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Vi spiego come finirà in Ucraina fra Russia e Nato

Ucraina: il vero problema è come mettere la Russia in condizioni di ritirarsi senza essere umiliata troppo apertamente. L'analisi del generale Carlo Jean

 

La questione ucraina presenta aspetti alquanto paradossali. Chi dovrebbe dice di non esserne preoccupato e invita ad abbassare i toni. Chi dovrebbe esserlo meno – come gli Usa e l’UK – soffiano invece sul fuoco, sostenendo che è imminente un massiccio attacco di Mosca. Solo una grande guerra che si concluda con l’occupazione dell’intera Ucraina può risolvere le preoccupazioni per la sicurezza della Russia, accampate da Putin a giustificazione delle sue pressioni su Kiev. Però, comporterebbe il rischio di un’escalation globale, forse anche il ricorso alle armi nucleari.

L’Ucraina è un “boccone” troppo grosso per Mosca. Una guerra su ampia scala ne esaurirebbe le risorse. Comporterebbe perdite inaccettabili. Indebolirebbe la Russia, accelerandone la dipendenza dalla Cina. D’altro canto, una “guerra solo limitata”, con l’allargamento delle regioni secessionistiche del Donbas e con l’estensione del controllo russo alle aree costiere del Mar d’Azov e del Mar Nero oppure con il cambiamento di regime a Kiev, non arresterebbe la marcia dell’Ucraina verso l’Occidente. Potrebbe anzi accelerarla. Comporterebbe comunque costi e perdite elevate per Mosca. Essa sarebbe colpita da pesanti sanzioni finanziarie, verosimilmente unite ad embarghi non solo sulle tecnologie strategiche, ma su tutte quelle avanzate occidentali, con il conseguente collasso dell’industria russa dei beni di consumo.

E allora? Come uscire dalla crisi senza che nessuno perda la faccia? La situazione più critica è quella di Putin. Ha verosimilmente sottovalutato le capacità di reazione degli Usa e della Nato e sopravvalutato le sue capacità di dividere l’Alleanza transatlantica, nonché la disponibilità della Cina di sostenerlo, ad esempio aumentando le pressioni su Taiwan. Il sostegno dato dal Ministro degli Esteri cinese, Wang Xi, è stato minimo. Ha affermato al Segretario di Stato Blinken di prendere sul serio le preoccupazioni del Cremlino per la sicurezza russa, di evitare un’escalation e di abbandonare la mentalità di guerra fredda, sottacendo peraltro che è proprio Putin a seguirla.

I negoziati russo-americani – dopo la restituzione al mittente delle richieste di Putin agli Usa e alla Nato di ritirarsi dall’Europa Orientale e Baltica e di dare una garanzia formale sull’esclusione perpetua dell’Ucraina dalla Nato – continueranno. Ma non produrranno nessun esito. Di conseguenza la situazione sul confine russo-ucraino continuerà a rimanere tesa. Dovrebbe rimanere di stallo. C’è da augurarsi che nessuno perda la testa e che possibili incidenti non diano luogo a un’escalation inarrestabile. I rischi di un conflitto non sarebbero solo militari né relativi ai rifornimenti all’Europa di gas russo. Potrebbero provocare anche ondate di rifugiati verso l’Europa.

In attesa che si trovi qualche formula per uscire dall’impasse, continuerà la “muscolare diplomazia coercitiva” da parte della Russia e, conseguentemente, dell’Occidente. Per quest’ultimo rimarrebbe qualitativamente quella di oggi. Potrà variare quantitativamente. Per Mosca potrebbe assumere intensità e comprendere azioni diverse. È impossibile prevederlo. Al suo limite inferiore, comporterebbe azioni di propaganda e di disinformazione, attacchi cibernetici, sostegno agli elementi filorussi (specie oligarchi e 50 membri filorussi su 450 della Rada di Kiev), organizzazione di tutto l’armamentario utilizzato nelle “rivoluzioni colorate”, pressioni economiche e finanziarie, volte a erodere la capacità di resistenza della popolazione ucraina, e così via.

Il Cremlino potrebbe però adottare anche una strategia più azzardata, volta a forzare la mano: riconoscere l’indipendenza delle regioni secessioniste del Donbas come fatto per l’Abkazia  e per l’Ossezia del Sud, oppure annetterle formalmente, come fatto nel 2014 con la Crimea; infiltrare nuclei di “piccoli uomini verdi”, per appoggiare terroristi locali ed effettuare attentati contro politici filo-occidentali o gangli strategici dell’Ucraina; appoggiare un colpo di Stato a Kiev, che sarebbe l’inverso dell’Euromaiden; effettuare attacchi contro le sue stesse truppe anche in Russia, per giustificarne una reazione e mostrare i muscoli.

Anche se da parte di Putin si è trattato solo di un bluff, le cose non devono andare troppo avanti. Il problema è come mettere il Presidente russo in condizioni di ritirarsi senza essere umiliato troppo apertamente. Ciò potrebbe spiegare perché il presidente ucraino, Zelenski, rivolga appelli agli Usa alla calma e a non adottare misure ritorsive troppo forti, che obbligherebbero Putin a “rilanciare”, trascurando il freddo patito dai suoi soldati nell’inverno sarmatico. Certamente essi si chiedono come mai, dopo essere stati schierati dal marzo scorso sui confini ucraini, se ne stanno fermi in attesa dell’ordine di attacco, mentre gli ucraini ricevono dall’Occidente un gran numero di armi moderne.

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