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Invalsi

Perché i test Invalsi fanno di nuovo discutere?

La lunga (e tormentata) storia dell'utilità e della gestione degli Invalsi tiene banco da più di 20 anni, eppure non si è mai riusciti a trovare la quadra. Anche a causa del populismo, presente in tutti gli schieramenti. Il commento a cura di Tiziana Pedrizzi per la Fondazione Anna Kuliscioff

 

In norme concernenti la realizzazione del PNRR è rispuntata l’idea di appaiare e pertanto confrontare per gli allievi il voto della maturità con i loro risultati alle prove Invalsi del 5° anno. Subito è infuriata la polemica e c’è chi apertamente auspica che il passaggio in Parlamento attraverso adeguati emendamenti cancelli l’infausta iniziativa.

È una lunga storia… come recitava il titolo di un bel libro di Günter Grass.

È noto che negli ormai più di 20 anni della loro esistenza le prove Invalsi hanno attraversato numerose burrasche, anche se nessuno ha mai avuto il coraggio di proporne in sede legislativa (non nei comizi elettorali ove le promesse/minacce in tal senso hanno abbondato) l’abolizione totale. Colpa o merito del contesto internazionale, ove prove di tal genere sono oramai di uso comune, sia in forma campionaria che censuaria, su numerosi campi di apprendimento. E perciò discostarsene platealmente avrebbe dato un segno ennesimo delle peculiarità (diciamo così) italiane.

Ma le prove negli anni terminali dei percorsi (3 media e 5 superiore) hanno subito più burrasche delle altre per la delicatezza del loro posizionamento.

Cominciamo dall’esame di terza media. Per un certo periodo i risultati delle prove Invalsi sono andati a far parte del punteggio preparatorio del giudizio (in aggettivo) finale. La cosa è sempre stata mal digerita dalle associazioni di insegnanti e presidi, anche se non si sa bene quanto, su un tema come questo, così come su altri temi, le loro opinioni rappresentino effettivamente quello di insegnanti e presidi nel loro insieme.

Le ragioni non sono tanto concrete come quelle relative al 5° anno – che vedremo più avanti – perché il giudizio italiano non pesa in alcun modo sulle scelte dei percorsi successivi, diversamente che ad esempio in Francia ove ha carattere cogente. Si tratta di una questione di principio o di immagine.

Questa intromissione delle prove Invalsi è stata giudicata dalle associazioni sopra citate come un vulnus al potere giudicatorio della scuola che si vuole non soggetto ad alcuna verifica e contributo esterno. In realtà analisi condotte dalla stessa Invalsi nella persona della ricercatrice Angela Martini e anche pubblicamente presentate dimostravano che sostanzialmente i giudizi della scuola non venivano variati, salvo che per i livelli apicali nei quali evidentemente spesso capita che un giudizio complessivo sull’allievo tenga in conto anche fattori comportamentali etc. che superano alcuni limiti nelle competenze specifiche nelle aree cognitive analizzate da Invalsi.

Del resto quale sia il clima in questioni di valutazione nel mondo dei pedagogisti e a scendere in quello dei quadri intermedi dell’amministrazione scolastica lo si può agevolmente evincere dalle attuali polemiche relative al proposto ritorno al voto numerico. C’è chi ritiene lesivo dei diritti umani l’utilizzo di termini che indichino una netta insufficienza, chi evoca sfracelli psicologici nei casi di valutazioni negative, c’è chi teme e certifica attacchi d’ansia insuperabili nei casi della deprecata e demonizzata “valutazione sommativa” cioè di numeri o aggettivi definitori.

Mentre la cosiddetta valutazione formativa cioè in corso d’opera e finalizzata ad indicare pregi e limiti a fini di miglioramento viene in contrapposizione esaltata.Come se le due cose non dovessero e non potessero essere assolutamente complementari! La pedagogia italiana è diventata la esaltazione del Paese dei Balocchi, ove nulla di minimamente sfidante o – Dio guardi – doloroso deve penetrare. Comunque, tanto tuonò che piovve. Alla fine, la prova Invalsi di terza media è stata tolta dal corpo “giudicante” dell’esame e scorre ad esso parallela, essendo per lo più ignorata dalle scuole superiori dove approdano gli allievi.

La questione delle prove all’esame di 5° è stata anche più complessa. Ci sono voluti parecchi anni per arrivarci, anche per serie ragioni tecniche: la mancanza di punti di riferimento autorevoli a livello internazionale, la difficoltà di preparare prove per tipi diversi di scuola che in 5° anno hanno necessariamente diversificato i livelli di competenza attesi, anche nelle competenze di base.

Ma il problema principale è sempre stato quello dell’esame di terza media. Dentro o fuori? Alla fine si decise per il fuori come misura, per alcuni di approdo, per altri di necessaria transizione. Allora iniziò la battaglia su: obbligatoria o no? I contrari – in prima fila i grillini – volevano non solo che non contasse per il voto di esame, ma anche che gli allievi non fossero tenuti a sostenerla per sostenere l’esame. Contando evidentemente su una diserzione di massa. Peccato che invece i maturandi abbiano sostenuto la prova – su PC, con una somministrazione individuale, in un certo periodo dell’anno – in massa, arrivando a percentuali superiori al 95%. E che percentuali sempre crescenti abbiano iniziato a scaricarne i risultati individualmente e riservatamente, anche se non vi era alcun possibile utilizzo e valore normato degli stessi.

Nel frattempo però andava avanti un altro fenomeno, probabilmente alla radice della attuale proposta di rendere pubblica attraverso la certificazione obbligatoriamente la esposizione dei risultati Invalsi insieme con quelli della maturità.

Grazie alla raccolta dati cominciata all’inizio degli anni 2000, prima a livello volontario – il famoso software Conchiglia! – poi obbligatorio e generalizzato, si aveva una immagine precisa delle votazioni dell’esame. E qui, da almeno un decennio non si sgarra: la classifica delle regioni italiane nel merito dei 100 e dei 100 e lode presenta esiti curiosi.

Le regioni stabilmente in testa alle prove Invalsi (si alternano Lombardia e Veneto) sono le ultime nelle lodi. Mentre le ultime nelle prove sono in testa alle lodi (si alternano qui Calabria, Campania, Puglia). Gli ultimi saranno i primi, dice il detto evangelico.

Alcuni sprovveduti ritenevano che la messa in evidenza di questo curioso fenomeno lo avrebbe attenuato: niente da fare. Ma a cosa serve dopare in modo così evidente? A parte il piccolo premio in denaro istituito nei primi anni 2000 dal ministro Fioroni e tuttora mantenuto in nome del merito(?!).

In realtà il famoso e sempre evocato valore legale del titolo di studio esiste solo nella misura in cui la Costituzione riserva l’accesso ai posti pubblici a titolari di titoli di studio (senza peraltro specificarne il livello). Per tutto il resto nessuna norma obbliga nessun datore di lavoro neanche pubblico e nessuna Università ad utilizzare i diversi voti della maturità per attribuire diversi punteggi nelle Tabelle dei punteggi allegate ai bandi. Sarebbe questo forse il modo più semplice per disinnescare il problema.

Quello ora ipotizzato, cioè di rendere pubblico ed evidente il risultato delle prove Invalsi accanto a quello della maturità è altrettanto, se non più efficace.

Ma è una storia vecchia. Circa 10 anni fa si tenne all’allora MIUR una riunione appunto di consultazione delle Associazioni per sentirne il parere nel merito di cosa fare dei risultati Invalsi: niente (come poi si fece) oppure metterli sul retro, metterli in allegato? Non sfugga la differenza sottesa alle due ultime ipotesi.

Le associazioni favorevoli comunque ad una loro valorizzazione erano in netta minoranza. Poi arrivò l’ondata populista e il discorso si chiuse lì. Vedremo se ora qualche mano maliziosa entrerà all’opera in sede di emendamento. Il populismo, lo sappiamo, è presente in tutti gli schieramenti.

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