Moneta sonante contro carta. La partita per il controllo di Trevi cambia volto e si trasforma in una sfida a due. A poco più di un mese dall’Ops lanciata da Icop e respinta dal consiglio di amministrazione della società romagnola, è Webuild a sparigliare le carte con un’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria interamente in contanti da 4,5 euro per azione. Una proposta che vale complessivamente circa 295 milioni di euro, supera quella del concorrente friulano e viene accolta con entusiasmo dal mercato: nella mattinata il titolo Trevi vola del 9,26%, mentre anche Webuild guadagna il 2,89%.
PERCHÉ L’OPA DI WEBUILD CAMBIA LA PARTITA
La differenza tra le due offerte non riguarda soltanto il prezzo. L’Ops annunciata da Icop il 28 giugno prevedeva infatti uno scambio di azioni: per ogni titolo Trevi gli azionisti avrebbero ricevuto 0,133 nuove azioni della società friulana, con un valore implicito che, alle quotazioni della vigilia dell’annuncio di Webuild, era sceso a circa 3,86 euro per azione Trevi. Webuild, invece, mette sul tavolo denaro contante: 4,5 euro per azione, con un premio del 29,8% rispetto alla quotazione del 26 giugno e del 14,4% rispetto alla valorizzazione implicita dell’offerta concorrente. Non solo. Mentre Icop aveva subordinato il successo dell’operazione al raggiungimento del 90% del capitale, soglia necessaria per il delisting, Webuild fissa la condizione al 66,7% dei diritti di voto, un obiettivo decisamente più accessibile. L’offerta, inoltre, non è subordinata al mancato esercizio del diritto di recesso delle banche finanziatrici di Trevi, come invece accade per quella di Icop. Il periodo di adesione, una volta ottenuto il via libera delle autorità e pubblicato il documento d’offerta, durerà tra 15 e 40 giorni di Borsa aperta, mentre il perfezionamento è previsto nella seconda metà del 2026.
PERCHÉ TREVI AVEVA DETTO NO ALL’OPS DI ICOP
La mossa del gruppo guidato da Pietro Salini (nella foto) arriva proprio mentre Trevi stava preparando la propria difesa dall’assalto di Icop. L’ad del gruppo romagnolo Giuseppe Caselli aveva infatti bollato l’Ops lanciata dalla società di ingegneria udinese come un’offerta “priva di logica industriale” e “penalizzante”, giudicandola non coerente con il percorso di rilancio del gruppo. Una lettura diversa da quella del sottosegretario all’Economia Federico Freni, secondo cui dall’operazione “potrebbe nascere un campione mondiale importante con un apporto italiano radicatissimo, anzi direi totale”.
Non era ancora chiusa, dunque, la partita con Icop. All’inizio di luglio il cda della società di Cesena aveva bocciato senza mezzi termini l’Ops del concorrente friulano, definendola un’iniziativa unilaterale, mai discussa preventivamente con il management e incapace di riflettere “il percorso di creazione di valore” e le prospettive del piano industriale 2026-2029. Una presa di posizione maturata anche perché l’offerta era arrivata a pochi giorni dalla conclusione dell’aumento di capitale da 100 milioni di euro, considerato uno dei pilastri del rilancio del gruppo dopo gli anni della crisi.
LA STRATEGIA DI WEBUILD E IL PIANO DI SALINI
Ora, però, lo scenario cambia. Webuild non è un concorrente diretto di Trevi ma il maggiore gruppo italiano delle grandi infrastrutture, attivo nella realizzazione di ferrovie ad alta velocità, metropolitane, dighe, ponti e opere complesse in tutto il mondo. Il gruppo ha chiuso il primo semestre con ricavi stabili ai livelli record dello scorso anno, pari a 6,65 miliardi di euro, oltre il 60% dei quali realizzati all’estero, un Ebitda in crescita del 13,6% a 673 milioni, una posizione di cassa netta positiva per 110 milioni di euro e un portafoglio ordini di 53,7 miliardi. Ha inoltre confermato per il 2026 ricavi superiori a 13,6 miliardi ed Ebitda oltre 1,2 miliardi, precisando però che la guidance è formulata su base standalone e non incorpora alcun effetto dell’eventuale acquisizione di Trevi. A fine settembre presenterà il nuovo piano industriale 2026-2029.
Ed è proprio in questa strategia che Salini inserisce l’operazione. L’Opa su Trevi, ha spiegato agli analisti durante la presentazione dei conti, rappresenta “il primo concreto passo” del nuovo piano industriale. L’obiettivo è portare all’interno del gruppo “competenze strategiche ad alto valore aggiunto”, aumentando il controllo sull’esecuzione delle grandi opere e rafforzando la competitività nelle gare più complesse dal punto di vista geotecnico. L’amministratore delegato sottolinea inoltre che Trevi potrà mantenere identità, persone e competenze, beneficiando però della piattaforma internazionale di Webuild e di un portafoglio ordini da circa 54 miliardi di euro. Per gli azionisti di Trevi, aggiunge Salini, l’offerta rappresenta “valore certo, immediato e più elevato”.
LA RINASCITA DI TREVI E IL PESO DI CDP
Dopo il difficile risanamento degli ultimi anni, oggi Trevi è tornata a essere un gruppo contendibile. Fondata a Cesena nel 1957, è uno dei principali operatori mondiali nell’ingegneria del sottosuolo e nelle fondazioni speciali, con oltre 3.000 dipendenti, due divisioni – quella dedicata ai lavori di ingegneria e Soilmec, che produce macchinari specializzati – e un portafoglio ordini di 748 milioni di euro. Il primo azionista è Cdp Equity con il 21,3%, davanti al fondo statunitense Polaris Capital Management e a Praude Asset Management. Proprio la presenza della Cassa depositi e prestiti nel capitale rappresenta uno degli elementi che rendono particolarmente significativa la nuova partita: Cdp è infatti anche il secondo azionista di Webuild. A questo si aggiunge un altro tassello industriale non irrilevante: Webuild e Trevi sono già impegnate nel mastodontico progetto del Ponte sullo Stretto di Messina.
LA SFIDA RESTA APERTA
Icop, dal canto suo, resta comunque in partita. La società di Basiliano, controllata dalla famiglia Petrucco e quotata dal 2024, aveva immaginato l’integrazione con Trevi per creare un gruppo da oltre un miliardo di euro di ricavi, forte di competenze complementari nelle fondazioni speciali e nell’ingegneria del sottosuolo.
Ma l’arrivo di Webuild ridisegna profondamente gli equilibri. Dopo settimane in cui il confronto sembrava limitato all’Ops in azioni di Icop, gli azionisti di Trevi si trovano ora davanti a due offerte profondamente diverse: una fondata sul concambio di azioni, l’altra sul denaro contante, sostenuta da un gruppo di dimensioni e capacità finanziaria nettamente superiori.






