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Vi racconto la battaglia fiscale negli Stati Uniti e in America Latina

di

Iva

Il commento del giornalista Livio Zanotti, già in Rai e alla Stampa, per anni corrispondente dall’America Latina e inviato speciale di esteri, sul dibattito sulle politiche fiscali tra Stati Uniti e America Latina

In Italia e in Europa la parola patrimoniale attraversa in semi-clandestinità la vigilia elettorale in atto, ma il dibattito sulle politiche fiscali è già incandescente negli Stati Uniti e in America Latina, in Messico, in Brasile, in Argentina. Trascurati dai sovranisti, i debiti sovrani che assillano più o meno l’intero Occidente e ne condizionano la ripresa economica alimentano nondimeno un aspro dibattito sulla necessità di urgenti riforme fiscali. La web-tax è l’hit ineludibile su cui si esercitano gli specialisti d’ogni latitudine, con più finte che stoccate. Ma il nodo più difficile da sciogliere è la progressività da applicare ai grandi redditi, per ridurre l’esasperata polarizzazione prodotta dalle continue riduzioni d’imposta che li hanno favoriti negli ultimi trent’anni.

La polemica in proposito ancora vibrante negli Stati Uniti e ripresa da Paul Krugman sul New York Times, si presenta esemplare. Il famoso premio Nobel per l’economia commenta all’acido solforico il massiccio, feroce e truffaldino attacco scatenato dalla destra -parlamentari repubblicani e attivisti dei tea-parties su stampa e social-media- contro la neo-eletta deputata della sinistra democratica Alexandria Ocasio- Cortez. Accusata d’ignoranza e di peggio per aver dichiarato la necessità di tornare a un massimo d’imposte tra il 70 e l’80 per cento sui redditi più alti. Un livello analogo a quello vigente dal secondo dopoguerra agli anni Settanta, il periodo più florido dell’economia degli Stati Uniti.

Per screditarla hanno perfino diffuso in rete un vecchio video spacciato per nuovo, al fine di presentare una bella ragazza che balla in una festa studentesca come una parvenu che dissacra la solennità della Camera dei Rappresentanti. Cosa di più trito e losco che convocare la morbosità del pregiudizio diffidente e diffuso verso un’ attraente giovane non di pelle bianca, che ha fatto la cameriera per mantenersi all’università di Boston di dove è uscita laureata in microbiologia? Smascherata da più parti, l’imboscata si è però rovesciata contro quanti avevano ordito il falso. Non senza sarcasmo, Krugman si dichiara testimone tanto dello scrupolo con cui la deputata si era informata prima di presentare la proposta, quanto della sua ragionevole e necessaria efficacia.

Risulta che a sostenerla ci sono Peter Diamond, anch’egli premio Nobel, che Krugman definisce il massimo esperto del mondo in Finanza Pubblica (“sebbene i repubblicani gli abbiano impedito di far parte del Consiglio della Riserva Federale, sostenendo che si trattava di persona non qualificata…”). In collaborazione con Emmanuel Saez, esperto tra i più accreditati in materia di disuguaglianze, Diamond ha fissato nel 73 per cento il livello di prelievo ottimo. Che Christine Romer, ex presidente del comitato dei consiglieri economici di Barack Obama, vorrebbe invece oltre l’80 per cento affinché produca interamente gli effetti desiderati. Kruger non si risparmia neppure esemplificazioni tecnico-matematiche per far intendere chi siano qui i veri e pericolosi ignoranti.

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