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Scoop: il Corriere della sera intervista per due pagine Urbano Cairo, editore del Corriere della sera

L'editore del Corriere della sera, Urbano Cairo, si specchia in due pagine di intervista sul Corriere della sera

Urbano Cairo, l’editore del Corriere della Sera e de la 7 televisiva, da Silvio Berlusconi, di cui fu dipendente, ha ereditato anche la fortuna, intesa non solo in senso economico. Ma neppure Berlusconi, credo, sarebbe stato capace, di sopravvivere, come è invece accaduto a Cairo, all’acquisto del Corriere guadagnando dai 50 ai 60 milioni di euro dopo averlo preso con 430 milioni di debito e perdite di 260 milioni l’anno. Che per poco non lo fecero svenire davanti allo specchio del suo bagno quando calcolò le migliaia di euro il minuto cui equivalevano. E di minuti quando finì di fare i conti ne erano già passati troppi per i suoi gusti e le sue abitudini di scuola, ripeto, berlusconiana.

Una volta, ai tempi della cosiddetta prima Repubblica, e di uno dei suoi governi di più lunga durata, il primo presieduto in Italia da un socialista, che era Bettino Craxi, compagno di partito e amico dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, solo a pensare di acquistare il Corriere, non all’edicola ma da un notaio, si rischiava di finire fra la galera e l’ospizio, se non ammazzato. Ora, pur con tante edicole chiuse, tante copie di carta vendute in meno, ma tante altre digitali conquistate, Cairo si gode il suo Corriere come una miniera di guadagni. E anche una popolarità che potrebbe fargli perdere tanto la testa da cadere nella tentazione della politica.

Del Corriere, dove Cairo ha lasciato al suo posto, avendone la massima stima, il direttore Luciano Fontana di scuola Unità di Walter Veltroni, oggi fra i collaboratori meritatamente più pagati per la bravura che ha ed ha conservato professionalmente pur dopo avere fatto politica fra governo e partito; del Corriere, dicevo, Cairo ha raccontato a Fabrizio Roncone che tutti si aspettano, per tradizione, “autorevolezza”, affidabilità e simili leggendo notizie vere e non false o deformate, e commenti seri, anche quando non dovessero essere condivisi. Un po’ il contrario, direi, de la 7 televisiva che Cairo è stato accusato dall’insospettabile Enrico Mentana, direttore in scadenza del telegiornale e maratoneta catodico consumato, di aver lasciato diventare quella che una volta era Rai3, della mitica Telekabul di Sandro Curzi. Ma tutto è avvenuto -si è quasi giustificato l’editore- lasciando al loro posto le firme trovate all’acquisto, salvo Michele Santoro e Gad Lerner. Che tuttavia, non credo fra la distrazione di uno attento come Cairo, ogni tanto vengono ospitati con riguardo, se non con nostalgia, nei salotti di Lilli Gruber e Giovanni Floris.

In ogni caso la premier Giorgia Meloni, bersaglio fisso de la 7, dalla quale si tiene lontana per cautela più che per ritorsione, può contare sul buon giudizio personale di Cairo, che le riconosce di avere “dato stabilità, essere apprezzata dai mercati”, che contano più dei conduttori ostili, ”avere abbassato lo spread”. Ma può fare bene, e persino meglio, ha avvertito Cairo, anche la segretaria del Pd Elly Schllein se dovesse riuscire a scalare Palazzo Chigi e ad evitare quel disastro che sarebbe Giuseppe Conte. Se anche dovesse ancora mancare qualcosa alla pur “rivitalizzante” Schlein, si può essere ugualmente fiduciosi o ottimisti perché “una volta che sei lì”, a Palazzo Chigi, “è il ruolo stesso a conferirti una certa dimensione”, come accadde persino a Conte durante il Covid, prima di perdersi dannatamente nello “spreco assoluto” dei superbonus edilizi che “ci è costato 180 miliardi, quasi come l’intero Pnnr” che l’ex premier si vanta ancora di avere ottenuto con destrezza a Bruxelles.

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