Mondo

Vi spiego cosa (non) farà la Francia di Macron in Libano

di

Silvia Romano

L’attuale sistema in Libano è troppo favorevole ai politici al potere. Non penso che Macron possa pensare a un regime change o di comprare le dimissioni dell’intero ceto dominante. L’analisi del generale Carlo Jean

La visita del presidente francese Macron in Libano ha costituto certamente per lui e per la Francia un grande successo mediatico. Non modificherà però sostanzialmente la situazione in Libano, quali che siano le risorse impiegate da Parigi per aiutare il suo vecchio mandato. Il suo caos politico ed economico deriva dalla frammentazione religiosa e dal fatto che a ciascun gruppo confessionale sono attribuiti illimitati poteri istituzionali e amministrativi. L’obbedienza dei cittadini va al gruppo d’appartenenza non allo Stato.

Il Libano è il caso più eclatante esistente al mondo di democrazia consociativa confessionale. Da tale pasticcio istituzionale dipendono l’inefficienza dello Stato, che ha provocato una paurosa crisi economica (la moneta si è svalutata rispetto al $ dell’80% dall’autunno scorso), la conflittualità fra i gruppi e anche il rilevante livello di corruzione. Secondo il Corruption Perception Index il paese è il 137° dei 180 Stati considerati. Le difficoltà economiche (25% di disoccupazione; 30% della popolazione sotto la soglia di povertà) avevano provocato proteste di piazza e le dimissioni del primo ministro (Saad Hariri) lo scorso ottobre. Ad esse, si è aggiunto il disastro dell’esplosione delle 2.750 ton di nitrato d’ammonio, cavalcato dal presidente Macron, per affermare la presenza francese nel Mediterraneo Orientale e, unendo il dilettevole all’utile, per consolidare in Francia e in Europa il suo traballante prestigio.

Il Libano ha alternato nella sua storia periodi di floridezza e di crisi e caos. E’ stato una creazione artificiale del colonialismo francese del primo dopoguerra. Lo dimostra anche il suo nome derivato dal Monte Libano. Fu creato da Parigi con il Trattato di Sèvres del 1920 per dare ai cristiani e ai drusi, fedeli alla Francia, un loro Stato, malgrado la presenza di consistenti minoranze sunnite e sciite. Allora i cristiani, in particolare i maroniti (circa metà dei cristiani, che sono divisi in Libano in 18 gruppi confessionali diversi) costituivano la larga maggioranza della popolazione. Oggi dovrebbero essere una percentuale inferiore, sia per la loro accentuata emigrazione che per la maggiore natalità dei musulmani. Anch’essi sono divisi fra sunniti, sciiti, drusi, alawiti e altri nuclei minori. L’ultimo censimento risale al 1932. Nessuno ha il coraggio di indirne uno nuovo. Infatti, modificherebbe la divisione del potere, stabilito all’atto dell’indipendenza dalla Francia nel 1943. Secondo essa, il presidente è un Maronita; il primo ministro un Sunnita; il presidente del Parlamento uno Sciita; il vice-primo ministro e il vice-presidente del parlamento sono greco-ortodossi. I seggi parlamentari sono così suddivisi: sunniti 27; sciiti 27; maroniti 43; greco-ortodossi 20; drusi 8; alawiti 2; evangelici 1. Tale ripartizione è seguita anche per le alte cariche istituzionali e amministrative. Il risultato è il caos. Gli accordi del Taiif del 1991 avevano previsto invano di correggere tale assurdo sistema. L’attuale presidente del Libano, l’ambiguo il generale Michel Aoun, non li aveva sottoscritti e si era recato in esilio per 15 anni a Parigi. Il risultato è stato che il Paese, considerato la “Svizzera del Medio Oriente”, fino allo scoppio della guerra civile del 1975-1990, a cui si sovrapposero gli interventi militari della Siria e di Israele, finiti rispettivamente nel 2005 e nel 2000, è sull’orlo del disastro economico, politico e sociale, anche perché gli sciiti dell’Hezbollah hanno una netta prevalenza militare, ben diversa dalla ripartizione istituzionale del potere. In tale situazione, le baionette contano più delle parole e delle buone intenzioni. I fautori dell’attuale sistema, da cui traggono vantaggio, cercano di attribuire il disastro ad interventi militari d’Israele e dell’Hezbollah.

Il presidente Macron si è rivolto ad una folla inferocita contro le autorità, ottenendone consenso e applausi come se fosse “il salvatore della patria”. Non ha solo promesso generosi aiuti, ma anche che essi non verranno dati all’attuale corrotta classe politica, qualora essa rifiutasse di riformarsi. Non ha precisato né come né quando dovrebbe farlo. Comunque, vere riforme non potrebbero essere che quelle previste a Taiif sulla de-confessionalizzazione del sistema politico e amministrativo, a cui si oppongono forti interessi dell’intera élite dominante. Ha preannunciato che organizzerà una conferenza internazionale per gli aiuti al paese e che ritornerà in Libano a settembre. Per fare cosa, a parte un nuovo show, non riesco ad immaginarlo. L’attuale sistema è troppo favorevole ai politici al potere. Non penso che Macron possa pensare a un regime change o di comprare le dimissioni dell’intero ceto dominante. L’unica misura per vere riforme sarebbe la ri-colonizzazione del paese, necessariamente con la forza militare. Senza di essa, le buone intenzioni sono chiacchiere. Fumo negli occhi senza arrosto. Penso che Macron ne sia ben consapevole, anche se ha dimostrato nel Sahel di inviare i soldati per combattere. Non per fare i samaritani o riempirsi la bocca con invocazioni alla pace. I soli aiuti non saranno sufficienti. Il potere ha una sua logica, ben differente dalla retorica dominante.

E’ una dura realtà di cui prima o poi anche noi italiani ci renderemo conto. Comunque in Italia dovrebbe essere preceduta da qualche corso accelerato di geografia per i nostri politici, se non altro per evitare l’ilarità generale suscitata da un nostro vice-ministro degli esteri che ha espresso il suo cordoglio per il disastro di Beirut ai libici, pensando che la città fosse in Libia e non in Libano! Con questi uomini dobbiamo abbandonare ogni ambizione di far concorrenza alla Francia. Meglio starsene buoni e zitti, ben chiusi a casa, limitandosi alla retorica della pace e a qualche aiuto.

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