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Vi racconto il piano segreto di Berlusconi per il Quirinale

Quota 100

Le mosse ufficiali e non ufficiali di Berlusconi per il Quirinale tra fatti, scenari e auspici, secondo l’editorialista Giuliano Cazzola

 

‘’Un uomo esperto e competente, se vuole protagonista nella Prima Repubblica. Una lunga e positiva fase politica che ha fatto il bene dell’Italia e che potrebbe esser ancora utile’’.

Era questo l’identikit del prossimo presidente della Repubblica tracciato da Gennaro Acquaviva, ora presidente della Fondazione Socialismo e custode di una grande tradizione oggi dimenticata. Lo aveva tracciato su Avvenire in un’intervista nella quale questo guizzo arrivava alla fine, dopo che l’allora braccio destro di Bettino Craxi aveva raccontato al quotidiano della CEI quale era stato il suo contributo alla riforma del Concordato del 1929.

Acquaviva si è guardato bene dall’indicare dei nomi; ma ha espresso un’opinione chiara su Mario Draghi: a suo avviso il premier deve continuare il lavoro – per molti aspetti considerato insostituibile – che sta svolgendo a Palazzo Chigi. Peraltro, in quelle stesse ore, mentre Draghi ‘’aggiustava il tiro’’ nella conferenza stampa da lui definita ‘’riparatrice’’, erano giunti precisi segnali da parte di Silvio Berlusconi per confermare che solo Draghi sarebbe stato capace di tenere insieme l’attuale maggioranza fino alla conclusione della legislatura.

Mi ero detto: ‘’Con questa uscita Berlusconi incatena l’ex presidente della BCE al suo ruolo ‘’di uomo della provvidenza’’, avvertendolo che il suo trasferimento al Quirinale lo renderebbe, di fatto, responsabile del sacrificio della mission che sta svolgendo: tenere insieme una maggioranza di unità nazionale che sia protagonista delle sfide del PNRR’’.

La mossa di Berlusconi è stata tempestiva ed abile, anche perché ha portato allo scoperto – come il ragazzo che denuncia la nudità del sovrano – tutte quelle posizioni presenti in altri partiti, a partire dal Pd, che non hanno nessuna intenzione di tenersi Draghi per altri sette anni.

Si parva licet, ho condiviso l’identikit di Acquaviva, non solo perché l’aver fatto politica nella Prima Repubblica è una garanzia di professionalità acquisite all’interno di partiti veri e selettivi nella scelta dei gruppi dirigenti. Del resto tra gli ultimi presidenti della Repubblica, non troviamo ‘’homines novi’’, ma personalità provenienti, sia pure con diversa anzianità di servizio, ‘’da quella fase politica che ha fatto il bene dell’Italia’’.

Tra quelle personalità una, a mio avviso, avrebbe meglio corrisposto al profilo indicato dal Presidente della Fondazione ‘’Socialismo’’: Giuliano Amato, il quale ha accumulato esperienze di eccezionale livello in tutte (e sono tante e tanto diverse) le funzioni che ha svolto. Importante intellettuale, grande giurista, più volte ministro e presidente del Consiglio, vice presidente di Giscard d’Estaing nella Convenzione sul futuro dell’Europa, attuale vice presidente della Consulta.

Ricordo una definizione che di Amato diede, molti anni or sono, proprio Gennaro Acquaviva: ‘’Il peggior difetto di Amato è quello di credersi il migliore. Il maggior pregio è quello di essere il migliore veramente”.

L’elezione di Amato al Quirinale sarebbe una garanzia di eccellenza sul piano interno e internazionale, e rappresenterebbe, pure, un atto di riappacificazione con un pezzo di storia patria ‘’lunga e positiva’’, rispetto alla quale l’opinione pubblica si sta accorgendo – come il poeta davanti alla quercia caduta – ‘’che era pur grande’’.

Del resto Giuliano Amato era il candidato di Silvio Berlusconi nel 2015, concordato con Massimo D’Alema alle spalle di Matteo Renzi che, scoperto il gioco, ‘’sparigliò’’ con la proposta di Sergio Mattarella anche a costo di far saltare il Patto del Nazareno.

Pensavo, così, che il Cav avesse messo in circolazione la sua possibile candidatura, per diventare il mazziere della partita del Quirinale. Per trovarsi alla quarta votazione nella posizione del candidato con la maggioranza relativa dei voti; e quindi in condizione di avanzare a quel punto una proposta ‘’non divisiva’’, tale che gli altri gruppi non potrebbero non accettare, pur di ottenere il ritiro del Cav.

Per di più, sono intervenute novità importanti: quando si arriverà alle prime votazioni in cui è sufficiente la maggioranza assoluta, Berlusconi avrà a disposizione due proposte: Giuliano Amato nel frattempo divenuto presidente della Consulta e Franco Frattini già eletto presidente del Consiglio di Stato.

Chi potrebbe dire di no a due personalità di quel livello e di quel rango istituzionale? Al presidente dei giudici delle leggi e a quello della giustizia amministrativa? Anche se la versione accreditata è che il Cav corra in proprio e che si dia un gran daffare per catturare voti in tutti gli schieramenti, io credo che il leader di Forza Italia sia consapevole che la sua sarebbe un’avventura.

Da persona dotata di sense of humor vuole togliersi lo sfizio di vedere i suoi avversari schiattare di paura temendo che l’impresa possa riuscire. Poter dimostrare di essere in grado di vincere la ‘’partita della vita’’ sarebbe la sua rivalsa. Ma il Cav sa che non riuscirebbe mai a trasferirsi da Villa Grande al Quirinale.

Ha a portata di mano il ruolo del king maker, non può giocarselo in una battaglia persa in partenza. Peraltro lo starnazzare che fanno i suoi nemici di sempre rafforza il suo gioco. Ma chi bleffa non può dare segnali di incertezza; deve convincere gli altri giocatori che fa sul serio, che ha in mano il punto. E che – fuor di metafora – nella partita del Quirinale il Cav corre per sé e si avvale di ogni mezzo consentito (le telefonate, i tentativi di ‘’persuasione’’, le promesse, ecc.).

Insomma, deve valorizzare al massimo la sua caricatura. Deve riuscire, però, a fermarsi al momento giusto, perché se i suoi avversari avessero un minimo di lucidità, potrebbero far saltare il suo progetto.

In un solo modo: rieleggendo Sergio Mattarella. Una mossa siffatta rovescerebbe il tavolo, perché anche gli alleati di centro destra finirebbero per abbandonare Berlusconi, per non farsi travolgere, prima o poi, dalla sua sconfitta.

Il king maker deve rassegnarsi: non può diventare Re, neppure per una notte.

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