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I veri tormenti per Giorgia Meloni

Ecco i dossier che impensieriscono davvero il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Il commento di Falconi.

La cancellazione del volto di Meloni dalle pareti di San Lorenzo in Lucina, conclusione della surreale vicenda che ha rapito l’attenzione di molti italiani, viene assunta da qualcuno a presagio del declino della premier. L’Unità, per esempio, titola su Giorgia stretta nella “morsa” tra Vannacci e Mattarella. Ci sta, per carità, ma morsa non è morte. Innanzitutto, perché l’assicurazione sulla vita del Governo, cioè la mancanza di un’opposizione seria e coesa, è sempre vigente. Certo, il periodo non è facile.

Partiamo dai due personaggi citati. L’inquilino del Quirinale ha dato una ripassata al testo sicurezza, atteso al Consiglio dei ministri odierno, concentrandosi su fermo preventivo e scudo per gli agenti. Ripassata tanto energica che il sottosegretario Mantovano si è personalmente recato a incontrare il Capo dello Stato. Il quale, dall’inizio della convivenza con l’attuale esecutivo, media abilmente tra la consapevolezza di non avere alternative credibili e lo scetticismo per il livello istituzionale della compagine governativa. Mattarella non è Scalfaro, per capirci.

Come Vannacci non è Bertinotti. Il generalissimo non riuscirà a far cadere il governo, per quanto riesca a infastidirlo con la campagna acquisti tra gli scontenti della maggioranza, in primis il pistolero Pozzolo che si è reso già autore di una dichiarazione memorabile: “Insieme daremo una scossa al Paese, non è il tempo di una destra omeopatica”. Ad avvantaggiarlo, il debole contenimento leghista: l’accusa di tradimento da parte di Salvini, per esempio, è già stata rimbalzata abilmente al mittente. Vannacci può effettivamente ambire a rosicchiare qualche punticino elettorale al centrodestra, da rivendere al miglior offerente. E comunque tentativi simili a fine legislatura sono scontati, vedi anche Roberto Formigoni, che lancia il suo movimento in occasione del referendum sulla giustizia.

A proposito. Poi c’è da considerare tra i tormenti meloniani la rimonta dei “no” al referendum giustizia, tra i quali alcuni contraddittori, come quello del fondatore del Pd Bettini, che è a favore del sì ma voterà in senso contrario. Meloni ha già chiarito che l’esito non cambierà nulla per il governo, che il precedente Renzi non fa giurisprudenza. Ma tutti sanno che non è del tutto così e infatti il centrodestra ha voluto accelerare al massimo la data del voto per limitare l’erosione del consenso. Intanto il Pd, tanto per dire il tono, sostiene le ragioni del No accostando il Sì al neofascismo.

E poi ci sono le Olimpiadi, grande vetrina nel bene e nel male, accompagnate dai timori per gli hacker russi e dalle critiche del New York Times. I giochi invernali sono un’occasione per l’immagine internazionale dell’Italia e della sua premier, alla quale per esempio l’organizzazione del G7 pugliese portò eccellenti risultati politici. Vedremo come andranno. Si comincia proprio oggi, con un bilaterale con Vance, il vice trumpiano. A proposito: Donald è in stato di salute precario, le elezioni di midterm si profilano come un incubo, a Minneapolis c’è stata una maldestra marcia indietro e la debolezza del Presidente Usa, nonostante le distanze ormai interposte, per Meloni è un fastidio ulteriore.

Servirebbe, appunto, un altro bel successo di immagine, che compensi la cancellazione dell’angelo meloniano, motivata dalla Curia in modo quanto meno curioso: veniva troppa gente in chiesa a vederlo. Olimpiadi a parte, l’occasione c’è: Sanremo. E se Giorgia si presentasse al Festival, guest star, magari assieme a Fiorello e Zalone?

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