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Vi racconto la sfrenata corsa di Conte e Di Maio al centro

Lega

Cosa fanno e cosa dicono Di Maio e Conte. I Graffi di Damato

 

Anche se il finale di partita è già scritto a favore di Giuseppe Conte, che si aspetta – come ha detto a Lucia Annunziata in televisione – “una grande investitura da parte degli iscritti” come capo del MoVimento 5 Stelle, grazie evidentemente alla designazione fattane dal “garante”, “elevato”, “insostituibile” Beppe Grillo, è ormai una gara fra lui e Luigi Di Maio su chi si spinge più avanti nella rifondazione, trasformazione, evoluzione e quant’altro della forza più votata nelle elezioni politiche del 2018.

A parte il tema della giustizia, su cui Conte ha voluto rimanere un passo indietro dopo le scuse del ministro degli Esteri all’ex sindaco piddino di Lodi per la gogna praticata contro di lui quando fu arrestato, per poi essere assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta, i due ormai si rincorrono nel corteggiamento elettorale, per esempio, dei moderati. O del “ceto medio”, come ha detto in una intervista alla Stampa Luigi Di Maio dicendone tutto il bene possibile, in particolare riconoscendo che “non se ne occupa più nessuno, pur pagando le tasse per tutti”. Anch’esso in fondo merita il titolo di “onorevole” appena restituito da Conte ai deputati e ai senatori dicendo all’Annunziata che non ha più un valore “diffamatorio”. La cui abolizione era stata proposta addirittura con legge dai grillini al loro arrivo in Parlamento.

Non so, francamente, se più per convinzione o per ironia, che è la sola per parte mia condivisibile, l’intervistatore di Di Maio, Andrea Malaguti, ha paragonato il ministro degli Esteri nemmeno più a Giulio Andreotti, come aveva già fatto a suo tempo il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, ma ad Arnaldo Forlani. Che alla bella età di 95 anni e mezzo cui è arrivato sarà saltato sulla sedia a vedersi accoppiato politicamente a chi è arrivato alla Farnesina tanti anni dopo di lui, nominato ministro degli Esteri del governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti, sostenuto all’esterno dai comunisti ai tempi della cosiddetta “solidarietà nazionale”, cioè nel 1976.

Secondo il giornalista della Stampa, Forlani e Di Maio sarebbero “maestri naturali del centrismo ultraflessibile, integrato dai prodigi opachi della democrazia da tastiera”. Rispetto alla finezza, diciamo così, di questa coppia immaginaria della democristianeria vecchia e nuova verrebbe voglia di declassare a una patacca la rappresentazione furbesca della “rivoluzione dolce” vantata da Conte e tradotta da Makkox sul Foglio in una vignetta esilarante. In essa l’ex presidente del Consiglio è immaginato a colloquio telefonico con Grillo a proposito dell’invito ad accompagnarlo al lungo incontro con l’ambasciatore della Cina a Roma, alla vigilia di un G7 contrassegnato dalla convinzione del nuovo presidente americano Joe Biden che occorra contrastare l’espansionismo cinese.

Nella vignetta Conte – sotto i cui governi i rapporti dell’Italia con Pechino sono andati ben oltre gli interessi e le aspettative del nostro principale alleato, cioè gli Stati Uniti – chiede a Grillo. “Senti, ma mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente? Che dici? Boh?…”. La sua scelta, come si sa, è stata poi di non andare, e di Grillo di andarci da solo, bastando e avanzando a rappresentare il Movimento affidato alla rifondazione cosmetica dell’ex presidente del Consiglio.

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