L’amministrazione Trump sta rivitalizzando la Dottrina Monroe per riaffermare con forza il predominio statunitense nell’Emisfero Occidentale, contrastando l’influenza di Cina, Russia e Iran. Lo scrive Ian Bremmer nel rapporto Top Risks 2026 dell’Eurasia Group da lui diretto.
In un apposito capitolo del documento si evidenzia come gli Usa in America Latina non si limitino a tenere fuori le potenze esterne, ma perseguano una strategia aggressiva fatta di pressione militare, coercizione economica, alleanze selettive e, a tratti, regolamenti di conti personali.
Nel 2026 questo approccio, rafforzato dal successo in Venezuela, rischia però di sfociare in eccessi, instabilità regionale e conseguenze impreviste, tra cui la diffusione di reti criminali e un crescente anti-americanismo.
La nuova Dottrina Monroe
Trump reinterpreta la storica Dottrina Monroe, che se nel XIX secolo serviva a scoraggiare interventi europei nelle Americhe, oggi diventa strumento per consolidare il primato statunitense in quella regtione.
L’obiettivo è duplice: limitare l’espansione di Cina, Russia e Iran e imporre la leadership americana attraverso un mix di minacce militari, sanzioni, incentivi economici e scelte di campo molto nette.
Nel corso del 2025 si è delineato chiaramente il modus operandi, sottolinea il rapporto, tra attacchi a imbarcazioni sospette di traffico di droga, minacce di intervento militare in Colombia e Messico, sanzioni personali contro il presidente colombiano e un giudice della Corte Suprema brasiliana, pressioni su Panama per la gestione del canale e nuove restrizioni su Nicaragua e Cuba.
Parallelamente, Washington sta rafforzando il legame con Nayib Bukele a El Salvador in cambio di collaborazione sulle deportazioni. Ha concesso inoltre un salvataggio finanziario da 20 miliardi di dollari all’Argentina per sostenere il suo alleato Javier Milei e ha optato per la grazia a un ex presidente honduregno condannato negli Stati Uniti per narcotraffico.
Il caso Venezuela
Secondo l’Eurasia Group il Venezuela rappresenta il cuore della nuova strategia Usa.
Dopo mesi di escalation – sanzioni ampliate, taglia da 50 milioni di dollari sulla testa di Maduro, il più grande dispiegamento navale caraibico degli ultimi decenni, chiusura dello spazio aereo, sequestri di petroliere e boicottaggio totale del traffico petrolifero – forze speciali americane hanno catturato Nicolás Maduro portandolo negli Stati Uniti per rispondere di accuse penali.
Nessun Paese, nella regione o fuori, ha reagito in modo significativo alla mossa spregiudicata della Casa Bianca. Trump può così rivendicare di aver eliminato un dittatore senza schierare truppe permanenti sul terreno, rispettando la sua linea rossa più costante.
Rimuovere Maduro è stato relativamente semplice; il vero problema è ciò che resta. La struttura del potere chavista – fatta da personaggi come Diosdado Cabello, Vladimir Padrino López, Delcy Rodríguez e il fratello Jorge – è ancora in piedi. Il successore di Maduro sarà quasi certamente un esponente del regime, non un leader dell’opposizione democratica, che possiede legittimità ma non armi.
La transizione richiederà inevitabilmente amnistie per militari coinvolti in crimini, più interessati a sopravvivere e spartirsi risorse che a riformare il paese. La presenza di consiglieri cubani potrebbe rafforzare questa linea dura. La gestione del passaggio di potere spetta al Venezuela, ma con probabili intese sotterranee tra insider che hanno favorito il raid.
Trump intende mantenere una forte presenza militare nella regione per continuare a fare pressione e non esclude, in caso di resistenza, il sequestro di piattaforme petrolifere offshore. Senza però un impegno stabile sul terreno, Washington avrà margini limitati di influenza. Più Trump si attribuisce il merito del successo, più sarà responsabile di eventuali fallimenti successivi.
Il prossimo obiettivo: Cuba?
Se l’operazione venezuelana non produrrà effetti boomerang immediati, Cuba potrebbe diventare il bersaglio successivo.
Il segretario di Stato Marco Rubio è convinto che la caduta di Maduro trascini con sé L’Avana, da tempo nel mirino suo personale come dell’intero establishment a stelle e strisce. Un intervento militare diretto appare improbabile nel breve periodo, ma l’estensione del blocco petrolifero per strangolare economicamente l’isola è una strada percorribile.
Cuba è fragile, priva di capacità di ritorsione significativa, ma ha una straordinaria resilienza storica. Un collasso a 90 miglia dalla Florida porterebbe però nuovi e gravi rischi che anche gli Usa faticherebbero a gestire.
Colombia: il vicino più esposto
La Colombia, principale hub regionale per le operazioni di sicurezza Usa, è la più vulnerabile alle conseguenze del caos venezuelano.
Trump ha attaccato duramente il presidente Gustavo Petro, arrivando a sanzionarlo personalmente. Il suo successore probabilmente perderà le elezioni, portando al potere un governo conservatore più allineato.
Tuttavia, pressioni continue da Washington e l’instabilità al confine rischiano di alimentare sentimenti nazionalisti e anti-americani, minando la cooperazione antidroga in un momento delicato.
Messico: un equilibrio fragile
Nonostante l’inaspettata intesa con la presidente Claudia Sheinbaum e la solida collaborazione sulla sicurezza, il Messico resta esposto alle manovre statunitensi.
L’allineamento reggerà finché Washington rispetterà la sovranità messicana. Ma il successo venezuelano potrebbe spingere Trump a colpire direttamente i cartelli sul suolo messicano, un’opzione che ha già considerato.
Superare questa linea rossa farebbe però saltare l’equilibrio commerciale e la cooperazione bilaterale, mettendo a rischio il già altalenante rapporto con Sheinbaum.
Una politica espansiva con alti rischi
Trump utilizza tariffe, sanzioni, leva migratoria, accesso ai mercati e condizionamenti sulla Cina per orientare gli esiti politici nella regione.
Messico e Centroamerica si sono rapidamente allineati; in Sud America il terreno è favorevole grazie all’ascesa di leader di destra anti-crimine e pro-business.
Ma il pericolo di eccesso è concreto: vi sono rischi nel sanzionare capi di Stato in carica, interferire in elezioni (Brasile, Colombia, Costa Rica, Perù), sottovalutare la resistenza degli alleati o attaccare Cuba indebolita.
Ogni passo falso, conclude il rapporto, rischia di seminare anti-americanismo e di spostare traffico e violenza altrove.






