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Perché ansia e insonnia ci fanno ammalare

L'ansia e l'insonnia sono due brutte bestie che già da sole basterebbero ma un recente studio ha scoperto che hanno anche effetti negativi sul funzionamento del sistema immunitario, aumentando la suscettibilità a infezioni, tumori e disturbi mentali come la depressione. Tutti i dettagli

 

Ansia e insonnia possono influenzare il funzionamento del sistema immunitario, riducendo quantità e attività delle cellule natural killer (NK). Uno studio, condotto dall’Università Taibah, in Arabia Saudita, su giovani studentesse e pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Immunology, ha rilevato che chi manifesta sintomi di ansia o insonnia mostra numeri più bassi di cellule NK circolanti e delle loro sottopopolazioni, con effetti più marcati in chi presenta sintomi moderati o gravi.

IL RUOLO DELLE CELLULE NK

Le cellule NK, spiega la ricerca, rappresentano la prima linea di difesa dell’organismo, distruggendo patogeni invasivi, cellule infette e corpi estranei. Possono circolare nel sangue o risiedere nei tessuti e negli organi. Una riduzione del loro numero può compromettere l’efficienza del sistema immunitario e aumentare la suscettibilità a infezioni, tumori e disturbi mentali come la depressione.

L’INSONNIA COME PROBLEMA DI SALUTE PUBBLICA

L’insonnia è una patologia diffusa, che colpisce circa 13,4 milioni di italiani, soprattutto donne (60-70% dei casi), con maggiore incidenza tra i 45 e i 65 anni. Il disturbo comporta gravi ripercussioni sulla salute pubblica e sull’economia nazionale, con costi stimati in circa 14 miliardi di euro l’anno, pari allo 0,74% del Pil, tra spese dirette (ricoveri, visite, farmaci) e indirette (assenteismo, presenzialismo, incidenti). Secondo i principali sistemi diagnostici, l’insonnia è classificata come disturbo mentale e del sonno e diventa cronica quando i disturbi del sonno si verificano almeno tre notti alla settimana per almeno tre mesi consecutivi.

METODOLOGIA DELLO STUDIO

Lo studio dell’Università Taibah ha coinvolto 60 studentesse tra i 17 e i 23 anni, che hanno compilato questionari su dati sociodemografici e sintomi di ansia e insonnia. Circa il 53% delle partecipanti riportava difficoltà di sonno compatibili con l’insonnia, mentre il 75% manifestava sintomi di ansia, con il 17% e il 13% nelle categorie moderate e gravi.

I campioni di sangue sono stati analizzati per identificare cellule NK e sottotipi. Le cellule CD16+CD56^dim costituiscono la maggioranza delle cellule NK periferiche e possiedono attività citotossica, mentre le cellule CD16+CD56^high, meno frequenti, contribuiscono alla produzione di messaggeri chimici e alla regolazione immunitaria.

GLI EFFETTI DI ANSIA E INSONNIA SULLE CELLULE NK

Le partecipanti con sintomi di ansia, spiega The Scientist, presentavano percentuali e numeri inferiori di cellule NK circolanti e delle loro sottopopolazioni rispetto a chi non riportava sintomi. La gravità dei sintomi determinava un ulteriore calo, significativo nelle studentesse con ansia moderata o grave. Nelle studentesse con insonnia, punteggi più alti di ansia erano associati a una minore proporzione di cellule NK periferiche totali.

CONSEGUENZE PER IL SISTEMA IMMUNITARIO

La riduzione delle cellule NK, scrive Science Daily, può compromettere la capacità difensiva dell’organismo, aumentando il rischio di malattie infettive, tumori e disturbi mentali come la depressione. “Comprendere come questi stress psicologici influenzino la distribuzione e l’attività delle cellule immunitarie, in particolare delle cellule NK periferiche, può fornire preziose informazioni sui meccanismi alla base dell’infiammazione e della tumorigenesi”, ha spiegato Renad Alhamawi, immunologa dell’Università Taibah.

IMPATTO DELL’INSONNIA SULLA VITA QUOTIDIANA

L’insonnia cronica inoltre incide profondamente sulla vita quotidiana. Stando ai dati riportati da Pharmastar, oltre il 60% dei pazienti italiani riferisce effetti negativi sul benessere psicologico e il 43% segnala compromissione della vita sociale. Il disturbo riduce la partecipazione al lavoro e alla vita sociale, con effetti economici e sociali rilevanti: il 24% dei pazienti ha perso il lavoro, il 22% ha avuto incidenti negli ultimi 12 mesi e l’82% dichiara riduzione della performance lavorativa per almeno tre giorni a settimana.

“Quando parliamo di insonnia non ci riferiamo solo alla mancanza di sonno ma di una malattia che ha un impatto molto importante anche sulla salute mentale e fisica dei pazienti. Le principali cause dell’insonnia cronica sono multifattoriali: stress, disturbi psichiatrici e comorbidità. Questa aumenta il rischio di sviluppare disturbi, tra cui depressione, ansia, abuso di alcol, rischio suicidario, demenza e ictus, malattie cardiovascolari e disturbi metabolici, come obesità e diabete”, ha commentato il professor Luigi Ferini-Strambi.

TERAPIE E INTERVENTI

Il trattamento dell’insonnia cronica in Italia prevede un approccio integrato che combina interventi non farmacologici e farmaci mirati. La terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia (CBT-I) è raccomandata come prima scelta, attraverso 6-8 sedute volte a modificare pensieri e comportamenti disfunzionali e ripristinare un ritmo sonno-veglia sano. Quando necessario, si ricorre a farmaci di nuova generazione che regolano i neuropeptidi della veglia, favorendo un sonno fisiologico e rigenerante.

“Chi soffre di insonnia cronica vive un percorso a ostacoli: dalle difficoltà nel riconoscimento della malattia, alle scarse informazioni sui sintomi e sulle conseguenze, con poche risorse dedicate. Come Associazione, lavoriamo da un lato per dare voce a questi pazienti e farli sentire meno soli nell’affrontare una malattia così invalidante, che ha ripercussione serie anche sulla vita sociale e familiare, dall’altro per sensibilizzare opinione pubblica e Istituzioni affinché venga inserita nelle agende di salute pubblica”, ha dichiarato Marco Rolandi, presidente di RLS Italia (Sindrome delle gambe senza riposo – APS).

LIMITI DELLO STUDIO E PROSPETTIVE FUTURE

Lo studio sul ruolo di ansia e insonnia sulle cellule NK, tuttavia, ha incluso solo giovani donne, il che limita la generalizzabilità dei risultati. I ricercatori sottolineano quindi la necessità di studi futuri su diverse fasce d’età, entrambi i sessi e popolazioni geograficamente differenti per comprendere appieno l’impatto di questi disturbi sul sistema immunitario.

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