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Cina Stati Uniti

Vi spiego chi fra Usa e Cina spinge di più per la cooperazione e non per la competizione

Il confronto fra Usa e Cina nel mondo multipolare e anarchico. L'analisi del generale Carlo Jean

 

Il mondo è sempre meno multilaterale. Gli USA, garanti delle regole della globalizzazione, sono sempre meno in condizioni di dettare e far rispettare le regole. Domina il disordine, in un mondo che sta diventando sempre più multipolare e anarchico. Le sue dinamiche sono sempre più influenzate dalla rivalità fra gli USA e la Cina, ma anche dal dinamismo di medie potenze come la Turchia e dall’attivismo del “Sud Globale”. Regole e principi del diritto internazionale sono rispettati sempre meno. Non sono garantiti più dal timore di interventi esterni, in pratica degli USA, che ne erano gendarmi e garanti. Oggi essi conoscono forti tendenze al disimpegno.

La globalizzazione, trionfante all’inizio del secolo e protetta dall’egemonia degli USA, è in crisi. Vale ancora per i global commons, come il clima, la lotta alle pandemie, ecc… Sono in crescente crisi le organizzazioni globali come l’ONU, l’OMC e le istituzioni finanziarie di Bretton Woods. In campo economico e, in misura crescente, anche in quello geopolitico sono sempre più sostituite da organizzazioni regionali e da raggruppamenti di Stati che condividono determinati obiettivi, indipendentemente dalla loro prossimità geografica, istituzionale, culturale ed economica.

La guerra in Ucraina ha contribuito a porre in rilievo tali dinamiche, non tanto per la contrapposizione fra gli USA e i loro alleati europei e asiatici e la Russia, legata da un partenariato strategico con la Cina, quanto per il sorgere del “Sud Globale”, caratterizzato dal risentimento verso il ricco ed egoista Occidente. Esso trova le sue origini non solo nel ricordo del dominio coloniale, a cui molti Stati sono portati ad attribuire la causa dei loro mali e del loro sottosviluppo, ma anche per le sue imposizioni sul debito, per i suoi ridotti e tardivi aiuti per il COVID e, soprattutto, per le “prediche” sulla democrazia, sulla corruzione delle classi dirigenti e sulla violazione dei diritti umani. Nelle organizzazioni multilaterali – come nell’ONU e nel G-20 – il tentativo degli USA di ottenere il sostegno del “Sud” o, quanto meno, di ostacolare il suo allineamento con Pechino e per taluni con Mosca, ha fatto sì che i dibattiti sull’aggressione russa all’Ucraina siano divenuti inseparabili da quelli con le richieste economiche del “Sud Globale”, quasi sempre accompagnate anche da un sordo risentimento verso l’Occidente e anche verso l’egemonia del dollaro, che Washington utilizza con disinvoltura forse eccessiva con le sue sanzioni a sostegno dei suoi interessi e della sua politica. Washington erode con esse le sue pretese di essere il protettore di interessi comuni, oltre che il garante della “moneta standard” globale.

Accordi regionali, o fra gruppi limitati di paesi, che non condividono tanto interessi e visioni del futuro ordine economico e geopolitico mondiale, quanto una rivalità di fondo verso l’Occidente e i suoi valori nonché l’invidia verso la sua ricchezza e potenza, stanno subentrando – e facendo concorrenza – alle grandi organizzazioni internazionali create e dominate dagli USA dopo la fine della seconda guerra mondiale. Tra tali nuove organizzazioni assumono particolare importanza il BRICS e la SCO. Esse comprendono solo Stati del “Sud Globale”, con forte influenza cinese, indiana e – ancorché declinante – anche russa. Il BRICS, recentemente allargatosi da 5 a 11 membri, vorrebbe contrapporsi al G-7 e al dominio del dollaro (che il presidente brasiliano Lula vorrebbe sostituire con le monete nazionali o con una moneta unica del gruppo). La SCO – malgrado l’opposizione soprattutto dell’India, contraria alla sua militarizzazione – vorrebbe contrapporsi al sistema di alleanze euro-atlantiche e asiatiche degli USA. Entrambi non sono però in grado di farlo. Lo dimostra per il BRICS la proposta dell’Argentina – uno dei sei Stati che dovrebbe aggiungersi al BRICS – di adottare il dollaro come moneta, nonché – per la SCO – lo sviluppo del QUAD e dei rapporti anche militari con gli USA, con cui l’India vuole contrapporsi alla Cina e affrancarsi in parte, almeno, dalla dipendenza nei confronti della Russia nel campo degli armamenti.

Del G-20 fanno parte anche i principali Stati del G-7, ma – come risulta evidente dalla recente riunione a New Delhi – esso non è in grado di fungere da mediatore fra il G-7 e il BRICS. Inoltre, dopo l’incontro a San Francisco fra Biden e Xi Jinping sono migliorati i rapporti fra Cina e USA. La Cina conosce una profonda crisi economica. Non può permettersi una rottura del commercio con gli USA e l’UE. Aderisce di fatto al sistema sanzionatorio statunitense nei confronti della Russia, imposto per l’aggressione all’Ucraina. Non fornisce a Mosca – se non con il contagocce – né armi né tecnologie critiche. Comunque, se le fa pagare notevolmente. Ha tutto l’interesse alla prosecuzione del conflitto, che distrae attenzione e risorse americane dall’Indo-Pacifico.

L’attenuazione, almeno nei toni, del confronto con gli USA potrà cessare qualora nelle elezioni di Taiwan del prossimo gennaio dovesse prevalere nettamente il partito radicalmente indipendentista. Sarebbe uno scacco che Pechino non potrebbe accettare. È ragionevole, però, pensare che prevalgano le forze politiche fautrici del mantenimento dello “status quo”. In tal caso, il confronto fra USA e Cina si consoliderà al livello attuale. I rapporti non miglioreranno al punto che veniva auspicato all’inizio del secolo, sino alla costituzione di “Chimerica” o del “G-2”, cioè di un direttorio globale sino-americano. Che i rapporti fra i due paesi non siano basati solo sulla competizione, ma anche sulla cooperazione è nell’interesse di entrambi. In particolare, lo sono per la Cina. Non solo per la crisi dell’economia cinese, ma anche per il timore di Pechino di una vittoria elettorale di Trump, di cui tutti ricordano l’aspro contrasto con la Cina in nome del MAGA (Make America Great Again).

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