Per contrastare il monopolio cinese, qualche giorno fa il dipartimento di Stato a Washington ha promosso un accordo con Unione Europea, Giappone e Messico in materie di terre rare. Dopo un anno di unitelarismo, l’amministrazione Trump sembra aver improvvisamente riscoperto l’importanza strategica di poter contare su stati amici e alleati? E in caso affermativo, perché?
Prima dell’inizio dell’amministrazione americana attuale c’era una corrente forte a Washington che chiedeva un maggiore impegno multinazionale, di alleanza, per confrontarsi con la Cina. Il presidente Donald Trump, confidando nella forza dell’economia americana, però, in un primo momento ha preferito un approccio unilaterale. Anzi, trattava tutti i partner commerciali nello stesso modo, alleati o meno. Forse l’idea era anche quella di mandare un messaggio alla Cina che le controversie commerciali con l’America non erano uniche né speciali.
In realtà, questo approccio ha logorato i rapporti con gli alleati, ha fomentato sentimenti antiamericani proprio tra gli amici più antichi e più fedeli degli Usa, eppure non ha piegato la Cina. Anzi, Pechino è riuscita a portare Washington al suo gioco. Ciò perché Pechino ha deciso di usare fino in fondo un’arma di pressione speciale: il suo quasi monopolio sulla produzione di terre rare processate, facendo intravedere poi un monopolio quasi altrettanto importante in tanti minerali primari processati. Inoltre, ha dimostrato un vantaggio competitivo, per ora incontrastato, nel rapporto qualità-prezzo per molti prodotti di beni capitali e commerciali.
Questa realtà sembra aver fatto cambiare idea all’America, che adesso cerca un rapporto con gli alleati, che sono sulla stessa barca commerciale rispetto al vantaggio cinese. La Cina non sarà impreparata a questo. Anzi, originariamente pensava che questa sarebbe stata la partita. Però certamente mette su un altro piano il vertice di aprile fra Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Ciò dimostra che Trump non è ideologico. Quando incontra un ostacolo, cambia idea. Certo, ciò dimostra anche che per confrontarsi con la Cina occorre pensare profondamente a 360° e non farsi travolgere dalla prima idea simpatica che passa per strada.
In questo nuovo contesto l’Unione europea è stata considerata un interlocutore politico a tutti gli effetti. Questo può preludere ad un atteggiamento più costruttivo del dipartimento di Stato e di Trump verso la Ue in quanto tale?
Il problema dell’Unione europea con l’America travalica Trump. I paesi europei singolarmente e come unione non sono proattivi né sui dossier di politica estera che li riguardano direttamente come la Russia o il Medioriente, né sul dossier di medio lungo termine che riguarda tutti, cioè l’Asia e la Cina. L’Europa deve pensare non solo a sé stessa ma a cosa può e deve fare rispetto alla Russia, il Medioriente, l’Asia. Se non riesce a essere proattiva, in iniziative e proposte, allora diventa quasi inevitabile un disincanto americano verso l’Europa. In questo disincanto la Ue è la prima vittima.
L’America si deve confrontare con l’Unione europea e poi con i singoli stati. Né l’Unione europea riesce a essere sostituto attivo dei singoli stati, anzi l’unione si pone spesso come alternativa e antagonista degli Stati Uniti. In questa dinamica diventa facile, per gli americani, pensare di semplificare su più versi la questione e parlare solo con gli stati: faccio a meno dell’unione. Ciò vale al di là delle preferenze ideali di questo o quel presidente. È giusto che l’Unione pensi a un maggiore coordinamento economico, a migliorare le proprie efficienze e al mercato interno. Ma oggi c’è ancora più bisogno di una politica proattiva e precisa dell’Europa, accanto all’America, sui vari scenari internazionali.
La Ue nella sua fase iniziale e in tutte le sue fasi di passaggio storico, è stata promossa e allargata su spinta dell’America. La Ue può consolidarsi solo con un processo pensato insieme all’America non contro di essa. Altrimenti, senza America, la Ue semplicemente smette di esistere, con o senza Trump. Questa è la realtà, non la velleità delle idee astratte.
Da questa parte dell’oceano Atlantico, sull’esempio del Canada e del Regno Unito, ciascun paese cerca di instaurare singolarmente un rapporto bilaterale con Pechino. Non noti una certa miopia in questi comportamenti?
Credo che questi comportamenti non siano strategici ma tattici. Non vedo un vero interesse del Canada o del Regno Unito a cambiare le alleanze politiche e militari. Vedo piuttosto una minaccia che questi paesi rivolgono agli Stati Uniti. Essi dicono: cara America, se non collaboriamo allora tanto vale che io mi faccio i fatti miei con la Cina. Lo scopo della minaccia comunque, mi sembra, rimane riprendere un rapporto più sano con gli Stati Uniti. Credo che anche in Cina lo sappiano e non si facciano soverchi illusioni.
È sempre difficile far convergere i diversi interessi nazionali dei singoli paesi nei confronti della Cina. Tuttavia riterresti utile che l’Europa elaborasse una piattaforma comune per trattare con maggior forza con il Dragone? E con quali priorità?
Credo che ci sia un problema di fondo che abbiamo tutti trascurato, tranne la Cina. Il mercato è importantissimo, l’economia liberale ha vinto lo scontro con l’impero sovietico nella prima guerra fredda, ma la politica resta dominante. Il mercato funziona se c’è un’autorità che controlla come siano tarate le bilance. Se nessuno controlla la taratura delle bilance, dopo un po’ il mercato smette di funzionare. Se il mio kg è i tuoi 900 grammi, lo scambio positivo finisce e comincia la lite. Credo che agli inizi degli anni ’90 tutto l’Occidente si sia dimenticato questa banale primissima regola del mercato: cioè ci si è dimenticati della politica.
La Cina non ha mai dimenticato la politica. L’America ha spinto per riforme economiche in Cina, non politiche, e oggi siamo dove siamo. Per rimettere in sesto l’economia di mercato, le differenze tra i vari mercati, alcuni aperti, alcuni chiusi, tra le varie monete, alcune aperte, alcune chiuse, occorre la politica. Questo è un punto comune a tutti i paesi occidentali che sì, hanno avuto benefici dall’economia di mercato, ma anche hanno allargato tali benefici a tutto il mondo, portando fuori dalla povertà miliardi di persone in pochi decenni.
Perché questa situazione attuale non scivoli in una guerra, bisogna passare da una profonda impostazione politica prima che commerciale di tutta la situazione. In questo senso, l’Europa ha un interesse esistenziale, sia come singoli paesi e sia come Unione, ad aprire un dialogo con gli Stati Uniti, ma anche con la Cina, altri paesi in Asia, nelle Americhe, e in tutto il mondo, sulle regole politiche del mercato. È questione delicatissima, ma vitale per tutti. Senza politica e istituzioni non c’è mercato e c’è solo la guerra.
La decapitazione dei vertici e delle industrie militari oltre ad essere un segno di forza del presidenza di Xi Jinping porterà ad una riduzione del riarmo di Pechino o proseguirà la “politica di potenza”?
Credo che la politica di potenza di Pechino continuerà e continuerà il riarmo. La questione della corruzione significa che molti fondi destinati agli armamenti e agli addestramenti venivano rubati. Oggi, se non sono già tornati, questi fondi dovrebbero tornare alle loro destinazioni originali. Dovremmo avere una situazione in cui l’esercito cinese ha più ‘bang for bucks’.
Quello che al momento manca, ma non sappiamo per quanto tempo mancherà, è la leadership militare. I nuovi generali dovranno prendere coscienza del loro nuovo ruolo e anche del nuovo modo di amministrare l’esercito. Perché questo trovi un nuovo equilibrio di efficienza, non sappiamo quanto tempo ci vorrà. Ciò detto, se nel brevissimo periodo possiamo stare tranquilli, nel medio lungo c’è ragione di essere più vigili.
Cosa significano i fischi a Vance alle Olimpiadi?
I fischi al vicepresidente americano JD Vance all’inaugurazione delle olimpiadi invernali sono un segnale che non si può trascurare. i maga americani negli ultimi anni hanno sostenuto e incoraggiato la destra radicale europea. ma il DNA culturale di tanta parte di questa destra radicale è antiamericano. infatti, appena è emersa la controversia sulla Groenlandia questi partiti, tanto cari a Washington, non si sono fatti scrupoli a protestare contro gli USA. D’altro canto le velenose polemiche dell’amministrazione contro i governi europei hanno irritato e avvelenato i rapporti con i partiti tradizionalmente filoamericani. Il rapporto transatlantico è usurato. Così non si sa su chi l’America dovrebbe contare in Europa per portare avanti l’alleanza o anche solo il rapporto. In teoria questo gelo apre una porta alla Cina, ma in realtà la Cina con il suo sostegno alla Russia rende un riavvicinamento politico all’Europa estremamente difficile. Oggi un nuovo accordo per le terre rare tra paesi alleati potrebbe essere un primo passo per un ritorno a un rapporto più normale transatlantico. Ciò significa riconsolidare i rapporti con i partiti tradizionali e mettere sotto la lente di ingrandimento quelli con i partiti della destra radicale. Significa pensare di ricostruire un rapporto culturale transatlantico. Esso non può ignorare la frattura che c’è stata, ma dovrebbe costruire proprio a partire dalla cura di quella frattura.






