Un posto di lavoro su diciassette. Questa la proporzione con cui l’industria tedesca ha ridimensionato la propria forza lavoro dal 2019 a oggi: 341.500 posti eliminati in sette anni, con un’accelerazione che non accenna a rallentare.
Quei numeri raccontano il passato vicino. Ma il futuro non promette miglioramenti. Secondo un’indagine condotta dalla società di consulenza Horváth su mille aziende in collaborazione con l’Handelsblatt, nei prossimi quattro anni le imprese tedesche sposteranno in misura crescente le proprie attività verso le regioni del mondo in espansione, lasciando il mercato interno in una posizione sempre più marginale.
Già nel 2026 potrebbero scomparire altri centomila posti nel comparto industriale, soprattutto nell’automotive, nella meccanica e nell’edilizia. Il titolo scelto dagli analisti per il sondaggio, “Grow without Growing”, sintetizza con precisione chirurgica la contraddizione strutturale che attraversa la Germania industriale: crescita del fatturato senza crescita occupazionale, espansione senza radicamento.
IL DECLINO DEL MODELLO ESPORTATORE
Per decenni il successo della Germania sui mercati internazionali si era fondato su un principio semplice: produrre a casa, esportare ovunque. Quel modello, secondo Ralf Sauter, partner di Horváth e responsabile dello studio, sta volgendo al termine. Sia la produzione che la ricerca e lo sviluppo vengono ora distribuiti a livello globale, seguendo la logica dei nuovi rischi geopolitici, delle previsioni di crescita e degli svantaggi competitivi del mercato tedesco.
Il costo del lavoro è il principale deterrente: i dati di Eurostat e dell’Institut der deutschen Wirtschaft (IW) di Colonia mostrano che il costo orario in Germania supera del 22% la media europea ed è più che doppio rispetto a quello di molti paesi asiatici o dell’Europa orientale.
Il ceo di Basf, Markus Kamieth, lo ha detto senza giri di parole in occasione di un recente convegno industriale: “In Germania, i costi del personale ci pesano ancora di più dell’aumento dei prezzi dell’energia”. Solo il 20% delle aziende cita infatti la burocrazia come ostacolo principale agli investimenti interni, smontando così un luogo comune molto diffuso nel dibattito pubblico tedesco, anche fra economisti e politici.
DOVE NASCONO I NUOVI POSTI DI LAVORO
Il sondaggio disegna una mappa precisa della redistribuzione industriale globale. Quasi tutte le aziende intendono rafforzare la propria presenza in India entro il 2030, moltissime prevedono nuove assunzioni anche in Cina, Nord America, Medio Oriente, Africa e nel resto dell’Asia. In Germania e in Europa occidentale, invece, appena il 16% delle imprese intervistate prevede un incremento del personale. Il 60% si prepara a una riduzione progressiva dei posti di lavoro sul territorio nazionale.
Le uniche regioni europee che reggono il confronto sono quelle dell’Europa centro-orientale: Romania, Ungheria, Slovacchia. Esse mantengono la propria attrattività non più tanto per il minore costo del lavoro, che pure conta ancora qualcosa, ma per la disponibilità di forza lavoro qualificata. L’Handelsblatt enuclkea dalla cronaca industriale di questi mesi alcuni esempi concreti: a inizio giugno è stato inaugurato un nuovo stabilimento di EBM-Papst in Romania, Heidelberger Druckmaschinen ha aperto all’inizio del 2026 un sito produttivo in Macedonia del Nord, mentre Gruner, specialista svevo in servomotori ed elettromagneti, sta valutando un parziale trasferimento in Serbia.
LA CALAMITA AMERICANA
Il mercato statunitense esercita un’attrazione crescente, anche in questa fase di incertezza tariffaria. Dopo lo scetticismo registrato nell’edizione precedente del sondaggio, le aziende tedesche mostrano ora una propensione più decisa a investire negli Stati Uniti, con una quota del budget destinata al Nord America salita al 18%. È come se gli imprenditori avessero preso le misure alla tempesta trumpiana.
La logica del “local for local”, produrre dove si vende, per aggirare i dazi e rispondere alla domanda locale, spinge i grandi nomi dell’industria tedesca verso scelte difficilmente reversibili. Anche qui nomi e casi concreti. Siemens Energy investirà un miliardo di dollari nell’ampliamento degli impianti americani con l’assunzione di fino a 1.500 dipendenti. Mercedes-Benz ha annunciato sette miliardi di dollari di investimenti aggiuntivi negli Stati Uniti, con quattro miliardi destinati allo stabilimento dell’Alabama entro il 2030. Boehringer Ingelheim ha siglato un accordo con l’amministrazione Trump per rendere i propri farmaci più accessibili al mercato americano, impegnando dieci miliardi di dollari entro il 2028, mentre ha contestualmente comunicato la rinuncia a investimenti fino a 900 milioni di euro in Germania.
LA FRAGILITÀ DEL GOVERNO TEDESCO
Questi piani di ridimensionamento arrivano in un momento di fragilità politica per il governo tedesco, che sta nuovamente valutando in questi giorni misure di riforma strutturale a sostegno dell’economia. La crescita tedesca è quasi ferma, le tensioni sulla distribuzione della ricchezza si acuiscono, mentre gli attuali partner di coalizione appaiono fra di loro meno compatibili di quanto si pensasse all’inizio. I partiti storici – Cdu e Csu da un lato e Spd dall’altro – non sono più quelle ancore di sicurezza che assicuravano un ormeggio sicuro in tempi turbolenti: la Grosse Koalition di oggi è più una scialuppa di salvataggio sulla quale alleati per forza si contendono spietatamente l’ultimo posto disponibile per non affogare. Nelle regioni industrialmente più colpite, i consensi per i partiti ai margini dello spettro politico continuano ad aumentare, con AfD a destra ormai stabilmente al primo posto nei sondaggi nazionali e la Linke a sinistra fortissima soprattutto fra i giovani. Il confronto politico ne risente: da un lato cresce la polarizzazione, dall’altro aumenta la pressione delle forze estreme sugli storici partiti moderati.
CATENE DI FORNITURA E COSTI ENERGETICI
Tornando al fronte industriale, le aziende segnalano come principale rischio operativo l’interruzione delle catene di approvvigionamento, aggravata dalle ricadute del conflitto in corso in Iran: anche in caso di vera e stabile riapertura dello Stretto di Hormuz, si prevedono ritardi nelle consegne destinati a protrarsi per mesi.
Ai timori per le catene di fornitura si sommano le preoccupazioni per i costi energetici e per un’inflazione persistente. La carenza di personale qualificato, altro argomento dominante nel dibattito degli ultimi anni, appare al momento in secondo piano: con così poche assunzioni previste, il problema semplicemente non si pone.






