Mondo

Vi racconto le guerre interne alla Repubblica (di carta)

di

prima repubblica

Tutti gli strascichi polemici sul ribaltone al vertice del quotidiano Repubblica voluto dall’editore Elkann

A ciascuno la sua “ripartenza”, anche di carta, e più o meno a distanza, in questi tempi terribili di convivenza col coronavirus.

Muore dalla voglia di ripartire come editore il vecchio ma ancora vitalissimo Carlo De Benedetti, che non perdona ai figli, già inutilmente ripresi quando ne avevano solo l’idea, di avere venduto la Repubblica a John Elkann, il nipote del compianto Gianni Agnelli. Il quale ha formalizzato l’acquisto sostituendo il direttore Carlo Verdelli, per quanto minacciato di morte e sotto scorta rafforzata, con Maurizio Molinari. Che a sua volta ha ceduto la direzione della Stampa, lo storico giornale della Fiat, a Massimo Giannini, tornato da Repubblica a Torino. Dove era stato accolto di persona dall’”avvocato”, che gli parlò del suo come di “un giornale perbene”. Lo ha voluto ricordare lo stesso Giannini nell’editoriale di insediamento, tanto per far capire bene con lodevole franchezza chi conduce le danze nel nuovo gruppo editoriale.

Convinto non solo che i figli si siano fatti pagare troppo poco ma anche che la sua ormai ex Repubblica sia destinata a spostarsi praticamente a destra, come ha raccontato in una intervista al Foglio, De Benedetti sarebbe disposto addirittura ad acquistare la storica e dormiente  testata comunista dell’Unità per ristamparla come organo non più del Pci, ormai defunto, ma di una forma di socialismo liberale. Dove potrebbero  approdare, all’occorrenza, lettori e giornalisti delusi della Repubblica del nuovo corso: non so, francamente, se a cominciare davvero da Eugenio Scalfari. Col quale l’”ingegnere” ebbe qualche mese fa uno sgradevole e, temo, irreversibile scontro a distanza nel salotto televisivo di Lilli Gruber rinfacciandogli la “carrettata” di soldi pagatagli  a suo tempo in un cambio di proprietà e dandogli praticamente dello svanito per i 96 anni allora neppure compiuti.

Di socialismo liberale ha deciso di rivestire il vecchio Avanti! anche Claudio Martelli, l’ex ministro e delfino quasi ripudiato da Bettino Craxi negli anni terribili di “Mani pulite”, quando  l’allora guardasigilli si offrì pubblicamente a “restituire l’onore” al Psi, che evidentemente lo  aveva perduto. Ma, non avendo di certo i soldi di De Benedetti, le ambizioni di Martelli sono assai modeste: una riedizione assai ridotta dell’Avanti!: una al mese da qui a giugno e poi chissà, forse una ogni quindici giorni, come Il Borghese di prima maniera di Leo Longanesi.

Peccato, però, sia per De Benedetti sia per Martelli, che abbia deciso di afferrare la bandiera del liberalsocialismo anche Scalfari, svendolandola nell’editoriale di domenica scorsa dalla metaforica torretta della Repubblica. Dove egli si è barricato come “fondatore”, deciso a  vigilare perché il suo “fiore” di carta non appassisca prima dei “cento anni”: quelli non dalla nascita dello stesso Scalfari, che vi è quasi arrivato, ma della testata. Che esordì nel 1976, cioè 44 anni fa, per cui gliene resterebbero nella serra,  o addirittura all’occhiello della giacca immaginata dal fondatore, almeno altri 56.

L’annuncio della vigilanza di Scalfari era scontata, nonostante la fretta della rottura attribuitagli dal Fatto Quotidiano con un certo interesse di bottega, scommettendo sullo spazio a sinistra che Marco Travaglio spera di poter occupare in caso di crisi immediata e clamorosa nella redazione di Repubblica. Meno scontata tuttavia era la bandiera liberalsocialista di Scalfari, almeno ai miei occhi di vecchio cronista ancora fermi su quel titolo, e relativo articolo, in cui l’allora direttore di Repubblica, nel 1978, si sostituì al segretario del Pci Enrico Berlinguer per rimproverare a Craxi di avere voluto “tagliare la barba a Marx”. Ciò era avvenuto, in particolare, col “Vangelo socialista” pubblicato sull’Espresso e commissionato dal segretario del Psi a Luciano Pellicani, morto recentemente di coronavirus.

Un’altra cosa sorprendente di Scalfari, sempre ai miei modesti occhi di vecchio cronista, è stata l’intervento sull’anagrafe politica dell’attuale presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che da designato e poi addirittura imposto a Palazzo Chigi dai grillini -imposto, in particolare, nella scorsa estate in un improvviso cambio di maggioranza a un Pd che reclamava “discontinuità” nel passaggio da una coalizione gialloverde ad una giallorossa- è diventato nell’editoriale di Scalfari di domenica scorsa “vicino” al partito guidato da Nicola Zingaretti.

Così in effetti cominciano, in verità, a considerare il presidente del Consiglio anche fra i grillini, diventati perciò insofferenti e sospettosi, nonostante la mano metaforicamente e protettivamente distesa sul suo capo da Grillo in persona. Ma Conte non mi sembra per  niente o non ancora deciso a una frattura col movimento delle cinque stelle. Anche nell’intervista appena concessa al nuovo direttore di Repubblica egli ha lasciato ancora sospeso il suo sì al fondo europeo salva-Stati, o Mes, su cui potrebbe consumarsi in Parlamento la scissione dei grillini irriducibilmente contrari.

Non solo “vicino” al Pd ma decisamente liberalsocialista è stato definito Conte da Scalfari nell’editto un po’ pragmatico e un po’ ideologico emesso dalla già ricordata torretta di Repubblica. Sempre da vecchio e ingenuo cronista politico, mi chiedo se non hanno qualcosa da obiettare a questo proposito nel Pd, dove è minoritaria ma non ininfluente, qualche volta anche decisiva, la componente proveniente dalla sinistra democristiana. Che negli anni Ottanta del liberalsocialismo di Bettino Craxi, per quanto alleato di governo, diffidava a tal punto da ricorrere, per proteggersene, al grintosissimo Ciriaco De Mita eleggendolo segretario del partito con l’appoggio del corpaccione doroteo dello scudo crociato. E De Mita, sostenuto anche da Scalfari alla guida della Repubblica, non deluse di certo le attese e le speranze dei suoi sostenitori, anche se le perdite elettorali del 1983 obbligarono persino lui a mandare Craxi a Palazzo Chigi, allontanandolo dopo quasi quattro anni.

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