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Ecco che cosa cambierà con la riforma dell’autonomia fra Stato e regioni. Parla il prof. Guzzetta

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La riforma in fieri sulle autonomie regionali commentata da Giovanni Guzzetta, costituzionalista, ordinario di diritto pubblico presso l’Università degli studi Roma Tor Vergata

 

Il Parlamento avrà spazi di intervento assai limitati nell’approvare le leggi sulla maggiore autonomia di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.

«Potrà decidere di respingere in toto le proposte, al limite anche chiedere di riaprire l’intesa tra Stato e regioni, ma emendare liberamente i disegni di legge, come succede con qualsiasi altro provvedimento, no, non potrà proprio farlo. Non glielo consente la riforma della Costituzione approvata nel 2001».

Così Giovanni Guzzetta, costituzionalista, ordinario di diritto pubblico presso l’Università degli studi Roma Tor Vergata. La ragione? «Il legislatore del 2001 ha messo in posizione paritetica lo Stato e la regione che chiede maggiori poteri. L’intesa che arriva in parlamento è tra pari».

In queste ore al consiglio dei ministri sono attesi tre disegni di legge, quelli che dettano le regole della maggiore autonomia di Veneto, Lombardia ed Emilia. Che iter dovranno seguire perché diventino leggi dello stato?

L’iter è stato riformato nel 2001 ed è la prima volta che deve essere attuato. Prevede che il provvedimento sia approvato dalla maggioranza assoluta di camera e senato, in base all’intesa raggiunta dallo stato e dalla regione proponente.

Che cosa significa approvare una legge in base a un’intesa raggiunta prima?

Questa espressione, «in base a», ricorre anche nell’articolo 8 della Costituzione che disciplina le intese tra stato e le confessioni religiose. La prassi parlamentare prevede in questo caso sia rispettata la volontà delle parti per cui, salvo alcuni aspetti marginali e secondari che il parlamento può modificare, gli assi dell’intesa e lo spirito della stessa sono intangibili.

Ma qui non è in gioco il riconoscimento di una confessione religiosa, ci sono i poteri di regioni rispetto alle altre e all’intera comunità.

Guardi che ci potesse essere una maggiore autonomia di alcune rispetto ad altre è stato previsto nel 2001, le intese con Veneto, Lombardia ed Emilia ne sono l’attuazione. Tra l’altro mentre con una confessione religiosa lo Stato può anche rifiutarsi di trattare, con la regione no. Può lo Stato centrale non arrivare a fare una accordo, ma la trattativa deve essere avviata su richiesta della regione proponente.

C’è un difetto di origine dunque?

Se lo si vede con un difetto, ok. Diciamo un’impostazione voluta dal legislatore per cui Stato e regione sono alla pari, lo Stato non è più gerarchicamente sovraordinato.

E il Parlamento ha le mani legate?

No, il parlamento non ha la pistola alla tempia, può anche non approvare la proposta, addirittura anche chiedere che l’intesa sia riaperta, che ci sia un supplemento di istruttoria. Oppure, al contrario, decidere di varare la legge, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti favorevoli, apportando delle modifiche che però non possono essere discrezionali ma riguardare solo aspetti minoritari.

Quali aspetti non potrebbero essere modificati in parlamento?

Per esempio se l’intesa prevede la devoluzione dei poteri sulla gestione del personale scolastico, non si può stralciare questa parte. La volontà delle parti contraenti l’accordo va rispettata.

Insomma, se la Lega riesce a portare a casa l’ok del consiglio dei ministri, il parlamento o boccia le leggi oppure prende il pacchetto completo. La svolta leghista è servita.

C’è anche l’Emilia che non è leghista tra le proponenti. Questo solo per dire che ci sono regioni che se la sentono di chiedere maggiori poteri e dunque responsabilità, al di là del colore politico.

I governatori del Sud, in testa De Luca delle Campania, minacciano fuoco e fiamme, sono certi che la riforma segnerà la spaccatura tra regioni povere e ricche, tra regioni del Nord e del Sud. Il Pd parla di secessione.

Già adesso ci sono enormi divari tra le regioni, sono sotto gli occhi di tutti. E segnalo che ci sono già cinque regioni ad autonomia speciale, due sono al Sud, Sicilia e Sardegna. Che poi avere maggiore autonomia significhi avere maggiore sviluppo, efficienza di spesa e competitività questo è un altro discorso.

(articolo pubblicato da Italia Oggi)

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