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Vi racconto le manovrette di Franceschini

di

emergenza

Cosa fa, dice e non dice Dario Franceschini del Pd, ministro dei Beni culturali e capo della delegazione del Pd al governo

 

Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali e capo della delegazione del Pd al governo, ha rotto un silenzio che probabilmente si è in qualche modo divertito a vedere interpretare nei modi più diversi, come soleva fare nella Dc Aldo Moro nei tempi più difficili. Lo ha rotto lasciandosi contattare da Repubblica, forse non a caso, il giorno dopo un’intervista del suo collega di partito e governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini al Corriere della Sera un po’ impaziente nei riguardi dei grillini. “Ho il massimo rispetto – aveva detto Bonaccini – per le fibrillazioni di tutti, ma siamo qui per risolvere i problemi del Paese, non delle singole forze politiche”. E già era una concessione ai grillini accomunarli generalmente ad altri partiti, di maggioranza e persino di opposizione, visto che neppure nel centrodestra mancano disagi capaci di ripercuotersi sull’intero Paese.

Bonaccini, si sa, era considerato prima delle elezioni regionali del 20 e 21 settembre come il più probabile candidato alla successione di Nicola Zingaretti alla segreteria del partito in caso di sconfitta. Che non c’è stata, o si è rivelata di tali modeste dimensioni rispetto al temuto, con la perdita della “sola” regione Marche e il salvataggio della Puglia, della Campania e della Toscana, che molti l’hanno interpretata o scambiata – ha scritto il solito, impietoso Massimo Cacciari – per una vittoria.

Problemi tuttavia ne sono rimasti sul tappeto, con la consapevolezza per primo dello stesso Zingaretti, che chiede un giorno sì e l’altro pure al presidente del Consiglio un cambiamento di passo del governo, anche a costo di aumentare le difficoltà, a dir poco, dei grillini in crisi d’identità e di voti. E Bonaccini, come si è visto, lo incalza su questo terreno lasciandosi immaginare, volente o nolente, ancora in corsa per una nuova segreteria, sia pure in tempi più lunghi o meno convulsi delle previsioni antecedenti al recente turno di elezioni amministrative.

Alle impazienze di Bonaccini e – penso – dello stesso Zingaretti per fronteggiarne la concorrenza Franceschini ha opposto una certa tattica temporeggiatrice, alla maniera del patrizio romano Quinto Fabio Massimo Verrucoso, di oltre il 200 avanti Cristo. “Sull’Europa e sui temi economici mi pare che i 5Stelle abbiano fatto molti passi avanti. Certo, se nasci come movimento anti-sistema e poi ti trovi di colpo al governo, passando da una coalizione con la lega ad una col Pd, è normale che hai degli sbandamenti”, ha osservato con comprensione Franceschini. Che si è mostrato perciò fiducioso, senza neppure bisogno di dare loro dei “consigli”, che i grillini sapranno rinunciare da soli anche agli “slogan anti-Palazzo”, ora che vi stanno dentro. E non si lasciano scappare occasione -aggiungerei- per starvi sempre di più, vista la puntualità e a volte persino la smania con la quale partecipano alle nomine ed altre pratiche del sottogoverno.

Di questa necessaria evoluzione, chiamiamola così sfidando l’ira di chi la chiama involuzione fra i pentastellati, Franceschini ha proposto ai grillini questa motivazione che una volta nella Dc sarebbe stata definita “dorotea”: “Non credo che tra loro ci sia qualcuno che voglia regalare il Paese alla destra con 200 miliardi di euro da spendere”, quelli dei fondi europei per la ripresa, ”e un presidente della Repubblica da eleggere” nel 2022. Magari mandando al Quirinale Conte, o facendo andare come garante proprio lui, Franceschini. Che ha però liquidato il sospetto di una sua partecipazione alla corsa al Colle come “gioco di società piuttosto sciocco”, bastandogli ed avanzandogli -ha assicurato- “l’aspirazione a fare bene il ministro della Cultura e del Turismo”. Spero a questo punto, per lui, che grillini e quant’altri non lo prendano in parola.

Neppure l’intervento del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco a favore dell’utilizzo rapido del cosiddetto fondo europeo salva-Stati, noto come Mes, per il potenziamento del servizio sanitario e indotto ha fatto recedere Franceschini dalla prudenza imposta dalla persistente opposizione dei grillini a questo tipo di finanziamento. “Sul Mes – ha detto – bisogna deideologizzare lo scontro. Vediamo cosa serve alla sanità, quali progetti e quante risorse servono e poi affronteremo il tema insieme al Recovery fund”, seguendo praticamente il calendario lentissimo di Luigi Di Maio. Che nei rapporti col Pd ha fretta solo di preparare insieme, con candidature comuni o simili, le elezioni comunali del prossimo anno, vista la ingloriosa fine degli accordi tentati a livello regionale.

Ma, a sorpresa, proprio sul terreno municipale Franceschini si è messo di traverso rispetto a Di Maio, privilegiando un negoziato eventualmente fra il primo e il secondo turno. E comunque avvertendo che “ci sono dei nomi che rappresentano un impedimento a qualsiasi accordo”. Egli ha evitato così una lite in famiglia, essendo la moglie Michela Di Biase la ex capogruppo del Pd in Campidoglio, ora alla regione Lazio, decisamente contraria alla conferma cui aspira la sindaca pentastellata di Roma Virginia Raggi. Alla quale, in una recente intervista, la signora Franceschini ha fatto capire di potersi anche contrapporre proponendosi alle primarie del partito.

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