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Vi spiego come Usa, Cina e Russia si fanno la guerra sull’Artico

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Via della Seta

Sale la tensione tra i ghiacci dell’Artico. Alla vigilia del Consiglio articolo a Rovaniemi il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha attaccato direttamente Cina e Russia per le loro manovre nella regione. L’analisi di Emanuele Bobbio per Affariinternazionali

Ai primi di maggio, in occasione del meeting biennale del Consiglio artico, tutti i ministri degli Esteri degli otto Paesi artici, insieme ai rappresentanti delle sei organizzazioni permanenti di tribù indigene e dei Paesi osservatori dell’organizzazione, si sono riuniti a Rovaniemi in Finlandia. Il meeting aveva come obiettivo quello di saggiare lo stato delle relazioni artiche e l’operato della leadership finlandese degli ultimi due anni e sancire il passaggio di consegne all’Islanda che guiderà il Consiglio per il prossimo biennio

Nella relazione approvata all’unanimità vi sono molti dati interessanti, obiettivi raggiunti e azioni poste in essere verso i tre grandi obiettivi che il Consiglio artico si è dato, a partire dalla sua fondazione nel 1996: la lotta al cambiamento climatico, la protezione ambientale e della biodiversità e uno sviluppo sostenibile per la regione. Durante il meeting è stato presentato il rapporto sugli sviluppi dei cambiamenti climatici insieme a quello sullo stato della biodiversità, sono stati mostrati i risultati di progetti volti a ridurre l’inquinamento da micro-plastiche e i passi avanti fatti per un sistema di trasporti e comunicazioni migliore nella regione artica.

PIANI NAZIONALI IN APERTO CONTRASTO CON LA MISSIONE DEL CONSIGLIO

Il clima disteso della riunione e i risultati incoraggianti che sono stati messi in rilievo non testimoniano però affatto la reale natura dei rapporti tra i Paesi interessati a quest’area. Va infatti detto che tutti i Paesi, che siano membri o solamente osservatori esterni, del Consiglio artico stanno portando avanti propri piani di sviluppo e obiettivi strategici per la regione, anche a volte in aperto contrasto con la missione dell’organizzazione.

Per capire come la tensione sale tra i ghiacci dell’Artico è utile ritornare alla dichiarazione del segretario di Stato Usa Mike Pompeo, il quale alla vigilia dell’incontro ha attaccato direttamente Cina e Russia per le loro manovre nella regione. Pechino ha infatti investito quasi 90 miliardi di dollari dal 2012 al 2017 sulla rotta del Mare del Nord, la quale permetterebbe di andare dal Pacifico all’Atlantico passando a Nord della Russia. La cosiddetta ‘Polar Silk Road’ non solo accorcerebbe i tempi di navigazione, ma ridurrebbe anche i rischi che le navi affrontano passando i cosiddetti ‘colli di bottiglia’ del commercio internazionale, come lo stretto di Malacca e lo stresso di Bab el-Mandeb.

Tutti questi scenari sono possibili nella misura in cui i ghiacci dell’Artico si stanno assottigliando o addirittura del tutto sciogliendo e potrebbero quindi permettere a navi commerciali di solcare queste acque, senza essere dotate di particolari strumentazioni.

USA VS CINA SULLA ‘POLAR SILK ROAD’

La Cina nel suo White Paper del 2018 ha mostrato come gli investimenti in questa direzione sono guidati da una ‘win win policy’, che Pechino vuole realizzare con tutti i Paesi che si trovano sulla rotta a partire da Canada e Russia. Questa posizione ha messo in allarme Washington che vede nell’influenza cinese un grosso rischio e per tutta risposta ha lanciato una campagna di persuasione degli alleati al fine di disincentivarne la partecipazione al progetto.

Allo stesso tempo, in sede internazionale gli Stati Uniti hanno cercato di indebolire la posizione di Pechino smontando il suo statuto di “near artic State”, in quanto il confine cinese più vicino dista 1450 km dalla zona artica. Gli Usa affermano che questo statuto cinese non è accettabile, in quanto uno Stato può solo essere artico o non artico. Se questa lettura dovesse passare, potrebbe essere un colpo duro per Pechino perché potrebbe trovarsi esclusa da molte trattative riservate esclusivamente ai cosiddetti Paesi artici.

I PROGETTI DI MILITARIZZAZIONE DELLA RUSSIA

Il segretario Pompeo non ha riservato critiche dirette alla Russia, la quale invece punta molto alle risorse naturali nascoste sotto i ghiacci e sta lanciando una massiccia campagna di militarizzazione della regione artica, per ampliare la sua zona di influenza soprattutto a discapito di Paesi meno attrezzati. É vero infatti che Paesi come la Finlandia, la Norvegia e la Danimarca hanno iniziato a rivendicare con sempre maggiore tenacia la propria sovranità su alcune aree della regione, ma lo stanno facendo attraverso negoziati in sede Onu. La Russia invece utilizza una strategia di occupazione diretta delle acque e dello spazio aereo. Un esempio di queste mosse sono le prove di forza messe in atto da Mosca negli ultimi anni, come la bandiera posizionata sotto i ghiacci del Polo Nord da un sottomarino russo nel 2011 o come i vari episodi di mancato rispetto di spazi aerei e acque nazionali, in particolare di Norvegia, Finlandia e Svezia, da parte di apparecchi o unità navali russe.

Si è anche aperta una particolare corsa agli armamenti adatti alle caratteristiche ambientali dell’Artico. Attualmente la Russia sta investendo molto in strumenti militari capaci di affrontare le condizioni della regione polare. Gli Stati Uniti d’altra parte stanno portando avanti progetti di ricerca e sviluppo per questi tipi di armamenti, mentre il Canada attualmente è l’unico Paese occidentale che possiede nella sua flotta un’unità militare, l’incrociatore classe Harry Dewolf, in grado di potere svolgere qualsiasi tipo di missioni nel quadro artico.

TRUMP FA MOSTRA D’AGGRESSIVITÀ ANCHE NELL’ARTICO

Nonostante le denunce nei confronti dei partner, anche gli Stati Uniti, con l’arrivo alla presidenza di Donald Trump, hanno cambiato il proprio atteggiamento verso l’Artico. Barack Obama aveva di fatto fermato le trivellazioni e le esplorazioni offshore a Nord dell’Alaska, ma la nuova Amministrazione ha ripreso questo genere di attività anche con il rischio di incorrere in sanzioni da parte dello stesso Consiglio artico.

L’aggressività di Trump non si è però limitata allo sfruttamento del sottosuolo, ma si è allargata anche alle vie di comunicazioni, anche nei confronti di suoi alleati, come il Canada. Nel giugno del 2018, infatti, Trump ha messo in discussione l’accordo del 1988 tra Ottawa e Washington sulle acque artiche, in quanto esso sarebbe troppo favorevole ai canadesi, e gli accordi informali sulle zone di pesca tra le acque del Maine e dello stato canadese di New Brunswick.

La regione artica è sempre stata al centro di questioni geopolitiche, ma con l’innalzamento delle temperature e il conseguente scioglimento dei ghiacci, molte strategie, che prima erano economicamente non convenienti, stanno diventando sempre di più percorribili dalle grandi potenze.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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