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Che cosa c’è in ballo nel vertice Nato ad Ankara. Report Ispi

Al vertice Nato che si apre martedì ad Ankara si paleserà la spinta americana per una “Nato 3.0” in cui l’Europa assuma la leadership della difesa del Vecchio Continente, tra preoccupazioni, calcoli industriali e il rischio di mosse a sorpresa da parte di Trump. Il report dell’Ispi

Il vertice Nato previsto ad Ankara il 7 e 8 luglio si annuncia come uno degli appuntamenti più delicati e potenzialmente decisivi degli ultimi anni per l’Alleanza atlantica.

Non si tratta di un semplice incontro di routine: dietro l’agenda ufficiale, che si concentra su maggiori investimenti nella difesa, sul rafforzamento dell’industria bellica e sul sostegno all’Ucraina, si nasconde una questione ben più profonda riguardante il futuro equilibrio di potere tra Stati Uniti ed Europa in materia di sicurezza.

Come sottolinea l’ISPI in un report firmato dal ricercatore Daniel Fiott, gli alleati europei sono chiamati dall’amministrazione Trump a prendersi con urgenza una responsabilità molto maggiore per la difesa convenzionale del continente, mentre Washington si concentra su altre priorità globali.

Elaborato dal Dipartimento della Guerra americano, il concetto di “NATO 3.0” costituisce la cornice di questo mutamento epocale, che suscita tra le capitali europee un misto di timori e interrogativi pratici sul come gestire questa transizione.

L’AGENDA DEL VERTICE NATO

I tre punti formali all’ordine del giorno del vertice sono chiari e concreti. Innanzitutto si parlerà di incrementare ulteriormente gli investimenti nella difesa, in linea con l’obiettivo del 5% del PIL stabilito al summit dell’Aia.

Il secondo tema centrale riguarda il rafforzamento dell’industria della difesa dell’Alleanza nel suo complesso, mentre la  terza priorità è rappresentata dal sostegno continuativo all’Ucraina.

Su tutti questi fronti gli alleati possono già vantare risultati tangibili: diversi membri stanno aumentando in modo visibile le proprie spese militari, e questo sta dando nuova linfa alle industrie nazionali, con una crescita della produzione di sistemi d’arma e una maggiore capacità di risposta.

Sul fronte ucraino arrivano notizie relativamente positive dalle forze di Kyiv, che stanno ottenendo risultati significativi realizzando impressionanti attacchi con droni contro infrastrutture critiche russe.

Questi elementi offrono un terreno relativamente solido su cui impostare i lavori del vertice.

IL PESO DI TRUMP

Al di là dei temi formali, tuttavia, pesa un’agenda parallela più sensibile e pressante, sottolinea il report.

Come accaduto nei vertici precedenti, gli alleati dovranno dedicare energie significative a limitare gli spazi di manovra del presidente Trump, la cui imprevedibilità e la capacità di generare turbolenze rappresentano una variabile difficile da gestire.

Questo aspetto trasforma ogni summit in un esercizio di diplomazia particolarmente delicato, dove si cerca di blindare accordi e messaggi prima ancora che vengano resi pubblici.

IL TEST DELLA NATO 3.0

Il vero nodo politico e strategico del summit è rappresentato dal concetto di “Nato 3.0”, delineato a giugno dal Dipartimento della Guerra statunitense.

Si tratta del segnale più diretto mai arrivato da Washington sulle sue intenzioni future: il concetto si può riassumere secondo Fiott nel messaggio secondo cui gli europei devono assumersi la responsabilità primaria della difesa del continente.

Pur non intendendo rinunciare alla leadership politica dell’Alleanza nell’immediato futuro, gli Stati Uniti hanno già avviato una revisione profonda della propria postura militare in Europa e sostenuto una redistribuzione dei ruoli di comando, con un maggiore peso assegnato a ufficiali europei.

Per gli americani questa evoluzione è non solo auspicabile ma necessaria, per poter concentrare risorse e attenzione sulle sfide strategiche prioritarie nell’Indo-Pacifico e nell’emisfero occidentale.

Come ha sottolineato con chiarezza il Sottosegretario alla Guerra Elbridge Colby, non si tratta soltanto di una questione di risorse finanziarie e investimenti: è soprattutto richiesto a tutti i membri un profondo cambio di mentalità.

Dopo decenni di dipendenza dalla protezione americana, l’Europa deve imparare a contare sulle proprie forze, valorizzando appieno la propria ricchezza economica e le capacità industriali e tecnologiche.

TIMORI E RESISTENZE

Non sorprende che questo messaggio abbia generato dubbi e resistenze in diverse capitali europee.

Molti alleati, sottolinea l’autore, temono che gli Stati Uniti non siano realmente disposti a cedere il controllo su decisioni centrali, soprattutto quando queste rischiano di danneggiare gli interessi della propria industria della difesa. Le divergenze emerse su questioni come la guerra con l’Iran o il dossier Groenlandia hanno ulteriormente acuito questi timori.

Parallelamente, c’è chi continua a considerare Trump come un’anomalia temporanea della politica americana, sperando in un prossimo ritorno a una presidenza più tradizionale e accomodante verso l’Europa.

Anche tra i governi che accolgono positivamente il principio della Nato 3.0 emergono perplessità sulla tempistica e sulle modalità di attuazione.

Nel report si sottolinea come la Francia, per voce della viceministra della Difesa Alice Rufo, abbia invocato esplicitamente un ritiro americano “ordinato” dalle basi europee, sottolineando che il Vecchio Continente avrà bisogno di tempo per colmare i vuoti operativi e di capacità che inevitabilmente si creeranno.

IL RUOLO DELL’INDUSTRIA DELLA DIFESA

L’industria bellica occupa un ruolo centrale nei lavori di Ankara. Alcuni Paesi europei stanno utilizzando gli acquisti di armamenti americani per argomentare che un’Europa più forte nella difesa conviene anche agli interessi industriali e occupazionali degli Stati Uniti.

Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha ricordato in questo senso che tali investimenti sostengono quasi 195.000 posti di lavoro negli Usa, creando un legame economico che potrebbe controbilanciare le spinte isolazioniste.

In Germania questa logica assume contorni ancora più ambiziosi: il ministro della Difesa tedesco spinge per forme di coproduzione diretta con gli americani, accettando persino il mantenimento di restrizioni su alcune tecnologie sensibili. Una posizione che appare paradossale rispetto alla retorica ufficiale di riduzione della dipendenza dagli Usa, ma che si inserisce perfettamente nella volontà di Berlino di diventare la prima potenza militare e il leader dell’industria della difesa europea.

LE SFIDE DELLA POLITICA DI BILANCIO

L’aumento delle spese militari, pur rappresentando un passo avanti necessario, porta con sé costi politici ed economici. Nel Regno Unito, ad esempio, il ministro della Difesa si è recentemente dimesso proprio per promesse di spesa non mantenute, e il deragliamento del Defence Investment Plan ha contribuito in modo significativo a segnare la fine politica del premier Starmer.

Casi analoghi – Italia docet – potrebbero ripetersi in altri Paesi, perché i vincoli di bilancio costringono i governi a scelte difficili e impopolari sulle capacità militari da privilegiare rispetto ad altre priorità nazionali.

RISCHI E SCENARI PER LA NATO

Gli europei accettano in linea di principio l’idea di un maggiore burden-sharing, ma appaiono molto meno a loro agio con un ruolo ridotto degli Stati Uniti nella leadership dell’Alleanza.

Germania e Paesi del fianco orientale, in particolare, continuano a spingere contro un ridimensionamento troppo rapido della presenza americana.

Esiste inoltre, ammonisce Fiott, il rischio concreto che, mentre gli investimenti crescono, ciascun Paese proceda con decisioni industriali frammentate e dettate da obiettivi di breve periodo, senza una visione coordinata sulle conseguenze a lungo termine per la difesa europea nel suo complesso.

In questo senso non si può nemmeno escludere, conclude l’autore, che il vertice di Ankara lasci gli alleati europei ancorati alla loro storica comfort zone dietro la potenza americana, proprio nel momento in cui Washington li invita esplicitamente a essere più audaci e soprattutto autonomi nel garantire la propria sicurezza.

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