Mondo

Vi racconto l’annunciato default dell’Argentina

di

Messico

Un default lungamente annunciato quello dell’Argentina che di fatto è ancora in piena trattativa. L’approfondimento di Livio Zanotti, autore del “ildiavolononmuoremai.it”

 

Non si era mai visto prima il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il massimo creditore, convenire con le ragioni di un singolo debitore insolvente, trattandosi per di più della recidiva Argentina. Riconoscere pubblicamente la sua impossibilità a mantenere l’impegno di restituire un prestito miliardario nel rispetto delle condizioni pattuite. Sostenendolo anche di fronte agli altri creditori, assai meno disponibili. Dalla Firenze medicea alla Wall street di George Soros, Bill Gates e degli Hedge Funds, non era mai accaduto, non in tempi di pace. Vuol dire che nella politica della grande finanza internazionale, sebbene obtorto collo, sono in corso correzioni rilevanti. Qualche stereotipo ancora presente nei primi e scarsi commenti appaiono solo residui di vecchie abitudini, pigrizie mentali.

Incomparabilmente diversa fu la vicenda del plan Brady, che 30 anni fa scontò ai paesi africani e latinoamericani (detti allora “in via di sviluppo”) una quota importante del loro esorbitante indebitamento. La trattativa si protrasse per anni con inciampi e crisi ricorrenti. Le Nazioni Unite ne assunsero infine il coordinamento e il segretario generale, il peruviano Perez de Cuellar (il Perù era uno dei paesi più a rischio fallimento), ne affidò la gestione a Bettino Craxi. L’allora leader socialista convinse i creditori più refrattari come il Citibank e la Chase-Manhattan, ma non riuscì a dissuadere gli Stati Uniti dall’imporre -conditio sine qua non- il Washington Consensus.

Erano gli stessi tempi in cui all’autorevole economista Timothy Geithner (poi ministro del Tesoro con Barack Obama) che lo ammoniva sull’enormità dell’indebitamento: ”Gli Stati Uniti sono sull’orlo della bancarotta!”, Ronald Reagan replicava con sarcasmo:” Non me ne preoccupo: il nostro debito è cresciuto abbastanza da sapere da solo come sbrigarsela…”. Tanto per dire che il dibattito sull’impossibilità di conciliare in periodi medio-brevi pagamento del debito e rilancio della crescita economica (indispensabile per riuscire a pagarlo) non è davvero nato con l’Unione Europea e -al contrario- ha origini ben più lontane. Risale agli anni Trenta, a Weimar e alla scuola austro-tedesca dell’ordo-capitalismo. E quanto al termine stesso di impossibilità, si capisce che ha un valore relativo; tuttavia, da non intendersi come aleatorio.

La sua giusta misura viene indicata da Immanuel Kant a Walter Benjamin in un sufficiente contenuto di verità. Consistente nel nostro caso nella semplicissima considerazione che non rientra nell’interesse generale lasciar morire il debitore pur di riscuotere il credito. Esempio estremo: il comportamento dell’usuraio è irrazionale, oltre che delittuoso. E’ questo il concetto in cui si sono ritrovati il creditore numero uno, la neo presidente del FMI, l’economista bulgara Kristalina Georgieva (ma anche Christine Lagarde, che l’eccezionale prestito aveva erogato prima di lasciarle il posto per andare a presiedere la Banca Centrale Europea, in cui dopo i primi svarioni vi si è adeguata), e il ministro dell’economia argentino, Martín Guzmán, ex allievo a Columbia University e protetto dell’influente Nobel Joseph Stiglitz.

Dalla tragica esperienza del 2001, che sul rio de la Plata ha sconvolto per anni la vita di cittadini e istituzioni, non hanno appreso solo gli argentini, vittime innocenti e non (la bancarotta non distingue e anzi, come sempre in questi casi accade, per qualcuno fu un gran affare). Questa volta l’intero sistema bancario mondiale e anche i risparmiatori (quasi assenti adesso gli italiani, che all’epoca numerosissimi restarono invece ingannati dalle rispettive banche non meno che dall’erario argentino) erano più che avvertiti. Da anni e più che mai dal 2019 l’impossibilità di pagare debito veniva denunciata dall’opposizione ancora mentre il governo di Mauricio Macri continuava a farvi abnorme ricorso (ora lo ammettono tutti).

Dal 2015, dunque fin dall’esordio, il progetto neoliberista incautamente basato su investimenti esteri che non si sono mai affacciati sul mercato argentino, se non per episodiche scorrerie speculative, si è nutrito di dollari presi in prestito a un interesse medio dell’8 per cento. Prima dal grande banking privato, poi in tappe ravvicinate e in quantità crescenti dall’FMI, fino a gravare l’economia nazionale (la terza dell’America Latina dopo Brasile e Messico) per un totale di quasi 280 mila milioni di dollari. Più o meno un intero Prodotto Interno Lordo. Che per effetto dell’inflazione a sua volta crescente (in 4 anni il peso ha perduto due terzi del suo valore contro il dollaro), ha triplicato l’onore del debito in moneta nazionale.

Da ben prima che apparisse la sciagura del Covid-19, l’ombra del dissesto finanziario accompagna un paese di cui è stata parzialmente ammodernata l’infrastruttura viaria e dei trasporti, ma al prezzo di lasciar affogare la piccola e media industria, architrave dell’occupazione, per mancanza di credito accessibile e per l’insostenibile concorrenza delle merci importate. Il sistema produttivo, salvo la moderna ed efficiente agricoltura che però non incide nella creazione di posti di lavoro e neppure nel sostegno della domanda interna, scivolava poco a poco ma inesorabilmente nella crisi. E’ dal 2018 che il sistema bancario internazionale privato nega infatti credito all’Argentina, temendone il default.

L’ex presidente Macri conosceva perfettamente la storica idiosincrasia della grande maggioranza del popolo argentino per il Fondo Monetario Internazionale, è andato tuttavia a chiedergli aiuto perché l’alternativa era affrontare una sconfitta secca sua personale oltre che del paese. Il New York Times e altri giornali hanno scritto che gli è stato possibile ottenerlo solo grazie ai rapporti di famiglia con Donald Trump (soci a suo tempo in imprese di costruzioni), primo azionista del Fondo in quanto presidente degli Stati Uniti. Certo è che i 57mila milioni di dollari ottenuti in stand-by, cioè a rate, l’ultima delle quali non è stata infine liquidata, costituisce il maggior credito concesso dal Fondo in oltre settant’anni di attività.

Una conclusione provvisoria di questa lunga vicenda c’è stata infine lo scorso venerdì 22, con la certificazione formale del default argentino da parte della Commissione Valori di New York, la SEC. Nondimeno il governo di Buenos Aires sta proseguendo il negoziato con i titolari dell’80 per cento circa del credito, ai quali chiede un sostanziale abbattimento degli interessi, uno sconto significativo sul capitale e 3 anni di grazia per poter cominciare a pagare nel 2023. “Non pretendiamo certo che i nostri creditori rinuncino agli utili dell’investimento, chiediamo solo che accettino di ridurli, di guadagnare meno…”, dice l’attuale Presidente argentino, Alberto Fernandez. Dal 2001 i tempi sono cambiati così come la mentalità dei banchieri, ma egli sa che questa rimane una trattativa storica: non sarà né breve né facile.

Livio Zanotti

“ildiavolononmuoremai.it”

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie, il tuo Team Start Magazine

Errore

Articoli correlati