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World press freedom index: numeri veri e confronti truffaldini

"World press freedom index"? Se davvero queste variazioni potessero essere messe in relazione con scelte dei governi in carica ciascun anno, significherebbe attribuire al governo Draghi maggiori limitazioni della libertà di stampa di quelle attuali col governo Meloni. Ma l'Italia è stata in posizioni peggiori della attuale anche in tutti gli anni dal 2008 al 2018. Estratto dalla newsletter Charlie del quotidiano Il Post

 

Ogni anno il giudizio del “World press freedom index” viene comunicato con grande enfasi sui giornali italiani, ogni anno utilizzandolo con partigianeria per difendere le parti politiche a cui ciascun giornale si tiene più vicino (riconoscendole come quelle più apprezzate dai propri lettori) o per attaccare quelle che è solito contestare. Quindi questa settimana all’indice 2024 è stato dato molto spazio tra i giornali critici con la presente maggioranza (Repubblica ne ha fatto la notizia di apertura della prima pagina), perché un modo sbrigativo di leggerlo poteva essere “l’Italia ha perso cinque posizioni (dalla 41ma alla 46ma) nella classifica in conseguenza degli interventi del governo sull’informazione”. Ma a guardare bene i dati e i commenti relativi si possono leggere cose più approfondite e che raccontano storie meno superficiali:

1) le posizioni si possono perdere o guadagnare anche per meriti e demeriti di altri paesi, ed è quindi più opportuno giudicare la variazione dell’indice assoluto attribuito dall’indice, come ricordava lo stesso incipit dell’articolo di Repubblica. L’Italia ha quindi perso 2,25 punti su 100, e anche mantenendo lo stesso punteggio dell’anno passato avrebbe perso due posizioni.

2) soltanto due anni fa la posizione dell’Italia era 58ma, con 1,64 punti in meno. Se davvero queste variazioni potessero essere messe in relazione con scelte dei governi in carica ciascun anno, significherebbe attribuire al governo Draghi maggiori limitazioni della libertà di stampa di quelle attuali col governo Meloni. Ma l’Italia è stata in posizioni peggiori della attuale anche in tutti gli anni dal 2008 al 2018.

3) il breve testo di analisi di ciascun paese per l’Italia cita cita come primi tra i problemi le minacce della mafia e di gruppi estremisti (fattori invece assai trascurati nelle titolazioni dei giorni scorsi sui quotidiani italiani) e spiega che “per la gran parte i giornalisti italiani godono di un clima di libertà. Ma a volte cedono a un’autocensura, per assecondare la linea editoriale della loro azienda giornalistica o per evitare una denuncia per diffamazione o altre azioni legali”. Sono piuttosto queste le ragioni maggiori di preoccupazione e che spiegano come mai l’Italia occupi una posizione più bassa tra i paesi europei con cui abitualmente si confronta.

4) l’Ungheria, alla cui valutazione alcuni titoli hanno avvicinato l’Italia, è invece 67ma, con 7 punti in meno dell’Italia.

Detto tutto questo, ricordiamo che si tratta di un giudizio di “Reporter senza frontiere”, basato sulle valutazioni di una serie di corrispondenti in ciascun paese e su un lungo questionario fitto di variabili passato attraverso complesse formule matematiche: variazioni annuali di pochi punti o di decimi di punti percentuali stanno del tutto dentro le variabili aleatorie del procedimento.

(estratto dalla newsletter Charlie del quotidiano web Il Post)
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