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Maria Rita Parsi

Addio a Maria Rita Parsi, la psicologa della delicatezza

Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta di fama internazionale, ha dedicato la vita ai bambini e agli adolescenti con una pedagogia dell’ascolto, della delicatezza e del cuore. Il ricordo di Francesco Provinciali

 

Sono rimasto colpito e profondamente addolorato dalla notizia della scomparsa di Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta di grande esperienza professionale e di fama internazionale.

Ci legava un sentimento di amicizia del quale ero molto onorato, considerando la sua competenza e la sua autorevolezza: nella sua casa di Milano a due passi dal Tribunale per i minorenni mi aveva ricevuto con grande cordialità e senso di ospitalità, sapeva mettermi a mio agio soprattutto nei primi anni della nostra conoscenza quando mi facevo prendere da un onesto sentimento di timore reverenziale. Di questa Milano da bere e per taluni da ostentare porterò con me il ricordo di tre donne eccezionali, riservate, miti ma forti e ricche di grande umanità: Alda Merini, Milva Biolcati e Maria Rita, appunto. Oltre al lavoro queste conoscenze mi avevano arricchito spiritualmente e ne serbo un grato, memore ricordo.

Maria Rita Parsi ha vissuto la sua intera esistenza nel segno dei bambini e degli adolescenti, si è sempre messa in prima linea per la tutela dei loro diritti. Di lei posso dire che sapeva unire una naturale disponibilità all’ascolto delle mille e mille vicende umane di cui si era occupata, una dote naturale, una passione ed un talento e insieme la serietà dell’approfondimento, la discrezione della considerazione dei vissuti (non generalizzava mai, desiderava cogliere i bisogni e le peculiarità di ciascuno, perché non ci sono diritti che non siano incardinati in una irripetibile identità).

Non ha mai usato la sua professionalità per esercitare altezzosità, per sentenziare, per giudicare: vorrei definirla la psicologa della delicatezza, mai in lei i test e le alchimie terapeutiche formali si sono tramutate in una sorta di clava per reprimere la spontaneità. Era un aspetto della sua vocazione creativa, per questo, per farne una ragione di vita personale, intimista e professionale aveva fondato Movimento bambino: sempre dalla parte dei minori anche se questo termine le sembrava troppo giuridico, preferendo parlare e scrivere di bambine e bambini, di ragazze e ragazzi.

Non potrò mai dimenticare la disponibilità con cui scrisse la prefazione del mio libro “Figli smarriti” edito da San Paolo. Del titolo aveva colto il senso del doppio smarrimento: quello fisico e quello spirituale, sapeva esplorare le ferite nascoste e usava sempre la grammatica del cuore, un approccio di cui le sono debitore perché nelle alterne vicende della vita i sentimenti e l’attitudine a farne uso si sono rivelati – e lo saranno sempre – la scelta e la soluzione più efficaci.

Scriveva dunque nella prefazione: “Quelle narrate da Francesco Provinciali sono storie sospese, in itinere, aperte, dove il lieto fine è tutt’al più auspicabile, ‘situazioni dove le risposte te le dà più il cuore che la ragione’. Di ognuna è possibile scrivere: ‘non importa sapere come era poi andata a finire, di storie come questa ce ne sono tante e a sentirle sembrano tutte uguali’. Tale incompiutezza ci muove eticamente: sono le storie di tutti noi, ovvero storie, distinte da un nome proprio, di cui ciascuno è chiamato, con il proprio nome, ad assumersi la responsabilità….. A differenza delle fiabe, il lieto fine, se c’è, è fuori dal libro ed è nel percorso. E il percorso ci passa vicino”.

Chi scrive oggi il rimpianto per la sua scomparsa che ci lascia orfani di questa pedagogia del cuore, di questo alfabeto dei sentimenti, ricorderà i riconoscimenti inanellati da Maria Rita a livello internazionale, fino al titolo di Cavaliere del lavoro, fino alle attività di consulenza per l’ONU.

Per me, se posso esprimere questo ricordo molto personale unito ad una sorta di debito morale per ogni insegnamento da lei ricevuto, prevale la relazione umana fatta di scambi epistolari, di suggerimenti, di correzioni benevole: quando le scrivevo che essere bambini oggi, tra tecnologie e social, può procurare più insidie che certezze sapeva sempre convincermi del contrario.

Perché era capace di aprire uno spazio di dialogo, di benevolenza, di intima disponibilità all’ascolto che pensava risolutivi. Credeva – e questo non potrò mai dimenticarlo – che il bene può prevalere sul male se il mondo degli adulti sa inchinarsi di fronte alla riverenza che i fanciulli meritano, senza riserve, sempre. ‘Maxima debetur puero reverentia’: grazie di vero cuore, Maria Rita, per avercelo ricordato.

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