L’attività di sperimentazione clinica condotta in Cina da alcune delle maggiori aziende farmaceutiche statunitensi ha attirato l’attenzione del Congresso americano. Una commissione della Camera dei Rappresentanti ha infatti aperto un’indagine per motivi di sicurezza nazionale che coinvolge Merck e AbbVie, estesa anche a Eli Lilly, Pfizer e Bristol Myers Squibb.
Al centro dell’iniziativa ci sono le modalità con cui vengono gestiti gli studi clinici nel Paese asiatico, con particolare attenzione alla tutela della proprietà intellettuale, alla protezione dei dati e ai possibili legami con strutture riconducibili all’esercito cinese.
L’INDAGINE DELLA COMMISSIONE
Come riferito da Reuters, l’iniziativa è stata avviata dal deputato repubblicano del Michigan John Moolenaar, presidente della House Select Committee on China, con una serie di lettere inviate alle aziende interessate. Merck e AbbVie dovranno trasmettere entro il 17 luglio informazioni dettagliate sulle procedure di due diligence adottate per la selezione dei siti di sperimentazione, sugli standard di protezione dei dati e sui sistemi di controllo utilizzati nelle strutture cinesi, con particolare riferimento ai centri situati nello Xinjiang e agli ospedali affiliati alle forze armate della Repubblica Popolare Cinese. Richieste analoghe sono state inviate anche a Eli Lilly, Pfizer e Bristol Myers Squibb.
Le comunicazioni indirizzate agli amministratori delegati Robert Davis, per Merck, e Robert Michael, per AbbVie, precisano che “non vi sono prove” che le due società “abbiano svolto attività illegali o illecite”, ma aggiungono che lo svolgimento di sperimentazioni cliniche in Cina “espone le aziende americane a rischi etici e di sicurezza”.
I NUMERI DEI TRIAL IN CINA
Stando i dati riportati dalla commissione, Merck, con sede nel New Jersey, ha sponsorizzato o collaborato a 224 studi clinici in Cina dal 2005. Di questi, almeno 31 sono stati condotti nello Xinjiang e altri 40 presso ospedali e centri medici collegati all’esercito cinese.
Per AbbVie, con sede nell’Illinois, gli studi clinici realizzati o sostenuti in Cina dal 2007 superano quota 100. Almeno 17 siti di sperimentazione sarebbero localizzati nello Xinjiang e altri 16 presso strutture sanitarie affiliate alle forze armate cinesi.
Secondo la commissione, “condurre questa ricerca negli ospedali militari della Repubblica Popolare Cinese espone la proprietà intellettuale biotecnologica più avanzata delle aziende americane al potenziale rischio di essere trasferita all’esercito cinese”.
LE PREOCCUPAZIONI SULLO XINJIANG
Nelle lettere, sottolinea Pharmaceutical Executive, viene richiamata anche la situazione dello Xinjiang, indicato come il centro della repressione nei confronti della minoranza uigura e di altre comunità etniche e religiose. I parlamentari citano inoltre studi nei quali ricercatori cinesi avrebbero documentato carenze nelle procedure per l’acquisizione del consenso informato dei partecipanti agli studi clinici.
Per la commissione, pur non disciplinando espressamente le sperimentazioni cliniche, l’Uyghur Forced Labor Prevention Act del 2021 rappresenta un riferimento in termini di buone pratiche per evitare che le attività possano essere collegate al lavoro forzato.
LA BIOTECNOLOGIA CINESE CORRE
L’indagine si inserisce in un contesto di crescente attenzione da parte di Washington verso lo sviluppo dell’industria biotecnologica cinese. Nelle lettere, riportate da Reuters, si afferma che “attraverso una combinazione di riforme normative, sussidi statali e, nella migliore delle ipotesi, pratiche etiche discutibili, la Cina si è trasformata nel luogo più economico e più rapido al mondo per condurre sperimentazioni cliniche sull’uomo nelle fasi iniziali dello sviluppo dei farmaci”.
Secondo uno studio citato dall’agenzia di stampa, nel 2024 la quota statunitense dei programmi globali di sviluppo iniziale dei farmaci è scesa al 37% dal 48% registrato nel 2015, mentre quella della Cina è salita dall’8% a oltre il 32%. Il Paese ha inoltre superato gli Stati Uniti per volume complessivo di studi clinici e nel 2025 le aziende farmaceutiche mondiali hanno sottoscritto accordi per un valore record di 138 miliardi di dollari finalizzati all’acquisizione di licenze su farmaci sperimentali sviluppati in Cina.
Le preoccupazioni sono state rilanciate anche dalla National Security Commission on Emerging Biotechnology che, in un rapporto pubblicato a dicembre, ha sostenuto che “la Cina ha costruito sistematicamente un ecosistema biotecnologico verticalmente integrato che oggi si trova nella posizione ideale per sfidare la leadership degli Stati Uniti”.
LE REAZIONI
Merck ha dichiarato che la sicurezza dei pazienti e l’integrità etica rappresentano priorità del proprio programma di ricerca clinica e che tutte le attività vengono svolte nel rispetto delle linee guida internazionali. AbbVie ha scelto di non commentare l’indagine, così come Pfizer, che si è limitata a confermare la ricezione della lettera. Eli Lilly ha comunicato di essere al lavoro per esaminare il contenuto della richiesta della commissione, mentre Bristol Myers Squibb non ha risposto alle richieste di commento.
Un portavoce dell’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha definito “prive di qualsiasi credibilità” le iniziative della commissione, ribadendo l’opposizione di Pechino a ogni tentativo di politicizzare le questioni commerciali e tecnologiche.






