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Vi racconto la corrida dei due poli frastagliati alle elezioni in Spagna

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Fatti, nomi e scenari delle elezioni del 28 aprile in Spagna. L’approfondimento di Gilberto Bonalumi dell’Ispi

 

Il 13 febbraio il parlamento spagnolo ha bocciato la legge di bilancio perché i partiti catalani (PdCat e ERC) si sono schierati con l’opposizione. Questi due partiti non avevano niente contro il bilancio in sé ma la loro decisione è stata motivata dal fallimento delle trattative sulla Catalogna. Un tema cruciale perché la stessa irruzione di VOX sulla scena politica spagnola, e il riaffiorare dei saludos a Franco, affondano le radici nel cataclisma provocato proprio dalla questione catalana.

Sánchez sperava di ottenere i 17 voti dei due partiti nazionalisti catalani, indispensabili per approvare la legge di bilancio. Ma i catalani hanno continuato a nicchiare e pensano ad altro, cioè il processo ai dodici leader indipendentisti detenuti da oltre un anno in quanto ritenuti corresponsabili del referendum illegale dell’ottobre 2017. Il risultato è stata la caduta del suo governo.

Pablo Casado, invece, crede che il PP si sia appiattito sulla routine del potere e che abbia bisogno di un “riarmo ideologico”, che per lui significa cavalcare i temi che portano avanti le nuove destre europee. Questa chiara svolta a destra auspicata da Casado si spiega, oltre che da convincimenti personali, anche dalla impellente necessità per il PP di recuperare i voti sottratti da Ciudadanos e quindi mettersi in competizione con il suo leader Albert Rivera.

L’irruzione di VOX dopo le elezioni in Andalusia e del suo leader Santiago Abascal nel già frastagliato scenario politico spagnolo non sembra un fatto passeggero, ma destinato a durare e modificare gli equilibri politici soprattutto nel centro-destra. VOX nasce come reazione alle spinte secessioniste della Catalogna e del Paese Basco da cui Abascal proviene. I tanti anni di terrorismo, violenza e ricatti perpetrati dall’ETA con migliaia di vittime civili in nome dell’indipendenza, le rivendicazioni indipendentiste e linguistiche, così come gli abusi compiuti dai nazionalisti catalani hanno risvegliato un nazionalismo spagnolo altrettanto aggressivo di cui VOX si è fatto interprete. Abascal chiede l’estromissione dei partiti indipendentisti, l’abolizione delle autonomie, l’abolizione della legge sull’aborto e delle leggi sui diritti civili introdotte dal governo Zapatero e infine la cacciata degli immigrati irregolari, con tutto l’armamentario dei movimenti xenofobi che ben conosciamo. E la gente lo segue. Gli ultimi sondaggi danno VOX intorno al 12%, ma in crescita. In questo scenario il centro-destra nel suo insieme sfiorerebbe il 45% dei consensi (mentre i socialisti con il 28% e Podemos accreditato al 13% raggiungerebbero il 40%), con la prospettiva però che, avendo sdoganato la destra radicale fino a ieri confinata ai margini, PP e Ciudadanos correrebbero il rischio non solo di snaturare la loro identità, ma anche di essere fagocitati dalla new entry VOX, in modo simile a quanto sta avvenendo in Italia con la Lega.

Il risultato elettorale riproporrà quindi con ogni probabilità un parlamento frammentato, verticalizzato su due poli entrambi difficilmente coalizzabili. Da una parte i socialisti in crescita, Podemos in difficoltà e l’incognita dei partiti catalani; dall’altra una destra tricefala con il non indifferente peso di VOX. Se saranno confermati i sondaggi elettorali, uno sbocco ipotizzabile potrebbe essere una coalizione tra i socialisti e la destra moderna di Ciudadanos. Ma in questa campagna polarizzata e contraddistinta da aspre polemiche che castiga sia la moderazione che le posizioni cerniera, Sánchez e Rivera continuano a ritenere i loro programmi incompatibili. Almeno fino all’indomani del voto.

(estratto di un’analisi pubblicata sul sito dell’Ispi; qui la versione integrale)

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