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giorgia meloni

Meloni in crisi? Le sinistre restano la miglior assicurazione sulla sua vita politica 

Il governo Meloni ha centrato molti obiettivi ma anche commesso errori, giustificabili con l’inesperienza di gran parte delle persone che governano l’Italia da tre anni. E ampiamente superati dalle cose fatte ma soprattutto dalla sicurezza di avere come controparte un’opposizione la cui incapacità è di gran lunga maggiore. Il corsivo di Falconi

Giorgia Meloni è in crisi, sta perdendo il controllo della situazione? La domanda un po’ ricorre e un po’ viene ispirata da alcuni commenti, ma dare una risposta non è facile, soprattutto se si vuol evitare l’eccesso emotivo, l’enfatizzazione di alcuni fatti che sembrerebbero andare in tal senso. Forse, più semplicemente, possiamo dire che premier e governo vanno incontro a un’inevitabile stanchezza, dopo tre anni abbondanti di un lavoro molto difficile, condotto in una contingenza che ha visto andare in crisi ben più netta diversi altri esecutivi europei. E poi la fine di legislatura avvantaggia sempre critiche e opposizioni, inducendo a tracciare il bilancio evidenziando quanto non si è fatto più dei risultati raggiunti.

Inoltre, la fase è ulteriormente complicata dal referendum sulla magistratura e questo lo si può imputare a Meloni almeno come dubbio. Perché ha voluto infilarsi in un percorso nel quale sapeva che le maglie le si sarebbero strette attorno, limitandosi a una scusa della cui scarsa credibilità era ben consapevole, cioè che l’eventuale esito negativo del voto non inciderebbe sulle sorti governative? Perché non è stata privilegiata la risoluzione della riforma elettorale e istituzionale, con il cosiddetto premierato, che le avrebbe permesso di andare alle prossime elezioni con maggiori garanzie e che avrebbe incontrato un clima pubblico meno controverso delle misure sulla giustizia? Convincere gli italiani che la madre di tutte le riforme è quella per un voto in cui aumentano certezza e stabilità di chi vince non sarebbe stato troppo difficile.

Ammesso questo, quale errore strategico di Meloni, se ne aggiungono altri, tattici ma dovuti alla medesima difficoltà di gestire tutti i dossier aperti e all’assegnazione di priorità forse non condivisibili. Uno è il piano Mattei, su cui la premier è tornata ieri andando in missione in Africa ma che appare meno concreto di come lo si sia sempre comunicato. Poi c’è l’apertura ostinata e finora fallimentare dei centri per immigrati in Albania, che inficia il clamoroso successo ottenuto invece a livello internazionale sulle politiche migratorie: vedremo se si riuscirà finalmente a farli funzionare dopo le ultime decisioni Ue. Poi ci sono questioni incomprensibilmente aperte come la governance Rai, tra l’altro contestuale alla perenne accusa di averla trasformata in Telemeloni. Il discorso può valere anche per Caivano, sulla quale ieri sono circolate le notizie di minacce a Meloni e don Patriciello, operazione apparsa più promozionale che reale.

Per queste vicende non si possono concedere attenuanti come per l’andamento industriale e salariale, di certo insoddisfacente ma dovuto a una contingenza globale estremamente complessa e compensato dai buoni dati occupazionali. In questi casi sembra esserci stata da parte della premier e della squadra di governo una certa sottovalutazione, imprecisione, impreparazione, improvvisazione, incapacità di calibrare le risorse, prevedere gli iter, esasperazione degli aspetti comunicativi rispetto a quelli pratici.

Errori giustificabili con l’inesperienza di gran parte delle persone che governano l’Italia da tre anni. E ampiamente superati dalle cose fatte ma soprattutto dalla sicurezza di avere come controparte un’opposizione la cui incapacità è di gran lunga maggiore. Sì, le sinistre restano la miglior assicurazione sulla vita politica di Meloni.

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