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Le lezioni confusionarie del ministro Azzolina sulla scuola

di

concorsi insegnanti

Che cosa dice e non dice il ministro dell’Istruzione, Azzolina (M5s), sulla riapertura delle scuole chissà come e chissà quando… L’articolo di Walter Vecellio per Italia Oggi

Cercasi ministro che per una volta soltanto, invece di annunciare quello che «occorre fare», e che «presto» farà, dica, con parole semplici: «Questo è quello che abbiamo fatto…». Si prenda la scuola. Titolare del ministero, la signora Lucia Azzolina. Ha l’aria di una turista capitata per caso. Nel curriculum, più di una laurea; ed esperienza «sul campo», come s’usa dire con bellico linguaggio: insegnante di liceo, sindacalista all’interno dell’Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori. Dunque: donna, e politica di esperienza. Di fede grillina, ma come insegna Billy Wilder, «Well, nobody’s perfect», nessuno è perfetto.

Annuncia: si tornerà a scuola, a settembre; ci mancherebbe. Non sarà la scuola di sempre. Speriamo: quella di sempre lascia molto a desiderare. Poi, la carne: si seguiranno le lezioni per metà tempo in classe, per metà on line. Qui comincia lo smarrimento. Certo: ragioni di cautela consigliano di evitare classi stipate come scatole di sardine. Che fare? Ovvio: dimezzarle. Ma metà e metà, cosa vuol dire? L’idea di Azzolina è che metà classe, per 15 giorni, segua la lezione dal vivo, l’altra in rete. Alternati. La cosa comporta che tutti gli studenti obbligatoriamente debbano disporre di un loro personale computer. Che ci sia una «rete» che li connette e li collega.

Domanda: gli insegnanti, che in questi mesi di pandemia hanno lavorato appunto in rete, e sperimentato sul campo cosa comporta, sono stati consultati, avvertiti, si è chiesto loro in che modo hanno operato, nel concreto e nel quotidiano? Quali i risultati, i costi, le difficoltà? Oppure è una intuizione della signora ministro, di qualche comitato che ha partorito l’idea dopo qualche conciliabolo e riunione ministeriale?

Nessuno si illude che si possano essere soluzioni miracolose, radicali. Però è bene restare ancorati a questioni apparentemente terra terra: come si intende fornire le connessioni adatte a scuole e famiglie? Come si intende procedere per «coprire» intere zone del Paese che al momento non lo sono? Quali stanziamenti, risorse; come compensare l’ulteriore carico di lavoro che graverà sugli insegnanti? Gli studenti minorenni che faranno il turno a casa necessariamente presuppongono la presenza di un adulto. Si prevede, nel caso entrambi i genitori lavorino, che lo facciano anche loro a rotazione? Si pensa di far ricorso alla salvifica espressione smart working per tutti? Ha un suono dolce, sa tanto di modernità e innovazione, vuoi mettere con l’italico lavoro intelligente»… Solo che non ci sono solo lavori «intelligenti». Spesso ci sono lavori e basta.

La signora ministro ora chiarisce che «la didattica mista potrebbe essere adottata almeno all’inizio dell’anno scolastico, per gli studenti più grandi». «Potrebbe»… «Almeno». Quando si hanno le idee chiare…

Comunque, gli altri: quelli delle prime classi? «La soluzione potrebbe essere quella di uso anche di spazi all’aperto con lo sport, e dell’aumento di attività come la musica o l’arte, che possono essere fatte garantendo il distanziamento». Ancora condizionali. L’inizio dell’anno scolastico coincide con l’autunno e l’inverno. Per quanto miti, sempre freddo, pioggia, vento… Dunque, luoghi chiusi. Dove, signora ministro? Come? Settembre è alle porte. Basta condizionali. Urge un presente indicativo.

(Estratto di un articolo pubblicato su Italia Oggi; qui la versione integrale)

 

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