Le relazioni tra Stati Uniti e Iran sono tornate al punto di massima tensione. Mentre le diplomazie cercano di tenere in piedi un fragile filo di negoziati sul nucleare, Trump alza il tiro: ieri ha dichiarato apertamente che un cambio di regime a Teheran sarebbe “la cosa migliore che potrebbe accadere”.
Trump per il regime change
Parlando ieri con i giornalisti dopo una visita alle truppe a Fort Bragg, in North Carolina, The Donald non ha usato mezzi termini: un cambio di potere a Teheran “sarebbe la cosa migliore che potrebbe accadere”.
Come riporta l’Associated Press, il presidente ha sottolineato: “Per 47 anni hanno parlato e parlato e parlato. Nel frattempo noi abbiamo perso tante vite”.
Il presidente ha indicato nomi di possibili successori di Ali Khamenei, ma ha lasciato intendere che “ci sono persone” pronte a subentrare.
La BBC definisce queste parole uno dei suoi riferimenti più chiari al cambio di regime. Il New York Times ricorda però che solo poche settimane fa il segretario di Stato Marco Rubio aveva avvertito: un’operazione del genere sarebbe “molto più complessa” rispetto alla cattura di Nicolás Maduro in Venezuela.
Eppure Trump sembra sempre più orientato a considerare il regime clericale un nodo da sciogliere una volta per tutte, con la diplomazia o, in mancanza, con la forza.
Parallelamente, il Pentagono sta spostando pezzi importanti della sua potenza militare: la portaerei USS Gerald R. Ford sta lasciando i Caraibi per raggiungere la USS Abraham Lincoln nel Golfo Persico, in un dispiegamento che raddoppia la capacità offensiva americana nella regione.
Tra minacce di strike prolungati, preparativi per una possibile rappresaglia iraniana e un nuovo round di colloqui fissato a Ginevra, il Medio Oriente si ritrova di nuovo sull’orlo di un precipizio.
La Ford lascia i Caraibi
La mossa più visibile e immediata degli Usa è sul piano militare.
Trump ha confermato che la USS Gerald R. Ford – la nave da guerra più grande del pianeta – sta per lasciare il Mar dei Caraibi e puntare verso il Medio Oriente.
Secondo il New York Times, l’equipaggio è stato avvisato giovedì scorso e la nave dovrebbe raggiungere il Golfo Persico tra tre o quattro settimane, affiancando la USS Abraham Lincoln già presente da oltre due settimane.
Lo stesso Trump ha condiviso su Truth Social una foto aerea della Ford in navigazione.
Reuters aggiunge che con la portaerei arriveranno migliaia di soldati in più, squadroni di caccia, cacciatorpediniere lanciamissili e altri asset in grado di condurre e difendersi da operazioni su larga scala.
Un’armata pronta a colpire
La mobilitazione americana non si limita a una portaerei in più. Il Pentagono sta assemblando quello che Trump chiama “l’armada”.
Il New York Times descrive un rafforzamento progressivo: negli ultimi tre settimane sono arrivati otto cacciatorpediniere con capacità antimissile balistico, batterie Patriot e THAAD a terra, sottomarini armati di Tomahawk e oltre una dozzina di F-15E supplementari.
Reuters cita funzionari americani secondo cui si stanno pianificando operazioni che potrebbero durare settimane intere, ben oltre il raid mirato di giugno scorso contro i siti nucleari.
Un alto ufficiale, in anonimato, ha spiegato che stavolta si potrebbero colpire non solo impianti atomici, ma anche infrastrutture statali e di sicurezza. Il rischio è altissimo: l’Iran ha un arsenale missilistico imponente e una rappresaglia potrebbe durare a lungo, colpendo basi Usa in Giordania, Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Emirati e Turchia.
L’Associated Press sottolinea che la Ford porterà altri 5.000 marinai e aviatori, praticamente raddoppiando la potenza aerea e missilistica disponibile.
I colloqui continuano
Anche con i cannoni puntati, la diplomazia non si è fermata del tutto. Axios anticipa che martedì prossimo a Ginevra dovrebbe tenersi un nuovo round di negoziati sul nucleare, con Jared Kushner e Steve Witkoff da parte americana, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e la mediazione dell’Oman.
Trump però pone condizioni durissime: zero arricchimento di uranio, stop ai missili balistici, fine del finanziamento a Hamas e Hezbollah.
France 24 ricorda che l’Iran è disposto a trattare solo sul nucleare in cambio della revoca delle sanzioni, ma rifiuta categoricamente di legare il discorso a missili e ai proxy e ai suoi alleati come Hezbollah o gli Houthi. Il presidente americano è stato esplicito: “O facciamo un accordo o saremo costretti a fare qualcosa di molto duro, come l’ultima volta”.
L’Iran sotto pressione
All’interno dell’Iran la situazione resta incandescente. La NBC racconta che in queste ore stanno iniziando le cerimonie tradizionali dei 40 giorni per le migliaia di vittime della repressione delle proteste di gennaio. Sui social circolano video di cortei con l’inno patriottico “Ey Iran”, un segnale di dissenso che il regime fatica a soffocare.
I Guardiani della Rivoluzione hanno promesso ritorsioni “contro tutte le basi americane” in caso di attacco sul suolo iraniano. Gli analisti citati da Reuters avvertono che i rischi per le forze Usa sarebbero molto superiori rispetto al passato: l’Iran dispone di missili capaci di saturare le difese e di trascinare la regione in un conflitto prolungato.






