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Vi racconto sbuffi e paradossi tra Francia e Germania sulla doppia sede europea Strasburgo-Bruxelles

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Tutti i dettagli sulla tenzone della doppia sede dell’Europarlamento che i tedeschi vorrebbero semplificare e le doppie sedi ministeriali ancora suddivise fra Berlino e Bonn 20 anni dopo il trasloco. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti

La doppia sede del parlamento europeo è una di quelle incongruenze che molti vorrebbero superare. Per risparmiare soldi, tempo e dare più funzionalità al lavoro delle istituzioni europee. Ci sono i costi del mantenimento di due sedi, con ristoranti, caffè, mense, di uffici e sevizi per i deputati e i loro assistenti, e il leggendario trasloco mensile di atti e documenti: un lungo treno di automezzi che copre i Secondo le ultime stime, il costo complessivo del parlamento europeo (che con il Segretariato generale ha anche una terza sede a Lussemburgo) raggiunge i 2 miliardi di euro: il taglio di una sede potrebbe costituire un buon risparmio, anche se per evitare eccessi sensazionalistici è giusto evidenziare che il costo medio per ogni cittadino europeo è di 4,22 euro l’anno, non proprio un’enormità.

È il motivo per cui molti vorrebbero mettere mano alla questione, ma non i francesi. Strasburgo è la storia e la tradizione, oltre ad essere ancora la sede ufficiale: ogni mese, tranne agosto, si svolgono le sedute plenarie. A Bruxelles si svolge la maggior parte delle attività delle commissioni parlamentari: la capitale belga (ed europea) è anche la sede della Commissione e di tante altre istituzioni dell’Ue ed è anche logisticamente più raggiungibile rispetto alla città francese. Per questo i fautori della semplificazione puntano in larga parte a dare il benservito a Strasburgo. Per l’economia della cittadina francese, che ruota soprattutto attorno alla presenza mensile di deputati, funzionari, assistenti, lobbisti, giornalisti, diplomatici, sarebbe però un duro colpo. Per questo tutti i governi succedutisi a Parigi si sono sempre opposti con forza.
Non sono poche le forze politiche che, ogni tanto, riesumano il tema. Qualche tempo fa anche i pentastellati, quando ancora rivoluzionari assicurarono che avrebbero fatto chiudere Strasburgo in quanto “una marchetta francese”. Adesso però le pressioni per la semplificazione arrivano da un partner di peso, in teoria il partner privilegiato della Francia: la Germania.
Nei mesi passati Angela Merkel non ha perso occasione di rilanciare a suo modo la questione: in maniera sommessa ma puntigliosa. È una delle spine in un’alleanza che solo qualche mese fa aveva celebrato ad Aquisgrana la sua rifondazione: vorrebbe governare la nuova Europa post-Brexit ma i due paesi sono portatori di interessi assai diversi che faticano a conciliarsi. Quello Berlino-Parigi è un asse molto meno solido di quel che si vuole far credere.

Lo scontro sulla doppia sede del parlamento europeo può apparire una questione marginale ma, sostengono fonti giornalistiche ben informate, Macron è assai infastidito dalle posizioni tedesche su Strasburgo. Tanto più che il candidato alla Commissione dei popolari europei, il bavarese Manfred Weber, ha fatto della semplificazione della sede parlamentare uno dei punti di forza della sua campagna elettorale. Non si è espresso chiaramente per Bruxelles o Strasburgo, più diplomaticamente ha sostenuto che dovranno essere i parlamentari stessi a decidere dove svolgere il proprio lavoro, se in Francia o in Belgio: i cittadini non comprenderebbero ulteriormente l’esistenza di due sedi plenarie e gli alti costi per sostenerle, ha detto in un’intervista ai quotidiani tedeschi. Ma ai francesi anche queste dichiarazioni non sono andate giù, perché è nota la preferenza degli eurodeputati per la più comoda sede di Bruxelles.

Tuttavia i desideri di Merkel e Weber costituiscono un paradosso: perché chiedono all’Europa (e indirettamente alla Francia) di fare quello che essi stessi non riescono a fare a casa loro. In Germania non si tratta del parlamento ma del governo. A vent’anni dal trasloco del governo da Bonn a Berlino, avvenuto nel 1999, l’amministrazione della Bundesrepublik è infatti ancora divisa fra la nuova e la vecchia capitale. Tutto è riconducibile al famoso Berlin/Bonn-Gesetz, la legge varata nel 1994, in cui vennero definiti i trasferimenti del parlamento federale e di gran parte dei ministeri e del loro personale da Bonn a Berlino. Per far digerire meglio la decisione ai riluttanti burocrati che avrebbero dovuto abbandonare le dolcezze renane per le asperità della metropoli sulla Sprea, si decise di non trasferire tutti i dicasteri a Berlino. Alcune sedi si sdoppiarono, mantenendo rappresentanze e impiegati un po’ di qua e un po’ di là.

Risultato? A venti anni dal trasferimento, la “piccola città nella Germania” (per riprendere il titolo di un famoso libro di spionaggio di John Le Carré) ospita ancora la sede principale di sei dei 14 ministeri. Si tratta di Difesa, Salute, Ambiente, Sviluppo, Istruzione e Agricoltura, più i distaccamenti degli altri ministeri spostati sulla Sprea, 250 uffici doppioni di quelli centrali per un totale di 6.700 funzionari ministeriali sui 20.000 totali. Insomma, esistono ministri la cui sede principale sarebbe a Bonn, anche se di fatto non ci mettono mai piede. Dell’esecutivo in carica, la più assidua è la titolare dell’Agricoltura Julia Klöckner, che ha il collegio elettorale a Bad Kreuznach, in Renania-Palatinato, due ore e mezza di autostrada da Bonn.

I costi? Qualche anno fa Karl Heinz Däke, capo dell’associazione dei contribuenti, ha fatto due conti: pendolarismo, biglietti aerei e ferroviari, tempo perso per gli spostamenti, affitti dei locali. Totale: 23 milioni di euro.

Nove anni fa, l’allora ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg (poi primo politico di una lunga serie finito impallinato dal plagio della tesi di dottorato), provò a chiedere il completo trasferimento del suo ministero a Berlino: il governo gli chiedeva di tagliare il bilancio delle forze armate e a lui venne in mente questa proposta di buonsenso. Ma la cancelliera non ne volle sapere di sollevare il vespaio di nuove proteste renane e lasciò cadere la richiesta. Dal 2016, ogni anno, è invece la Linke a presentare un ordine del giorno al Bundestag, con la richiesta di completare il trasloco. Ma anche nell’ultimo contratto di governo i partiti della Grosse Koalition hanno deciso di mantenere lo status quo, con soddisfazione di Armin Laschet, il potente fedelissimo di Angela Merkel alla guida del Nord Reno-Vestfalia, il Land di Bonn. Secondo gli esperti della regione, il completo passaggio a Berlino degli uffici ministeriali costerebbe alla vecchia capitale 30.000 posti di lavoro complessivi, mentre i costi del trasloco ammonterebbero a 5 miliardi di euro, vanificando il risparmio sperato.
Così le resistenze dei renani rispetto alla chiusura dei ministeri a Bonn sono le stesse dei francesi rispetto a quella del parlamento europeo a Strasburgo. Sebbene la vecchia capitale tedesca abbia saputo reinventarsi dopo il ritorno dello scettro a Berlino, attirando il campus delle Nazioni Unite, diverse istituzioni internazionali e culturali, e alcuni grandi consorsi industriali tedeschi come Deutsche Telekom e Deutsche Post. I posti di lavoro guadagnati sono stati più di quelli persi con l’addio di parlamento e gran parte del governo.

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