario italiano: un organismo da riformare 

Questi dati sconfortanti evidenziano, secondo la Foce, una incapacità del Sistema Sanitario Italiano di rispondere allo stress pandemico. Le ragioni che individuano i medici sono diverse. “Il comparto ospedaliero già al momento dell’inizio della pandemia aveva un numero complessivo di posti letto ordinari per centomila abitanti molto più basso rispetto alla media europea (314 vs 500) collocandoci al ventiduesimo posto nella classifica tra i Paesi Europei – si legge nel rapporto -. E la situazione oggi non è cambiata perché non ci risulta che le Regioni abbiano provveduto in questi mesi ad aumentare la dotazione complessiva dei posti letto ordinari soprattutto quelli di Medicina”. Anzi la situazione sarebbe addirittura peggiorata perché “la creazione di posti letto per pazienti Covid si sta realizzando ovunque a scapito dei posti letto normalmente riservati agli altri pazienti con le altre patologie”.

La dotazione di letti di terapie intensive

Altro tasto dolente sono i letti per le terapie intensive. “l‘Italia è passata da 8.6 per 100.000 abitanti a 14 e questo rappresenta già un importante miglioramento – scrive la Foce -, ammesso che le Regioni abbiano effettivamente realizzato l’attivazione dei posti letto aggiuntivi di terapia intensiva, 3.307 in aggiunta ai 5.149 già esistenti, cosa di cui si è discusso molto anche da parte degli organi di informazione. Saremmo comunque ancora sempre dietro a Germania (34 posti letto di terapia intensiva per 100.000 abitanti), Austria (29), Belgio (17) e Francia (17) (12),(13)”. 

Personale sanitario cercasi 

A scarseggiare anche il personale sanitario, ragione per cui nei mesi scorsi sono stati indetti bandi per richiamare in servizio medici e infermieri ormai andati in pensione. “Anche per quel riguarda il personale sanitario operante negli ospedali in Italia, nel 2016 i medici ospedalieri erano circa 130 mila e successivamente sono anche diminuiti, in Germania 60 mila in più e quindi 190 mila, ed in Francia 43 mila in più, complessivamente 172 mila – si legge nel rapporto -. Ed ora siamo alla disperata ricerca di medici ed infermieri, quando diversi anni fa con un provvedimento di legge che ha avuto conseguenze catastrofiche fu deciso di istituire addirittura il numero chiuso nelle Facoltà di Medicina”. 

La spesa per il SSN: Italia meglio solo dei Paesi dell’est

Il rapporto evidenzia poi la difficoltà di avere accesso all’assistenza a sostegno della non autosufficienza come posti nelle RSA o servizi a domicilio, il tutto in una nazione che sta assistendo a un progressivo aumento della popolazione anziana. “La spesa complessiva del nostro Paese per il Servizio Sanitario Nazionale classificavano l’Italia per il 2017 al quindicesimo posto in ambito europeo per percentuale sul PIL (media europea 9,9% vs 8,8 % per l’Italia) – continua il documento. L’Italia finisce dietro Svizzera (12,4 %), Francia e Germania (11,3 %), Svezia (11%), Belgio (10,3%), Olanda e Danimarca (10,1%), Regno Unito (9,6 %), Spagna (8,9 %), Grecia (8,5%), l’Italia è davanti solo ai Paesi dell’Europa dell’Est. “È di tutta evidenza – chiosa il rapporto – che i finanziamenti per la Sanità debbono crescere e di tanto, per solo avvicinarsi a quelli degli altri Paesi europei del nostro stesso livello”. 

Campagna vaccinale: un altro inciampo per il nostro Paese 

Un’altra causa della persistente elevata mortalità deriverebbe dalla gestione della campagna vaccinale. In questo caso, oltre a un approvvigionamento a singhiozzo delle dosi e alla difficoltà, anche di comunicazione, con il vaccino Astrazeneca, a finire sul banco degli imputati è la scelta delle categorie di persone da vaccinare con priorità. Una decisione “che ha portato categorie di cittadini certamente non a rischio di letalità in caso di contagio a precedere i soggetti realmente a rischio e cioè gli anziani, soprattutto gli ultrasettantenni, ed i pazienti fragili affetti dalle grandi patologie – scrive la Foce -. I dati attuali infatti dimostrano che finora ben il 35% dei cittadini già vaccinati non appartenevano alla categoria a maggior rischio di letalità e soprattutto dei circa 16 milioni di cittadini a maggior rischio solo il 38% ha finora ricevuto la vaccinazione. Per quel che riguarda i cittadini a rischio per età, i dati attuali dimostrano che solo il 68% degli over 80 hanno ricevuto la prima dose e soltanto il 38% entrambe le dosi, cosi come solo il 19% dei cittadini di età compresa fra i 70-79 anni”.

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