La “dottrina Donroe” è la versione trumpiana della dottrina Monroe, riesumata per affermare l’egemonia Usa in America Latina contro influenze esterne, siano esse la Cina, la Russia, o l’Iran.
Come spiega in questa intervista il professor Mario Del Pero, docente di Histoire internationale all’Institut d’études politiques – SciencesPo di Parigi, l’abbiamo appena vista applicare in pratica con la cattura di Maduro per motivi economici (petrolio) e geopolitici, ma i possibili prossimi obiettivi – ammonisce il docente – sono Cuba e la Groenlandia.
Ci parli della dottrina Donroe che abbiamo visto applicare brutalmente il 3 gennaio con la cattura di Maduro.
La dottrina Donroe è stata ratificata dal documento sulla sicurezza nazionale (National Security Strategy – NSS) pubblicato poche settimane fa. Ma già nella NSS del dicembre 2017, quella della prima amministrazione Trump, si faceva un esplicito riferimento alla volontà di adottare un corollario Trump alla dottrina Monroe, rievocando il famoso “Corollario Roosevelt” del 4 dicembre 1904 alla dottrina Monroe che negava alle volontà imperiali europee di intervenire in America Latina. Ma sia la dottrina Monroe che il corollario Roosevelt erano poco più che una proclamazione dalla poco o nulla forza effettuale; gli Stati Uniti non avevano le risorse di potenza per metterle in atto.
Quando allora la dottrina iniziò a funzionare?
Fu solo a inizio Novecento che si stabilì che gli Stati Uniti hanno, oltre che il diritto e il dovere, la responsabilità e la possibilità di ingerire attivamente nelle vicende interne dei Paesi latino-americani per condizionarli in modo funzionale ai propri interessi. Il presidente Theodore Roosevelt in particolare usò tutta una serie di categorie molto imperiali per stabilire che gli Stati Uniti devono intervenire per esercitare una funzione di polizia internazionale e che devono agire come avanguardia dell’imperialismo nel loro stesso emisfero.
E adesso questa formula si rinnova con Trump.
Centovent’anni più tardi torniamo agli stessi concetti con logiche simili. Sostanzialmente si dice: l’America Latina è il nostro giardino di casa. Si tratta di una formula screditata per decenni che adesso Trump e altri riportano in auge. Ieri ascoltavo in televisione Rubio dire che l’America Latina deve essere sottoposta all’egemonia degli Stati Uniti con un impegno attivo nelle vicende di questi Paesi per puntellare, sostenere i regimi amici come nel caso del prestito a tasso iper-agevolato concesso a Milei, mentre vanno colpiti i nemici come con le sanzioni e i dazi imposti al Brasile.
Questo è lo schema della dottrina Donroe, che è un riesumare, adattato ai tempi, le logiche imperiali con cui la dottrina Monroe venne declinata non inizialmente ma soprattutto a fine Ottocento-inizio Novecento, nel momento della grande ascesa imperiale degli Stati Uniti.
Perché si è preso di mira il Venezuela?
Il Venezuela, così come Cuba, sono regimi ostili che permettono una penetrazione di soggetti altrettanto ostili siano essi la Russia, la Cina o l’Iran in quella che è la sfera di influenza statunitense, dove possono esistere solo colonie o protettorati statunitensi entro un’area assoggettata all’indiscussa egemonia degli Usa.
Qualcosa che gli Stati Uniti di Trump non possono tollerare.
Certamente. Venezuela e Cuba con i loro amici scomodi rappresentano ideologicamente degli avversari per il presidente Trump e il segretario di Stato Rubio. Allora che cosa si fa? Si interviene militarmente in Venezuela anche se non certo per promuovere una transizione democratica; anzi la transizione democratica in teoria apre una situazione a rischio che si preferisce evitare perché potrebbe generare instabilità o vendette e violenze.
E allora, per quali motivi si interviene?
Come spesso accade in questi processi di transizioni post-autoritarie, si interviene in Venezuela per fare alcune cose: innanzitutto per ragioni banalmente di interessi economici e Trump, che è stato molto candido e molto esplicito su questo, ci dice che ci sono risorse petrolifere immense e che quelle risorse vanno privatizzate. Naturalmente deve essere una privatizzazione favorevole agli interessi statunitensi, anzi agli interessi delle corporation statunitensi, anche se queste gravitano molto vicino o addirittura dentro la stessa famiglia Trump.
Quale sarà il prossimo step: Cuba?
Credo che vi siano alcuni teatri da osservare con molta attenzione. Uno è quello cubano. Rubio sicuramente spingerà tantissimo per esercitare massima pressione su Cuba, proprio come si è fatto con il Venezuela che ha subito per mesi la massima pressione credo con l’intento di indurre Maduro ad andarsene. Ma simili operazioni sono difficili senza rischiare un raid e bombardamenti.
Quindi sappiamo a cosa guardare adesso.
Proprio così. È immaginabile che risolta la questione venezuelana l’attenzione si indirizzerà verso Cuba e la massima pressione sarà esercitata sull’isola con forze speciali, intelligence, azioni militari. Tra l’altro Cuba dista poche decine di chilometri dagli Stati Uniti ed è dunque un bersaglio relativamente facile. Inoltre stiamo parlando di una Cuba già prostrata, non dico una preda debole, tutt’altro, però sarebbe sicuramente vulnerabile. Attenzione però, perché il discorso non finisce qui.
In che senso?
Nel senso che l’altro teatro riguarda noi europei. Io non sottovaluterei minacce e affermazioni come quelle di Trump rispetto alla Groenlandia, che credo dobbiamo prendere molto sul serio. Certo è che se accadesse un’azione sulla Groenlandia, se ci fosse cioè un’annessione americana della Groenlandia, sarebbe la fine dell’Alleanza Atlantica. Ma dobbiamo anche pensare che tale questione dividerebbe ancora di più l’Europa perché le forze filo-Usa nel Vecchio Continente sono molto forti e immagino che giustificherebbero l’annessione della Groenlandia da parte degli Usa come necessaria per la difesa dell’Occidente dalla minaccia cinese.




