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Vi spiego il modello spagnolo di autonomia (con qualche consiglio per l’Italia)

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L’intervento di Marco Bolognini, avvocato d’affari italiano in Spagna, tra i fondatori di Maio Legal, studio legale con sedi in Spagna (Madrid, Siviglia e Vigo) e Città del Messico, ed editorialista del quotidiano economico Expansión

Parlare di Spagna a fine luglio, col caldo afoso e il solleone, spesso vuol dire parlare di mare, di isole e vacanze, magari con lo sguardo trasognato e speranzoso.

In questa torrida estate 2019, invece, la terra di Cervantes è tornata alla ribalta delle cronache come termine di paragone in Italia nell’infuocato dibattito sulle autonomie che accende gli animi dei combattivi governatori regionali e di chi, per contro, avrebbe volentieri evitato di aprire questo fronte di battaglia.

In effetti, l’organizzazione territoriale spagnola dista abbastanza da quella italiana e vanta maggiori livelli di autonomia finanziaria e gestionale rispetto ad altri modelli regionali in vigore in Europa. Lo Stato delle Comunità Autonome prevede difatti un sistema di finanziamento strettamente vincolato alla gestione regionale del gettito fiscale.

Senza entrare in dettagli e tecnicismi eccessivi, possiamo dire che le Comunità Autonome – almeno quelle ricomprese nel cosiddetto “regime comune” – hanno piene competenze di riscossione in relazione a una serie di imposte che incidono non poco (successioni, donazioni, patrimonio, ecc.) sui bilanci dello Stato. Le comunità autonome possono ulteriormente normare per ridurre (fino ad escluderle del tutto) o aumentare le aliquote proposte da Madrid. Per quanto concerne Iva, Irpeg e Irpef, le Comunità Autonome gestiscono la riscossione del 50% dei tributi.

Una volta riscossi tutti i vari tributi, le regioni spagnole devono però cedere una parte rilevante di quanto rastrellato a una sacca comune gestita dallo Stato centrale che, tramite ulteriori meccanismi di riparto, utilizzerà questi introiti per cercare di equilibrare le inevitabili sperequazioni che esistono tra le diverse regioni, pur premiando (con un’ulteriore ridistribuzione di quanto ottenuto) le comunità autonome più virtuose.

Questo sistema – definito appunto “comune” – non si applica invece ai Paesi Baschi e alla Navarra, aderenti al sistema “forale”, che vantano modalità di riscossione e gestione assolutamente autonome: riscuotono e si tengono il 100% delle imposte prodotte dai residenti nelle rispettive regioni, e pagano una “fattura” annua allo Stato centrale per i servizi ricevuti (difesa, esteri, ecc.).

Perché le regioni spagnole hanno un grado così alto di autonomia? La risposta è semplice: perché gestiscono una lunga serie di servizi – anche essenziali – per i residenti. Dunque, le Comunità autonome devono essere in grado di far di conto per poter garantire ai cittadini una buona sanità, una buona educazione e – con qualche responsabilità in meno – infrastrutture moderne.

Il cosiddetto “Stato delle Autonomie”, a oggi, ha funzionato. In particolare, ha svolto un ruolo importante di propulsione dei progetti infrastrutturali e di efficace gestione della sanità pubblica. La vicinanza tra potere decisionale e imprenditori, la catena corta (o addirittura cortissima, in regioni come la Rioja o la Cantabria che non arrivano ai 400.000 abitanti) che lega l’amministrazione pubblica regionale e il tessuto produttivo, rende le scelte dei politici molto più sensibili alle istanze di chi crea posti di lavoro e in definitiva finanzia in gran parte i servizi regionali.

Inoltre, le Comunità Autonome – grazie all’autonomia gestionale delle risorse – dispongono di buoni ambiti di manovra per poter offrire appoggio concreto alle aziende locali.

Gli effetti positivi di questo modello territoriale diventano empiricamente evidenti quando giunge in Spagna il profumo di un possibile, importante investimento dall’estero, specie se di carattere industriale: le regioni spagnole interessate, partecipano a una sorta di “concorso di bellezza” ufficioso per attrarre – ognuna a scapito delle altre regioni – l’investimento in questione. Sfoggiano le proprie infrastrutture, il buon funzionamento dei servizi pubblici, l’offerta di terreno industriale, il livello impositivo calmierato.

Se poi valutiamo la situazione di pressoché completa autonomia della Navarra e dei Paesi Baschi, vedremo che lì il livello di reddito pro capite è piuttosto alto, e il tessuto industriale (pur reduce dalla crisi) solido e futuribile.

Cosa non ha funzionato, a oggi, nello Stato delle Autonomie? Probabilmente l’attribuzione alle regioni delle competenze sull’educazione. In questo contesto, l’elemento disgregativo rispetto alla coesione nazionale (vedasi il caso catalano) è stato ben più forte di qualsivoglia effetto positivo. In altre parole, potremmo chiosare dicendo sì allo Stato delle Autonomie che permette di realizzare investimenti e gestioni dirette sul territorio, ma la scuola lasciatela a Roma e Madrid.

 

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