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Vi racconto lo zampino del Quirinale nell’evoluzione di Luigi Di Maio

Draghi

La metamorfosi politica di Luigi Di Maio vista da Francesco Damato

 

Ah, come avrei voluto essere ancora una volta una mosca al Quirinale per godermi il passaggio informativo del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, salito sul Colle prima di annunciare in un monologo televisivo a poca distanza, in un albergo romano, la scissione del MoVimento 5 Stelle. Che aumenta il numero dei partiti della maggioranza ancòra di governo ma al tempo stesso ne modifica i rapporti di forza in Parlamento. Dovrà tenerne conto anche l’ufficio cerimoniale della Presidenza della Repubblica per l’ordine in cui dovranno sfilare in occasione di una eventuale crisi le rappresentanze parlamentari.

I gruppi pentastellati proprio per effetto della sessantina fra deputati e senatori usciti al seguito del ministro degli Esteri non potranno più vantarsi di essere i primi, risultando adesso i secondi dopo quelli della Lega di Matteo Salvini. E non è finita, perché potrebbero retrocedere ancora se la crisi del movimento presieduto da Giuseppe Conte dovesse aggravarsi nella prospettiva “biodegradabile” temuta dallo stesso fondatore, garante e consulente Beppe Grillo, messosi anche lui alla finestra. Anzi, affidatosi agli effetti terapeutici della “luce del sole”, in un’estate peraltro particolarmente torrida.

Non credo di violare un segreto di Stato, magari rischiando la galera pur domiciliare sperimentata nel lontano 1983, e dissoltasi poi in un proscioglimento senza scuse, se raccolgo e rilancio una leggenda secondo la quale Di Maio nel 2013 si conquistò l’interesse e forse anche un pò di simpatia dell’allora segretario generale della Camera Ugo Zampetti, destinato a diventare Segretario Generale della Presidenza della Repubblica con Sergio Mattarella al Quirinale.

Nel disorientamento generale provocato dall’arrivo dei pentastellati a Montecitorio, e dai loro riti improvvisati di rottura e di provocazione, Zampetti sarebbe rimasto colpito dalla inusuale -per i grillini- eleganza di Luigi Di Maio, approdato di un colpo ad una delle vice presidenze della Camera. Dove “l’ex bibitaro”, come veniva chiamato per i suoi precedenti allo stadio di Napoli, mostrò invece utile volontà di apprendimento. E proprio a Zampetti pare fosse toccato il compito di soddisfare la sua voglia di sapere, diciamo così, doverosamente corrisposta dal più alto funzionario di Montecitorio.

Non so se più con stupore o con soddisfazione per il lavoro svolto, Zampetti si ritrovò al Quirinale Di Maio nel 2013 come capo del movimento più votato nell’elezione delle Camere e ne accompagnò, sempre doverosamente, l’approccio col capo dello Stato per la formazione del primo governo della nuova legislatura. Che non poteva certamente prescindere dal partito più rappresentato in Parlamento, specie dopo la rinuncia spontanea di Matteo Salvini a provarci come capo del centrodestra che aveva superato i grillini senza tuttavia conquistare la maggioranza assoluta.

Dal cappello di Di Maio, e non solo, uscì la proposta a Mattarella di mandare a Palazzo Chigi il praticamente sconosciuto Giuseppe Conte, candidato prima delle elezioni dai grillini al ben più modesto incarico di ministro della Pubblica Amministrazione. Si mormorò nei palazzi romani della politica che fosse stato anche o proprio Zampetti a convincere Mattarella al conferimento dell’incarico, per quanto Conte non avesse alcuna esperienza politica, neppure di consigliere comunale, come lo stesso presidente della Repubblica avrebbe poi pubblicamente fatto notare.

Vi lascio immaginare, con questi precedenti, lo sgomento avvertito al Quirinale quando proprio Di Maio si rivoltò al rifiuto di Mattarella di accettare per intera la lista dei ministri propostagli da Conte, comprensiva di Paolo Savona al Ministero dell’Economia, minacciando di promuoverne la messa in stato di accusa davanti alla Consulta per tradimento della Costituzione: una cosa che fece sobbalzare sulla sedia persino Grillo.

Ma le sorprese non erano destinate a finire lì. Sanata questa ferita, Di Maio ne aprì un’altra interferendo clamorosamente nella gestione della crisi dopo l’annuncio del conferimento di un nuovo incarico di formare il governo all’economista Carlo Cottarelli, interrotto nel suo mandato dalla decisione di Di Maio e di Matteo Salvini, candidati alla vice presidenza del Consiglio con Conte, di riprendere le trattative di governo rimuovendo l’ostacolo di Savona, “retrocesso” al Ministero per gli affari europei, come se da euroscettico reale o presunto potesse fare lì meno danni.

Fu grazie anche ai buoni uffici di Zampetti, contattato telefonicamente e ripetutamente da Di Maio, che secondo radio Montecitorio, diciamo così, Mattarella accettò anche questa forzatura e concesse una o più proroghe per l’esaurimento del negoziato e la formazione del governo gialloverde.

Ancora Di Maio, da vice presidente del Consiglio e pluriministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, avrebbe sorpreso il Quirinale andando a Parigi con l’amico Alessandro Di Battista a fiancheggiare la rivolta dei gilet gialli contro Macron. Col quale Mattarella dovette sudare le proverbiali sette camicie, forse qualcuna in meno ma anche qualcuna in più, per scusarsi e chiudere l’incidente.

Vederselo proporre al Ministero degli Esteri nel secondo governo Conte, con il Pd subentrato ai leghisti, non deve essere stato privo di qualche preoccupazione al Quirinale. Dove però hanno avuto il tempo e la possibilità di tirare un sospiro di sollievo. E che sospiro, vedendolo arrivare martedì sera per annunciare di stare uscendo dal Movimento 5 Stelle per sostenere meglio il presidente atlantista del Consiglio Mario Draghi dagli ondeggiamenti, quanto meno, di Conte in piena guerra russa all’Ucraina. La scommessa di Zampetti, se ve ne fu davvero una quattro anni fa, è andata davvero a buon fine. Per fortuna anche di Mattarella, vedremo se anche dell’Italia tornata forse alla normalità dell’”uno che non vale l’altro”, come lo stesso Di Maio ha ammesso.

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